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mercoledì 26 febbraio 2014

ANTONELLO CRESTI: Addio Francesco Di Giacomo, gigante della voce!


INTERVISTA A CURA DI: VALERIO D'ONOFRIO
Oggi rendiamo omaggio ad un personaggio unico e indimenticabile. Francesco Di Giacomo, il gigante buono, lo splendido cantante e poeta che ha scritto, con i Banco,  pagine fondamentali della musica italiana, della grande musica italiana. La sua voce, la sua semplicità, la sua generosità ci mancheranno tantissimo. Il destino ha voluto che la morte lo chiamasse a sè proprio durante la serata finale del festival di Sanremo, esibizione del più becero mainstream, della più totale ossequio alla musica vista come prodotto commerciale, della musica genuflessa alle case discografiche, dagli ospiti Blockbuster ai professionisti del lifting.

Valerio D’Onofrio: La morte di Francesco Di Giacomo è stata tanto improvvisa quanto sconvolgente. Che sensazioni hai provato non appena saputa la notizia?

Antonello Cresti: Ho appreso della scomparsa di Di Giacomo la sera, a letto, poco prima di addormentarmi. Mi ha segnalato la notizia la mia fidanzata e, sarà stato forse il momento, la cosa mi ha molto scosso. Ho pensato ad una vicenda artistica ed umana troncata in maniera brutale, improvvisa, a tutte le volte che, soprattutto dal vivo, Di Giacomo ed il Banco si erano prodotti in spettacoli meravigliosi davanti ai miei occhi lasciando uno strascico di positività che ho ben presente. Ed è così che tante melodie mi sono risuonate nel cervello, con emozione e commozione. Il mio commento non può che essere che con questa scomparsa siamo ancora più soli e ancora più tristi. Non è un bel clima…
Valerio D’Onofrio: A rivederlo oggi nei vari video disponibili anche su youtube o rileggendo le sue varie interviste Di Giacomo appare assolutamente come un antidivo. Un gigante della musica italiana ma disponibile, semplice, lontano mille miglia dalle tante mediocri prime donne gonfiate dalla TV.
Antonello Cresti: Anche per esperienza personale potrei raccontare che più basso è il livello di notorietà di un artista più spesso ci si imbatte in personaggi frustrati, egotici, aggressivi. E’ il brutto effetto scaturito dal considerare l’attività artistica come un mezzo per far tracimare l’ego e non un servizio alla bellezza del mondo e agli altri. Di Giacomo aveva il profilo dell’autodidatta vero, non di quello “che si è fatto da solo”, e in quanto tale che aveva una spinta a muoversi “a spirale” verso l’alto.  Un artista-artigiano insomma, categoria che in un mondo di divi ci manca molto… Non ho mai avuto modo di incontrare Di Giacomo personalmente, ma sono certo che tu lo descrivi correttamente.
Valerio D’Onofrio: La carriera dei Banco inizia con il famoso album del salvadanaio, diventato uno dei simboli del prog italiano, per poi continuare con Darwin, da tanti ritenuto, me compreso, il loro capolavoro, e con il terzo album Io sono nato libero. Sia nella musica che nei testi i Banco si pongono subito all’avanguardia non solo italiana, ma anche europea. L’idea è che probabilmente se i Banco fossero stati un gruppo britannico avrebbero avuto ben altri riconoscimenti. Sei d’accordo? Quali sono le difficoltà che un gruppo di alto livello che non cerca strade facili trova in Italia?
Antonello Cresti: Mi sento di fare una doppia considerazione, la prima è che ovviamente i fatti stanno come dici tu. In termini di diffusione infatti tutto ciò che è stato “periferia” rispetto al mondo anglofono ha subito dei danni in termini di effettiva diffusione. D’altronde però il Banco del Mutuo Soccorso non avrebbe mai potuto essere un gruppo britannico, poiché il gusto melodico, il pathos che esprimevano era fortemente mediterraneo e più specificamente italiano. Come sappiamo infatti c’è un che di operistico proprio nella voce di Di Giacomo.  E questa è la forza di questa band… La forza e la debolezza. Per altri gruppi italiani questo discorso non varrebbe, ma per il Banco la provenienza è davvero tutto. E il loro è, davvero, “prog italiano”!


Valerio D’Onofrio: I testi scritti da Di Giacomo sono certamente i migliori di tutto il progressive italiano, sei d’accordo con questa opinione? Hai un brano che vorresti segnalarci proprio per i testi?
Antonello Cresti: Personalmente prediligo testi più minimali o tesi alla trascendenza. Per intendersi più vicini al mondo espressivo di un Rocchi o di un Battiato, per restare nell’ambito dei settanta italiani, e vedo nelle liriche del Banco, ogni tanto, qualche “barocchismo” di troppo. Detto ciò la grande personalità della band si è espressa senza dubbio anche attraverso i testi che talvolta toccano interessanti punte visionarie, pur essendo totalmente esterni alla poetica psichedelica. Ci sono passaggi che, nella loro complessità e (apparente) in cantabilità sono rimasti impressi nella memoria collettiva.
Valerio D’Onofrio: Se penso a Darwin vedo che nel 1972 Di Giacomo parla in forma poetica di evoluzionismo, di darwinismo, teorie scientifiche che oggi sono riconosciute dalla comunità scientifica, ma che creano contrasti con la chiesa cattolica. I musicisti mainstream oggi in Italia e all’estero si guardano bene di parlare di testi cosi compromettenti ma anche così elevati. Addirittura l’ex ministro Moratti prevedeva di ridurre l’importanza storica di Darwin, ritenendo che la sua fosse solo una teoria come le altre (il creazionismo). Mi verrebbe da chiedere, cosa è andato storto?
Antonello Cresti: Quando una società è sterile esprime della musica sterile. Quando la musica è sterile non può essere la colonna sonora di nessun movimento di liberazione individuale o collettiva. Ci sarebbe poco da aggiungere a questo…  Quando partecipai al G8 di Genova ricordo che associai la probabile breve durata del movimento alla inutilità delle musiche che lo rappresentavano, Manu Chao su tutti. Gli anni settanta italiani, i vituperati anni settanta, sono stati anni, in ogni caso, in cui la gente era viva e giovane, non solo in senso clinico e anagrafico. Questo lo si sente e vede anche nella musica, nel cinema, nelle arti grafiche  etc… Se invece ascolto la musica – anche indipendente – di oggi penso che siamo destinati alla depressione.
Valerio D’Onofrio: Chiudo con una recente intervista in cui ha detto “nella vita, è importante contraddirsi”. Sul sito ufficiale del Banco di mutuo soccorso nella sua biografia c’è scritto semplicemente “Nacque… visse… …e si contraddisse! “. Qual’è il messaggio che voleva inviarci?
Antonello Cresti: Nello specifico non so a cosa alludesse “Big” Di Giacomo. Però non posso che apprezzare. Il mito della coerenza è sotto molti punti di vista incapacitanta e crea nei fatti fenomeni contrari. Siamo per natura incoerenti, dinamici, in trasformazione. Sai che noia se morissimo uguali a come siamo nati? Il Banco si è contraddetto anche musicalmente, attraversando periodi diversi. Quale che sia il nostro giudizio artistico non possiamo non appoggiare uno spirito simile.


ANDREA VIRGA: I neofascisti e la crisi ucraina



Senza ambiguità, i due principali movimenti di matrice neofascista in Italia, hanno sposato la causa dei nazionalisti ucraini. Forza Nuova era da anni in buoni rapporti con i nazionalisti di Svoboda, come testimoniano i numerosi incontri tra dirigenti dei due partiti, sia in Italia sia in Ucraina. Sul loro sito, hanno dato voce ad Andriy Voloshyn[1], rappresentante di Svoboda. Inoltre, il 21 febbraio, Roberto Fiore ha espresso sulla sua pagina facebook[2]vicinanza al loro alleato ucraino e giustificato l’abbattimento del governo di Yanukovych, accusato di essere corrotto e criminale.
CasaPound Italiaaveva anch’essacontatti con nazionalisti ucraini, come prova il caso di DmytroYakovets, militante di Leopoli morto in un incidente il 5 febbraio 2013, mentre affiggeva uno striscione di solidarietà per CPI.Già a dicembre, sul giornale online “Il Primato Nazionale”, de facto vicino al movimento (per tematiche e autori), era comparsa l’intervista ad un nazionalista ucraino di Tryzub, il movimento alla base diPravySektor[3]. Dopo l’accordo del 21 febbraio, un comunicato sulla pagina facebook di CPI[4]esprimeva soddisfazione per la presunta riconquista della sovranità. Anche l’intellettuale Gabriele Adinolfi ha continuamente argomentato a favore del sostegno ai nazionalisti ucraini e della loro «terza via»[5]. Non risultano pronunciamenti da parte della Fiamma Tricolore, però, anch’essa ha avuto in passato rapporti con Svoboda.
Entrambi hanno messo in guardia, è vero, contro il rischio di strumentalizzazione delle rivolte da parte delle forze europeiste e atlantiste a scapito della Russia e della stessa Ucraina. Allo stesso modo, non si può negare che Yanukovych fosse un oligarca corrotto, che nel corso degli anni aveva perso ampia parte del consenso di cui godeva, a causa della sua politica ondivaga e clientelare. Tuttavia, le loro posizioni restano inaccettabili, ed è perciòil caso di confutare gli argomenti addotti a loro sostegno. Alla loro base, c’è stata l’ingenuità di ascoltare la sola campana dei nazionalisti ucraini, a cui si è voluto dare maggiore credito, in quanto “camerati” e in quanto autoctoni, senza vagliare criticamente la loro propaganda antirussa. Per quanto sia comprensibile la loro opposizione alla dominazione sovietica, molte delle loro accuse sono storicamente false. La scarsa conoscenza del contesto storico-culturale da parte degli Italiani ha fatto il resto.

Il mito dell’oppressione russa

Innanzitutto, gli Ucraini, come popolo, hanno una genesi molto simile ai loro vicini Russi e Bielorussi. La culla della civiltà russa fu proprio Kiev, primo Stato fondato dalle tribù slave orientali con il concorso dei vichinghi svedesi, a cui seguirono varie altre città stato, come Mosca e Novgorod. Lo sviluppo di una differente lingua e cultura fu dovuto in particolar modo a secoli di dominazione polacca, la quale “occidentalizzò” gli Ucraini, ma essi rimangono in ampia parte affini ai loro vicini Russi, per lingua, religione (russo ortodossa), ceppo etnico, storia. Inoltre, non si può non tenere conto della presenza di milioni di Ucraini in Russia (specialmente nelle regioni dell’alto Don e del Kuban) e viceversa la forte presenza russa nell’Ucraina meridionale e orientale, che fanno sì che sia difficile tracciare un confine netto tra le due nazioni.
In secondo luogo, le politiche di russificazione furono iniziate dagli Zar, ben prima dell’URSS, ma procedettero a fasi alterne. Nella prima metà del XIX secolo, ad esempio, i patrioti ucraini fuggiti dalla Galizia austriaca trovavano rifugio in suolo russo. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, fino all’inizio degli anni ’30, addirittura, era invalso un processo di ucrainizzazione, a favore della cultura e dell’identità nazionale ucraina, a partire dalla costituzione di una Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, cofondatrice dell’Unione e seconda per importanza solo alla RSFS Russa. Dopo Stalin, salirono al potere un ucraino, Nikita Chruscev, e un russo-ucraino, Leonid Brezhnev.
Anche la dekulakizzazione e la terribile carestia (Holodomor) causata dalla collettivizzazione forzata dell’agricoltura non possonopropriamente essere considerate un genocidio mirato a distruggere gli Ucraini, dato che colpirono tutta la parte meridionale dell’URSS, uccidendo anche Russi, Kazaki ed altri. Lo stesso numero dei mortiviene spesso gonfiato addirittura oltre i 10 milioni, quando più probabilmente, considerando le sole vittime ucraine in Ucraina si scende ad un terzo di questa cifra.
Viceversa,unmito da sfatare è quello di una pacifica occupazione dell’Ucraina da parte delle forze dell’Asse. Se è vero che inizialmente i Tedeschi furono visti come liberatori, tuttavia, questi non si fecero scrupolo di reprimere con la violenza ogni forma di resistenza, coinvolgendo la popolazione civile, e di sfruttare le risorse locali per il proprio sforzo bellico. Addirittura, il sistema sovietico di fattorie collettive fu mantenuto per rendere più efficiente la produzione agricola. Gli stessi nazionalisti ucraini dell’Esercito Insurgente Ucraino finirono per combattere anche contro i Tedeschi, nonostante vi fossero stati anche rapporti di collaborazione.Il costo dell’invasione tedesca ammontò a 6 milioni di civili e 1,7 milioni di militari ucraini morti.Non ho visto il minimo accenno a questa tragedia. Certo è che se si vuole far del negazionismo a buon mercato, cosa che nell’area non manca, pur di esaltare l’eroica crociata antibolscevica, è un altro discorso.
In sintesi, non è falso che vi siano state politiche di assimilazione da parte dei governanti russi, ma non possono essere addebitate alla sola URSS e la loro entità effettiva risulta alquanto esagerata da parte dei nazionalisti ucraini. Parlando di dati e cifre, secondo il censimento del 1926, 80% della popolazione dello Stato era di etnia ucraina, mentre nel 1939 questa percentuale era scesa al 76,5% e nel 1989 al 72,7%: un calo di proporzioni certo non drammatiche. Inoltre, nel corso degli anni, gruppi etnici misti, come i Cosacchi del Kuban, cessarono di identificarsi come Ucraini per considerarsi invece Russi, data anche la vicinanza tra queste due nazioni.

Il mito dell’autodeterminazione

Il secondo grave errore di valutazione riguarda l’attuale rapporto tra Federazione Russa e Ucraina. Si è parlato con incredibile leggerezza di «imperialismo russo», considerandolo equivalente a quello statunitense che attanaglia l’Europa. Addirittura, CPI, nella sua nota, afferma: «auspichiamo che gli ucraini lottino per avere uno stato sovrano, con una banca nazionale pubblica e una propria moneta, che faccia accordi commerciali con chicchessia ma nell'esclusivo interesse dell'Ucraina». Sarebbe bastato informarsi rapidamente, per rendersi conto che la Banca Nazionale di Ucraina è già pubblica[6],ed emette una propria moneta, la Grivnia.
Anche relativamente ai rapporti con la Russia, va detto che questi sono stati piuttosto alterni: solo le presidenze di Leonid Kuchma (1994 – 2005) e di Viktor Yanukovych (dal 2010) hanno mostrato una chiara vicinanza politica a Mosca. Entrambi, però, pur provenendo dalle regioni russofone, hanno cercato una conciliazione con il resto del Paese. Non a caso, nel 1999, il principale sfidante di Kuchma è stato il comunista filo-russo Petro Symonenko. Anche loro, infatti, hanno portato avanti politiche di apertura verso il libero mercato e gli investimenti stranieri, specialmente europei. Queste tendenze occidentaliste sono state più forti durante la presidenza di Leonid Kravchuk (1991 – 1994) e Viktor Yushchenko (2005 – 2010), i quali hanno assunto posizioni a volte antagoniste nei confronti della Russia, come il sostegno alla Georgia durante il conflitto del 2008 e la vicinanza alla NATO e alla UE, oltre alle dispute territoriali nel Mare di Azov e in Crimea. Insomma, è tutto fuorché uno Stato vassallo, come sostenuto da certi sciovinisti locali.
Che esista una forte interdipendenza economica tra Ucraina e Russia è un dato di fatto, eredità di secoli d’integrazione di queste regioni nello spazio russo, il quale ha lasciato una serie di questioni aperte al momento dell’indipendenza ucraina: prima di tutto, la presenza di armi nucleari e basi militari sovietiche, a partiredalla sede della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli. In secondo luogo, le industrie turistiche, cantieristiche, siderurgiche ed estrattive dell’Ucraina meridionale e orientale erano inserite nel sistema produttivo sovietico. Ad oggi comunque, il principale partner commerciale dell’Ucraina è l’Unione Europea, con il 26,6% delle esportazioni e il 31,2% delle importazioni[7], insieme con la Federazione Russa (rispettivamente 23,3% e 19,2%). Anche negli investimenti stranieri, la Russia è in compagnia di Stati Uniti, Germania e Olanda (la Shell). Anche la dipendenza dell’Ucraina, per oltre tre quarti, dal gas e dal petrolio russo è un’arma a doppio taglio, dato che questo Paese controlla parte degli oleodotti che collegano Russia ed Europa (da cui la necessità dei progetti North Stream e South Stream).
Perciò, non si vede proprio come si possa sostenere che la Russia eserciti un dominio imperialista sull’Ucraina o limiti in qualche modo la sua sovranità. È vero che c’è una base militare a Sebastopoli, città abitata in grande maggioranza da Russi, regolarmente affittata per vent’anni dal 1997 al 2017, tuttavia non è forse lo stesso per la Siria, dove vi sono installazioni navali russe a Tartus? Eppure, nessuno si è sognato di dire che la sovranità siriana sia oppressa dalla presenza militare russa. Tanto meno, ciò può essere paragonato all’occupazione militare dell’Europa occidentale (in particolare Germania e Italia), seguita all’invasione statunitense. D’altra parte, Bielorussia e Kazakistan, membri a tutti gli effetti dell’Unione Eurasiatica, e stretti alleati della Russia, conservano gelosamente la propria sovranità, rimanendo più indipendenti di quanto non siano i vari Paesi europei nei confronti della UE.
Infine, la presenza russa in Ucraina è stata erroneamente attribuita alle politiche sovietiche, ma anche questo non risponde al vero. Le regioni dell’Ucraina meridionale e orientali furono popolate da coloni russi già nel XVIII secolo, dopo che la sconfitta dei Tartari e dei Turchi che controllavano l’area. Circa un secolo dopo, lo sviluppo industriale attirò numerosi immigrati provenienti dalle regioni ucraine più interne. Tuttavia, ancora durante la guerra civile russa, nemmeno i nazionalisti ucraini rivendicarono la Crimea e la costa del Mar Nero, territori che erano peraltro occupati dalle Armate Bianche zariste, mentre le forze nazionaliste ucraine controllavano i territori occidentali e settentrionali, divisi poi tra Polonia e URSS.Questi territori furono comunque annessi alla R.S.S. Ucraina dopo la Guerra Civile, seguiti dalla Crimea nel 1954, ad opera dell’ucraino Chruscev, e in parte ucrainizzati.
Quindi, oggi, in Ucraina vi è una popolazione mista tra Ucraini ucrainofoni, Ucraini russofoni e Russi veri e propri. Questi ultimi, secondo l’ultimo censimento (2001), ammontavano al 17,2% della popolazione, mentre i russofoni totali erano il 30% della popolazione, per un totale di oltre 5 milioni di Ucraini che parlano principalmente russo. Russi e russofoni sono maggioritari solo in Crimea e nelle province di Donetsk e Luhansk, ma superano il 10% in tutte le province orientali e meridionali, e costituiscono un quarto della popolazione di Kiev.Questo mostra che candidati “filorussi” alla Presidenza come Kuchma, Yanukovych, e persino il comunista Symonenko, hanno goduto di un consenso decisamente più ampio rispetto alla semplice minoranza etnolinguistica, pur avendo la loro base elettorale in queste regioni.
Anche la presunta antipatia degli Ucraini nel loro insieme verso i Russi è minore di quanto non si affermi. Secondo un sondaggio, il 96% degli Ucraini avrebbe una buona opinione dei Russi[8]. Si tratterebbe quindi di una minoranza della popolazione, per quanto forte e agguerrita, a voler «autodeterminarsi» rompendo i legami con la Russia, non certo della popolazione ucraina nel suo insieme. Senza contare che l’assimilazione forzata o la cacciata dei Russi autoctoni, sarebbe moralmente deprecabile e difficilmente praticabile.

Il mito della Terza Via

Il grande totem dietro cui i neofascisti italiani si sono trincerati per giustificare la loro posizione è quello della terza posizione. Il problema è che questo modello aveva senso in un mondo bipolare. Tra il 1917 e il 1989, la presenza di un fronte comunista internazionale, guidato dalla superpotenza sovietica, opposto alle democrazie liberali e capitaliste dell’Occidente, poteva giustificare la costruzione di una terza via nazional-rivoluzionaria ed europeista.In realtà, già la scelta hitleriana di tradire l’alleanza con l’URSS per combattere su due fronti, si era rivelata materialmente insostenibile, e quindi catastrofica.
Nel dopoguerra, la presenza di due blocchi,per alcuni versi equivalenti,costituiva l’occasione per il sostegno meditato sia alle varie esperienze terziste (es. la Jugoslavia di Tito o l’India di Nehru), sia ai tentativi di autonomia all’interno dei blocchi (es. la Francia di De Gaulle o la Romania di Ceausescu), ma anche alle battaglie che indebolivano le due superpotenze, come la resistenza di Cuba o del Vietnam oppure dell’Afghanistan e dell’Ungheria. Nonostante la vittoria finale dell’Occidente, grazie anche alla sua capacità di dividere i suoi nemici (ragion per cui non è facile agire come una terza forza), questa prassi aveva liberato spazi di autonomia e sovranità nazionale rispetto agli imperialismi occidentali o sovietico.
Oggi, però, viviamo in un mondo unipolare dominato dall’egemonia politica, militare ed economica dell’Occidente liberalcapitalista, guidato dagli Stati Uniti. Le forze multipolari che avanzano, con i BRICS in testa, non sono ancora in grado di fronteggiare apertamente il nemico. Non lo è la Cina, ancora confinata nelle proprie acque territoriali, né la Russia, la cui potenza militare è un’ombra rispetto all’URSS. Non esiste quindi nessuna “seconda posizione”, da contrastare. La pretesa di una terza posizione, quindi, finisce per favorire il più forte.
Nel caso ucraino, vediamo chiaramente, che lo sforzo militante dei nazionalisti, i meglio organizzati e i più aggressivi nelle piazze, finora ha portato alla scarcerazione della Timoshenko, un’oligarca corrotta tanto quanto Yanukovych, e al predominio del suo partito e di quello del cittadino tedesco Klitschko.Bisognerebbe peraltro esaminare quanto le proteste siano rivolte contro il precedente governo, insostenibile anche agli occhi di Mosca, e quanto invece siano mosse da un’autentica avversione anti-russa, che è più probabilmente retaggio di una minoranza ideologizzata.
Le cose non vanno certo meglio per il principale partito nazionalista (l’unico presente in Parlamento), Svoboda. Nelloro programma,si dicono apertamente disposti a negoziare l’ingresso nella NATO e achiedere sostegno agli USA e al Regno Unito per difendere l’Ucraina e costituire un arsenale nucleare, nonché a militarizzare e rafforzare il Paese in chiave antirussa, concedendo addirittura basi militari alla NATO[9]. Inoltre, vorrebbero rafforzare i legami economici con la UE, incuranti dei disastri causati dalle politiche finanziarie europee in Paesi come la Grecia. Questi presunti nazionalisti sostengono senza mezzi termini l’assoggettamento della loro nazione!
Mentre FN si dichiara vicina a Svoboda, CPI simpatizza per movimenti più estremisti come SpilnaPrava (“Causa Comune”) ePravySektor (“Settore Destro”), i quali sono effettivamente fautori di una terza posizione equidistante tra Occidente e Russia, e intendono «utilizzare la strategia evoliana del “cavalcare la tigre”, cercando di utilizzare l’ondata di proteste e dirigerle verso posizioni rivoluzionarie nazionaliste». Tuttavia, essi stessi ammettono che «il “Right Sector” è però praticamente senza risorse economiche, perché non è sostenuto da nessun oligarca». L’affermazione più grave è però quella secondo cui «riteniamo comunque l’attuale opposizione liberale come un male minore e la consideriamo come un alleato temporaneo». In questo modo, si prestano ad essere loro stessi sfruttati come bassa manovalanza dalle forze liberali.
Ragioniamo però per assurdo e ipotizziamo che, nonostante tutto, i nazionalisti riescano a prendere il potere. Come sposterebbero la bilancia commerciale del Paese, già adesso in equilibrio tra Europa e Russia? Come tratterebbero la cospicua minoranza russofona, specie alla luce dei numerosi proclami riguardo alla destituzione del russo dallo status di lingua ufficiale? Se dovessero, come è probabile, peggiorare i rapporti con la Russia, come reagirebbero, se non intensificando i rapporti con l’Occidente, entrando quindi a far parte della sfera europea? Queste sono domande che ci si dovrebbe porre prima di manifestare il proprio sostegno, non dopo, una volta che il danno è fatto!
In conclusione, la causa nazionalista ucraina non pare certo nelle condizioni, visto il contesto politico e internazionale, di trasformare l’Ucraina in una potenza autonoma. Rinnegare la naturale alleanza alla pari con la Russia, non può che gettare il Paese nelle grinfie della più forte alleanza atlantica. Da vent’anni, la NATO avanza verso oriente, installando basi militari volte a minacciare e strangolare la Federazione Russa. Non si farà quindi sfuggire nessuna occasione per soggiogare l’Ucraina, a maggior ragione, se questa pretende di combattere da sola.L’«indipendenza ucraìna nella collaborazione ferma con la Russia di Putin» di cui parla Adinolfi non potrà certo essere realizzata da chi esprime posizioni antirusse!
D’altra parte, per la Russia, la caduta dell’Ucraina costituirebbe una grave sconfitta, con ripercussioni anche sugli altri teatri di resistenza contro l’imperialismo statunitense. Senza la base navale di Sebastopoli risulterebbe indebolita proprio la stessa Flotta del Mar Nero, deputata alle operazioni nel Mediterraneo, a sostegno della Repubblica Araba di Siria. Allo stesso modo, la presenza di basi atlantiche o uno stato di guerra civile in Ucraina indebolirebbero la potenza russa, già costretta alla difensiva, impedendole di rinforzare adeguatamente la Siria o l’Iran o l’America Latina.Coloro che, con una serie di iniziative e manifestazioni, finora hanno sempre sostenuto Assad e il suo popolo, dovrebbero tenerlo bene a mente.

Conclusione

In fin dei conti, ciò che colpisce è come molti neofascisti abbiano ragionato in termini non già politici, bensì tribali. Lo stesso errore compiuto da ampia parte della sinistra radicale a proposito delle fantomatiche masse proletarie arabe viene ora commesso dalla loro controparte. Adinolfi parla apertamente di «abbandonare le categorie del tifo e anche quelle dell’astrazione teorica per raggiungere un’empatia reale con chi ci è idealmente ed antropologicamente affine». Si tratta, sic et simpliciter, della rinuncia all’analisi razionale in nome di legami istintivi e personali, della negazione del realismo politico in favore dell’utopia romantica!Non basta riconoscersi in un comune universo di simboli o condividere ideali astratti per combattere fianco a fianco: sono le scelte concrete quelle che contano. E non è certo abbattendo le statue di Lenin o minacciando i negozianti ebrei, che si conduce una politica autenticamente nazional-rivoluzionaria e anticapitalista!
Bisognerebbe avere il coraggio di rompere anche con i presunti nazionalisti se si dimostrano essere strumenti del nemico. Invece, si presume che, solo perché sono “idealmente e antropologicamente affini” (senza tener conto delle differenze etnoculturali!) e indigeni del luogo, le loro narrazioni e le loro esperienze siano da prendere come oro colato. Questa è una grave ingenuità, che non può essere giustificata dalla pretesa attualista di anteporre la prassi alla teoria, pena il cadere in errori marchiani come questo. Naturalmente, il mio discorso presuppone che si tratti di una serie di equivoci e di malintesi, comprensibili se solo si tiene conto di quello che è il livello generale del neofascismo italiano.Se fossi più cinico o prevenuto, ammetterei senza mezzi termini che quest’area non è altro che la bassa manovalanza dell’atlantismo e della borghesia.

martedì 25 febbraio 2014

STEVE SYLVESTER (DEATH SS): La nostra resurrezione, dopo 9 anni in Toscana!


INTERVISTA A CURA DI: ANTONELLO CRESTI
Ad alcuni mesi dalla uscita dello splendido come-back discografico "Resurrection", i Death SS tornano dopo 9 anni live in Toscana. SABATO 15 MARZO 2014 
DEATH SS LIVE AL "MUSIC PARK LIFE" A BIENTINA (PI)
1) Sono oramai passati diversi mesi dal vostro ritorno discografico. Quale è il bilancio che fai?

 RESURRECTION è stato ben accolto e recensito praticamente ovunque, e questa è sicuramente una soddisfazione! Non sono al corrente dei dati relative alle sue vendite, ma personalmente sono molto contento di come stanno andando le cose... 

2) I Death SS sono tornati anche dal vivo con una serie di concerti scelti con accuratezza. Vedendo il pubblico ti sembra  che il vostro audience sia rimasto quello "storico" o che ci siano nuove aggiunte?

Sicuramente entrambe le cose! Come sai noi abbiamo sempre preferito fare poche date di qualità in locali selezionati che potessero permettere lo svolgimento del nostro spettacolo piuttosto che suonare ovunque in condizioni "precarie". Il pubblico è sempre stato caldo e numeroso, sia che si trattasse di vecchi fan che di nuove leve che non ci avevano ancora mai visto dal vivo...


3) Vi sarete incrociati con altre band in queste esperienze. Recentemente mi dicevi che raramente ascolti nuove proposte musicali. Il live ti ha consentito di ovviare a questa mancanza? Qualcuno ti ha colpito?

Per motivi logistici non sempre abbiamo potuto suonare con delle bands come opening acts. Inoltre la maggior parte delle volte mentre si esibiscono gli altri gruppi io sono nel backstage intento in mille preparativi e non mi posso concentrare  nell'ascolto. Comunque ti posso dire che quello che sono riuscito a sentire mi ha molto favorevolmente colpito. Il livello qualitativo è stato sempre alto!

4) Tornate dal vivo in Toscana, la tua/vostra patria elettiva da molto tempo, dopo 9 anni. Ci dobbiamo aspettare uno show "speciale" per colmare la lunga attesa?

Siamo molto carichi per questa data e stiamo lavorando per fare in modo che sia memorabile per tutti quelli che ci verranno a vedere... I presupposti ci sono tutti!

5) Personalmente, ascoltando il vostro ultimo "Resurrection", confermo la sensazione di un lavoro unitario all'interno di una reiterata varietà. C'è però un brano che per te riassume meglio di altri il senso di questo ritorno? Perchè?

Difficile per me esprimermi in questo senso.. Come hai detto tu si tratta di un lavoro dalle varie sonorità, ognuna delle quali esprime un aspetto  della nostra attuale essenza musicale. Io vedo RESURRECTION nella sua globalità, non riesco a scinderlo in episodi separati...
Giusto per farti un esempio, l'EP "EATERS" esprimeva e sviluppava con altri brani inediti composti per l'occasione, il nostro lato più "cinematografico", mentre con l'EP successivo, "DIONYSUS" ci iamo concentrati sul nostro lato più goth...  Sono tutti vari aspetti del nostro essere "DEATH SS", e non riesco a preferirne uno in particolare...

ELISABETTA ZAZZA: Sandro Pertini, l'esempio dimenticato


24 febbraio 1990, muore a Roma Alessandro Pertini, detto Sandro. Nato il 25 settembre 1896 a Stella, in provincia di Savona, quarto di cinque figli. Compie i primi studi presso il collegio salesiano di Varazze e frequenta il liceo a Savona, quindi si iscrive all’università di Genova dove si avvicina ai socialisti e all’ambiente operaio ligure. Chiamato alle armi nel 1915, rifiuta di partecipare al corso ufficiali; gli viene comunque imposto nel 1917 il grado di tenente e, alla testa di una compagnia di mitraglieri, si distingue sul fronte della Bainsizza e viene decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Militante socialista dal 1918 nella sezione di Savona, nel 1921 è tra i delegati al congresso di Livorno che sancisce la nascita del Partito Comunista d’Italia, e nel 1922 aderisce al Partito socialista unitario. Si laurea a Modena in giurisprudenza nel 1923 e in scienze politiche e sociali nel 1924.
Pertini si distinse per la sua dura opposizione al fascismo, per il quale subì diverse condanne. Il 31 ottobre 1926, dopo un’aggressione squadrista particolarmente violenta, fu condannato a cinque anni di confino. Abbandonò Savona per Milano e per sfuggire alla cattura si rifugiò a Parigi e poi a Nizza, dove installò una stazione radio clandestina dalla quale effettuava trasmissioni antifasciste. Scoperto dalla gendarmeria locale, venne condannato a una breve pena. Rientrato in Italia clandestinamente nel 1929, fu arrestato e nuovamente processato dal tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannato a 11 anni di reclusione; dopo un anno di detenzione sull’isola di Santo Stefano, a causa delle precarie condizioni di salute fu trasferito nella casa penale di Turi, dove incontrò Antonio Gramsci, quindi nel 1932 passò al sanatorio giudiziario di Pianosa.
Intanto le sue condizioni si aggravarono ulteriormente, ma ciononostante nel 1933 rifiutò di impetrare la domanda di grazia presentata alle autorità dalla madre. Nel 1935 venne inviato al confino, prima a Ponza, poi nel 1940 a Ventotene, dove incontrò, tra gli altri, Pietro Secchia,Altiero SpinelliUmberto TerraciniErnesto Rossi. Liberato nel 1943, poco dopo l’8 settembre, partecipò alla difesa di Roma. Entrò in clandestinità, ma venne arrestato a Roma nell’ottobre dello stesso anno dalle SS e condannato a morte; riuscì però a fuggire da Regina Coeli insieme a Giuseppe Saragat grazie all’azione dei partigiani dei Gruppi di azione patriottica. Trai i massimi dirigenti militari dei Comitato di liberazione nazionale (CLN), guidò la liberazione di Milano del 1945 e il 25 aprile in un messaggio radiofonico chiamò la popolazione all’insurrezione: “Cittadini, lavoratori, sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.

Per le sue attività durante la Resistenza, e in particolare per la difesa di Roma e le insurrezioni di Firenze e Milano, venne insignito della medaglia d’oro al valore militare. Conclusa la lotta armata, si dedicò alla vita politica e al giornalismo. Divenne segretario del Partito socialista nel 1945. Nell’Italia repubblicana fu senatore per la prima legislatura e poi deputato, consecutivamente, dal 1953 al 1976. L’8 luglio 1978 Pertini divenne il settimo Presidente della Repubblica Italiana dopo una votazione parlamentare in cui ottenne la più ampia maggioranza della storia italiana (al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995). In un momento difficile per il paese, svolse il suo incarico con grande equilibrio ed efficacia, guadagnandosi un ampio consenso popolare e notevole considerazione internazionale.
Fu un Presidente forte, carismatico, spesso burbero, ma sempre apprezzato per il suo modo di fare schietto e ironico, per l’onestà intellettuale e per la sua costante presenza nella vita pubblica italiana, sia nelle situazioni piacevoli che nei momenti più difficili. È stato definito come il “presidente più amato dagli italiani”, inaugurando un nuovo modo di rapportarsi con i cittadini, con uno stile diretto e amichevole («amici carissimi, non fate solo domande pertinenti, ma anche impertinenti»). La sua schiettezza e la sua pragmaticità si rifletterono anche nella sua azione politica e istituzionale, che lo facevano apparire come un presidente che puntava alla concretezza, rifiutando compromessi e imponendosi con il suo rigore morale. Sobrio e umile, Pertini fu tra i presidenti che scelsero di non abitare nel Palazzo del Quirinale e mantenne la propria residenza nel suo appartamento romano, una mansarda di 35 m² che si affacciava sulla Fontana di Trevi.
La sua vita politica fu interamente dedicata alla lotta per la giustizia sociale e alla difesa della democrazia. I suoi discorsi, i suoi interventi, la sua vita e il suo esempio restano pietre miliari per un ideale politico che oggi – nel momento in cui dovremmo farne più tesoro – sembra essersi perduto nel nulla, corroso dal virus della spettacolarizzazione televisiva che tutto assolve e dissolve nel credo dell’apparenza a caro prezzo. Invece bisogna crederci, lottare e osare nella politica come nella vita, questa è l’essenza del grande insegnamento di Pertini: “Nella vita a volte è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza

lunedì 24 febbraio 2014

ANDREA SCANZI: Le supercazzole di Renzi dalla A alla Z


A come “auto”, semplice e comune per suscitare empatia con l’elettore: dunque Smart, o al limite Giulietta. “A” come “ambizione”, dichiaratamente “smisurata”. E “A” come “alibi”, che non esiste più: “Questo governo risponde solo a me. Se sbagliamo è colpa mia, solo mia. Se c’è una responsabilità è mia, punto. Non ci sono più alibi”. 
B come “baldanza”, parola che non si sentiva dai tempi di Badoglio, ma che Renzi ha sfoderato presentando la lista di ministri. B come “bolle”, l’effetto che suscitava in Renzi il sentir parlare di rimpasto (poi ha cambiato idea: ogni tanto gli capita). E “B” come “bomba”, il soprannome con cui lo chiamavano i compagni di classe per la propensione a spararle grosse. Almeno in questo non è cambiato: coerente in niente, se non nella bugia. 
C come “cazzaro”. “Resta il numero uno, è in forma strepitosa, un cazzaro insuperabile”. Renzi parlava del suo maestro Berlusconi, ma forse recensiva anche se stesso.
D come “discontinuità”, che Renzi voleva sottolineare con la scelta di Gratteri alla Giustizia: “È il segnale più importante della discontinuità che intendo dare al mio esecutivo”. Quel segnale non c’è stato. E “D” come “De Gasperi”, l’unico che ha guidato un governo con meno ministri (“Ma non è una competizione, nessuno gli si può paragonare”).
F come “fareeeee”, pronunciato rigorosamente alla Crozza. “Ce la faremo. Un impegno: rimanere noi stessi, liberi e semplici”. E un altro impegno, quello sì mai disatteso: non dire niente, ma dirlo bene.
G come “Gratteri” e “Giustizia”. Era la sfida più grande di Renzi a Napolitano: è andata male. Respinto con perdite, e un misero gol della bandiera chiamato Mogherini.
H come hashtag. Twitter è per Renzi il regno supremo della supercazzola del cambiamento. Qualche esempio: #cambiareverso, #proviamoci, #cominciamoildomani, #lavoltabuona. E soprattutto #comefosseantani.
I come “Italia”. “Un paese semplice e coraggioso”. Che sia coraggioso, è acclarato. Che sia semplice, lo pensa solo Renzi.
J come “Jovanotti”, amico e guru di Renzi, e la sua grande chiesa che come noto “parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa”. E magari, già che c’è, passa anche da Rignano sull’Arno. 
K come “Keating”, il professore de L’Attimo fuggente. Una delle citazioni preferite di Renzi, insieme (quando vuole darsi un tono) a Righeira e Moncler.
L come Letta. Molto gioioso il passaggio di consegne di ieri, non si vedeva un tale affetto reciproco dai tempi di Caino e Abele. Per quanto disastroso, l’ex Premier non ha però tutti i torti a non “stare sereno”. I voltafaccia di Renzi non si contano più: “Mai al governo senza il voto”, “Non farò le scarpe a Letta”, “Mai più ricatti dai piccoli partiti”, “Basta Alfano nella squadra”, “Dureremo fino al 2018”. Eccetera.
M come “Movimento 5 Stelle”. Il vero nemico di Renzi. Dopo lo streaming ha twittato: “Mi spiace tanto per chi ha votato 5Stelle. Meritate di più, amici. Ma vi prometto che cambieremo l’Italia, anche per voi”. Metà Italia lo ha applaudito, l’altra metà ha contattato un avvocato per sporgere querela per diffamazione (l’insulto risiederebbe nella parola “amici”).
N come “Napolitano”, che Renzi vorrebbe in cuor suo rottamare ma al momento pare il contrario. E dunque “N” come “nuovo”, cioè come “niente”.
O come Orlando. Il neo-ministro della Giustizia. L’ennesimo inchino a Re Giorgio. L’ennesimo regalo a Berlusconi. 
P come “palude”, espressione democristiana per una narrazione 2.0 che non disdegna stilemi dorotei. E “P” come “Peppa Pig”, una delle fondamenta intellettuali di alcuni renziani. Così Marianna Madia, subito dopo la nomina a Ministro della Pubblica Amministrazione: “Non ho seguito i commenti politici, stavo guardando Peppa Pig”. Parole forti. 
Q come “quota rosa”. Renzi, attentissimo alla pagliuzza affinché essa ridimensioni la trave, ha abbassato come nessuno l’età media di un governo e portato al 50% la presenza di donne. È un aspetto su cui fa leva anche quando si rivolge agli elettori. Prima le donne, poi gli uomini: “Italiane e italiani”, “Cittadine e cittadini” (“Compagne e compagni” è già più desueto). 
R come “rifiuti”, che Renzi ha collezionato prima di scegliere i titolari: da Farinetti a Baricco, da Prodi ad Andrea Guerra. Anche per questo, fatti salvi rari casi, ha dovuto schierare panchina e tribuna. E “R” come “rivoluzione”. “Renzi mi è sempre piaciuto perché è un rivoluzionario come me e non nascondo che Berlusconi si rivede in lui”. Chi lo ha detto? Micaela Biancofiore. Auguri.
S come “speranza”, intesa sia come continua sottolineatura renziana di un lieto fine di là da venire (contrapposto al “cupismo pessimistico” dei 5 Stelle), sia come “Roberto Speranza”: in uno squadrone simile, un fenomeno di quella portata non avrebbe sfigurato.
T come “tapioca”, ovviamente prematurata e con scappellamento a destra. 
U come “ultimi”, riferito non ai vinti e ai dimenticati ma “agli ultimi trent’anni”. Secondo Renzi, il suo è infatti il governo “più di sinistra” dall’84 a oggi. E in effetti, tra lobby di Cl, Coop e Confindustria, sembra davvero di essere circondati da Gramsci, Gobetti e Berlinguer.
V come “vento”, evocato per spiegare la pugnalata a Letta: “Se il rischio lo dobbiamo correre anche noi, la disponibilità a correre il rischio deve essere presa con il vento in faccia“.
W come “Walt Whitman”, sparato per rimarcare il proprio coraggio: “Due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta”. Pare però improbabile che il poeta si riferisse qui alla conferma di Lupi e Franceschini. Va poi aggiunto come quei versi, scoperti ne L’attimo fuggente e pure mal citati, non siano di Whitman ma di Robert Frost. Renzi ha detto che sono i suoi versi preferiti: figuriamoci gli altri.
Z come “zero”. L’attuale livello di coerenza e novità denotato da Renzi dopo l’elezione a segretario Pd. Più che stare sereno, forse è il caso che cambi rotta: #matteocambiaverso.

fonte: Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2014 

STEFANIA MASSARI: Sant'Agostino e la risorgenza dell'essere dell'uomo



Ho riletto recentemente Agonia
dell'Europa di Maria Zambrano. Sono rimasta davvero sconcertata dalla
sorprendente attualità di questo breve ed aureo libretto, scritto
durante la quieta calura di un'estate del 1940. E ho pensato ad
Agostino, che l'autrice propone come antidoto ad un veleno, che la
stessa sentiva che stesse sconquassando dall'interno la compagine di
un intero popolo, che si prefigurava "idealmente" europeo,
ma non ne aveva ancora i presupposti necessari. "Di fronte alla
tragedia dell'Europa", si domanda la Zambrano, "quale
europeo potrà fare a meno di piangere da solo o a voce alta, cioè
di iniziare almeno una confessione?". M. Z. verga quelle pagine
accorate e profetiche con dolorosa lucidità, partendo dalla
percezione di un rancore sottile e diffuso che stava frammentando le
comunità e le generazioni. Siamo nel pieno della violenza delle
guerre mondiali e l'Europa agonizza. L'idea dell'Europa agonizza.
Sembra il rancore di quegli adoratori del successo, dice la Zambrano,
di coloro che neanche si fanno domande intorno a chi servono. Non c'è
la forma e la figura della "permanenza" cui tributare la
propria lealtà.
Un altro motivo di decadenza è la
servitù incondizionata resa ai fatti, senza integrità e senza
verità. Non c'è più quella pazienza dell'"astrazione"
rispetto alla santificazione dei fatti, cui solo un eroico ideale può
aspirare. Vige una completa "mancanza di solitudine, di spazio
libero e puro all'interno della coscienza" (pag. 14). E quella
mancanza di "impeto dell'intelletto" è essa stessa un
mostro vacuo che avvelena col suo morso il sociale in tutti i suoi
aspetti. Eppure sant'Agostino, ricorda la Zambrano, nelle sue
Confessioni, presenta un Dio che fa nascere e rinascere le cose dal
nulla. Un Dio creatore che parla accoratamente ad un uomo, sua
immagine, sua intima somiglianza. Un Dio capace di muovere il mondo a
partire da un'idea. Un Dio dell'anti-idolatria radicale. E
Sant'Agostino, sottolinea M. Z., narra di quel Dio mentre racconta se
stesso. Sant'Agostino si confessa, comunica se stesso, e così
facendo parla di quel Dio. Ma l'Europa non lo comprende. Essa scambia
con tutta semplificazione quell'esigenza di autopurificazione e di
autoemendazione per violenza. E per di più, scambiando quell'atto
creatore per la più grande delle prevaricazioni.
Ma Agostino, ricorda la Zambrano, quasi
rassicurando un lettore dei nostri tempi, "quel santo che ha
rischiarato il mondo antico sognando una nuova 'misura'; e che ci
presenta il disegno della nuova fede, la figura della nuova vigenza,
è anche un filosofo"...Sì, grazie a Dio è un filosofo, sento
di farle eco, con cuore rinfrancato...