venerdì 24 gennaio 2014

ANTONELLO CRESTI: I Beach Boys e la "mistica della California"



Il 2012, che segnava i primi cin­quanta anni della sto­ria della «ame­ri­can band» per eccel­lenza, i Beach Boys, ha riba­dito ancora una volta gran­dezze e mise­rie di que­sto gruppo che, nato quasi come gioco tra parenti e amici in una pic­cola cit­ta­dina della Cali­for­nia, ha finito per risul­tare tra i più amati e noti della intera sto­ria del rock. Il 2012, infatti, ha ripor­tato, in stu­dio, con un nuovo album dopo circa venti anni di silen­zio disco­gra­fico, e sui pal­chi di tutto il mondo, i super­stiti di que­sta lunga avven­tura, apparsi ancora una volta all’altezza della loro leg­genda, ben­chè segnati senza mise­ri­cor­dia dal tempo e dalle nume­rose e vele­nose vicis­si­tu­dini legali che hanno messo per anni i «boys» uno con­tro l’altro. Il surf insomma ha potuto cele­brare una enne­sima gio­vi­nezza e quella «estate senza fine» can­tata da Wil­son e com­pa­gni è sem­brata ancora una volta realtà! Pec­cato però che, pro­prio a con­clu­sione del reu­nion tour, il front­man Mike Love, il sem­pli­ciotto dalla voce nasale e dalle sim­pa­tie repub­bli­cane, abbia pen­sato bene di tron­care il rin­no­vato soda­li­zio con il «genio» Brian Wil­son, per potersi di nuovo con­cen­trare sulla dimen­sione di puro revi­val a lui più con­ge­niale… Si è trat­tato, insomma, dell’ennesima pagina oscura di que­sta band cono­sciuta dai più per le «good vibra­tions», ma, para­dos­sal­mente, segnata invece da lutti, scon­tri e dolori assortiti…Que­sta dico­to­mia così forte tra la fan­ciul­le­sca feli­cità del pro­prio rifu­gio crea­tivo e le oscu­rità delle pro­prie vicende esi­sten­ziali, è pro­ba­bil­mente, pro­prio come fu per Mozart, l’ingrediente chiave che rende le com­po­si­zioni di Brian Wil­son espres­sioni asso­lute dell’arte della can­zone e dell’arrangiamento.Bene dun­que che si sia preso spunto da que­sto cin­quan­ten­nale per com­piere un nuovo salto nello scon­fi­nato archi­vio di regi­stra­zioni della band cali­for­niana e pub­bli­care un cofa­netto anto­lo­gico inti­to­lato Made in Cali­for­nia (6cd, Capi­tol Records) che, lungi dal voler ripro­porre ancora una volta il solito pugno di clas­sici con cui fare cassa, tenta di trac­ciare una visione alter­na­tiva dei Beach Boys attra­verso rarità, inci­sioni alter­na­tive e docu­menti live. Made in Cali­for­nia infatti suona esat­ta­mente non come una col­le­zione o un «grea­test hits», ma, come una «sto­ria» della più influente band ame­ri­cana di tutti i tempi, un tor­tuoso iti­ne­ra­rio che ci riporta indie­tro nel tempo fino al 1962, per poi riper­cor­rere tutte le fasi evo­lu­tive della band, sfug­gendo sem­pre da ste­reo­tipi con­so­la­tori. Quello che infatti emerge da que­sto box anto­lo­gico, bello quanto neces­sa­rio, è la pro­fonda dif­fe­renza, tal­volta reale incom­pa­ti­bi­lità, degli sti­moli crea­tivi appor­tati da cia­scun pro­ta­go­ni­sta del gruppo nell’arco degli anni… Un calei­do­sco­pio che stor­di­sce, può per­sino irri­tare, ma che alla fine non può non affa­sci­nare! Ecco dun­que come i primi inge­nui inni alla filo­so­fia surf si tra­mu­tano ben pre­sto in malin­co­nici qua­dretti di arti­gia­nato pop di squi­sita fat­tura, per poi toc­care i deliri psi­che­de­lici del leg­gen­da­rio album mai uscito Smile (nume­rosi gli estratti pre­senti in Made in Cali­for­nia) e infine sfo­ciare in una fram­men­ta­zione sti­li­stica frutto soprat­tutto della lunga fuga dalla realtà di Brian Wilson.Dagli anni set­tanta in poi infatti vedremo emer­gere da un lato il talento cri­stal­lino, ma sco­stante, del ribelle Den­nis Wil­son, che morì per anne­ga­mento, imbot­tito di alcool e cocaina, nel 1983, oppure quello del fra­tello minore Carl, morto invece per tumore nel 1998, e dall’altro il cir­cense car­roz­zone nostal­gico pro­mul­gato da Mike Love (suoi alcuni degli epi­sodi più imba­raz­zanti di decenni di altri­menti lode­vole pro­du­zione artistica).Inu­tile riba­dirlo, i Beach Boys ancora oggi sono uno strano oggetto della sto­ria della musica gio­vane, amati cer­ta­mente, ma tal­volta non com­presi fino in fondo o addi­rit­tura guar­dati con sospetto dal medio ascol­ta­tore rock. Que­sto Made in Cali­for­nia, con i suoi 470 minuti di musica, potrà final­mente ricon­se­gnare al pub­blico, non cen­su­ran­done affatto certe con­trad­di­zioni, le reali dimen­sioni di una leg­genda musi­cale che con­ti­nua a diver­tire e com­muo­vere milioni di per­sone con le pro­prie can­zoni, pro­ve­nienti ora­mai da un’epoca lontana…

fonte: Il Manifesto 10/01/2014

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