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mercoledì 15 gennaio 2014

FABIO FALCHI: Il potere all'assalto del Nomos della Terra



Intervista a cura di Davide Gonzaga


E' da poco uscito per Anteo Edizioni il volume di Fabio Falchi “Lo spazio interiore del mondo. Geofilosofia dell'Eurasia” con prefazione di Claudio Mutti e introduzione di Valerio Meattini. Ne abbiamo approfittato per intervistare l'autore.
Nelle note riportate sul retro del volume si segnala la tua attività di redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. La rivista, che vede come direttore editoriale Claudio Mutti e direttore responsabile Alessandra Colla, vanta un Comitato scientifico di assoluto rilievo, di cui sono membri, per citare qualche nome, studiosi come Bruno Amoroso, Alberto Buela, Franco Cardini, Aleksandr Dugin e François Thual. Vuoi dirci allora, Fabio, qual è, a tuo avviso, il senso più generale di una rivista di questo tipo nel panorama culturale italiano? 


R) "Eurasia" è una rivista unica nel suo genere, almeno nel panorama culturale italiano. Infatti, non è solo una delle poche riviste di geopolitica pubblicate in Italia, ma rappresenta l'unico tentativo (indubbiamente riuscito) di superare gli steccati ideologici (non a caso hanno collaborato con "Eurasia" un Carlo Terracciano e un Costanzo Preve), al fine di comprendere le sfide del nostro tempo secondo un'ottica geopolitica. La geopolitica è intesa allora non come una (pseudo)scienza (oggi l'uso del termine "scientifico" non lo si nega più a nessuno e c'è più matematica nei testi di astrologia che in quelli di fisica!) né come mera geografia politica o come (assurda) descrizione "neutrale" dei conflitti politici internazionali del nostro tempo, ma come analisi oggettiva e rigorosa (ché il fenomeno varia in funzione della scala, ma varia solo in certi determinati modi) dell'azione politica nello spazio, ossia nei luoghi dell' "uomo abitante" e dell' "uomo produttore". Da qui, l'interesse non solo per quegli attori geopolitici che stanno cambiando l'immagine occidentale del mondo, ma anche per le questioni culturali e geofilosofiche, derivanti (in parte) da tale mutamento. In sostanza, a mio giudizio, la caratteristica fondamentale di "Eurasia" consiste nel privilegiare un approccio alla geopolitica che concepisce l'uomo non solo come "abitatore del tempo" ma anche e soprattutto come "abitatore dello spazio", e che si lascia alle spalle obsolete e incapacitanti categorie ideologiche per impegnarsi in un "discorso geopolitico" (e, sotto certi aspetti, anche metapolitico) in difesa di una alternativa multipolare.


D) I tuoi interventi sulla rivista si segnalano per una particolare attenzione ai temi filosofici.
In più di una circostanza hai preso in esame la figura di Giorgio Colli (noto in particolare per aver curato assieme a Montinari l'edizione delle opere di Nietzsche per Adelphi) intrecciandola con la filosofia islamica fino al tema dell'essere in Heidegger.
Ci vuoi spiegare come si legano questi temi con il tema della prospettiva dell' “unità spirituale” dell'Eurasia?


R) E' un argomento non facile, che non si può sintetizzare in poche righe. Qui basta ricordare che grande merito di Colli è stato quello di (di)mostrare che il Logos (la Ragione) dei Greci è "espressione" di qualcos'altro. (Questo è peraltro il senso autentico del "mistico" che non indica affatto qualcosa di torbido e irrazionale bensì qualcosa di "metarazionale" - non afferrabile cioè dalla coscienza ma anzi tale da strutturare e articolare nel profondo la stessa coscienza e quindi a fondamento del rapporto "soggetto-oggetto"). Inoltre un'opera come la “Sapienza Greca” mostra che vi è una "profonda" connessione  tra il pensiero dei Presocratici (ovvero dei sapienti greci") e la metafisica orientale (e prova, tra l'altro, che la nascita della filosofia non comporta una vera separazione/scissione ma solo una "distinzione" tra Europa ed Asia). Il mio interesse consiste allora, in particolare, nell'evidenziare il senso metapolitico del nostro “essere-nel-mondo” (ossia, secondo Heidegger, l'Esser-Ci, ove il Ci non può non rimandare ai luoghi che gli uomini con-dividono e in cui con-vivono)  alla luce di un senso dell'essere sottratto all'oblio della differenza ontologica (non ridotto ad essente tra gli essenti). In quest'ottica, cerco (come altri ovviamente) di prestare ascolto a quelle che sono le "parole dell'inizio" (nel doppio senso del genitivo: parole sull'inizio e parole che si originano dall'inizio – doppio genitivo che è pure indice di uno "squilibrio" inevitabile, da "mettere in forma" con "giuste" misure e proporzioni, ma tale da non poter mai essere eliminato). Naturalmente, tale “inizio” non concerne solo la Grecia arcaica, anche perché è sempre presente (benché certo non sia nel tempo). Sotto questo profilo, l' “unità spirituale" (da non confondere con quella geopolitica) dell'Eurasia non solo è testimoniata da una cultura plurimillenaria come dimostrano (ad esempio) gli studi di Mircea Eliade sul mito o la stessa opera di Colli, ma è "espressione" di quel nesso essenziale tra terra, abitare e produrre che ha caratterizzato ogni civiltà dell'Eurasia, compresa quella europea (ben diversa, sotto questo profilo, da quella  “angloamericana” od "occidentale") almeno fino a pochi decenni fa.


D) Veniamo ora al libro in questione, che  si compone di cinque capitoli.
Se, come si legge nelle note di copertina, la modernità ha mutato la relazione tra terra e mare quanto ancora oggi il pensiero geopolitico può incidere nella comprensione del mondo e quanto questa comprensione può determinarne un possibile cambiamento?


R) Nei primi due capitoli del mio libro - che è (in parte) una rielaborazione di alcuni articoli scritti per "Eurasia" ma anche una sorta di risposta a "Geo-filosofia dell'Europa" e “Arcipelago” di Massimo Cacciari - cerco appunto di mettere a fuoco il complesso rapporto tra terra e mare che contraddistingue la storia europea. Invero, l'apertura al "mare" è certo tratto distintivo della Grecia antica (la "scelta della flotta" da parte di Temistocle è all'origine dell'impero marittimo ateniese con tutto quello che seguì). Eppure, il mare è sempre stato "mare in mezzo alle terre" ("Medi-terraneo" significa questo) fino all'età moderna, allorquando (scoperte geografiche, rivoluzione tecnico-scientifica, genesi di uno spazio economico autonomo,  rivoluzione industriale) invece è apparso l'oceano e con quest'ultimo il "Leviatano scatenato". Sicché, si può parlare sì di civiltà europeo-occidentale, ma solo se il "trattino" indica una soluzione di continuità. (Ciò è evidente anche sotto l'aspetto militare dato che la vera "rivoluzione militare" in questo periodo si verificò in campo navale. Le navi europee armate di cannoni adesso potevano spazzar via senza problemi i sampan. Nel 1502 Vasco de Gama annientò una grande flotta musulmana con l’artiglieria delle sue caracche e caravelle. Da allora, le navi costituirono uno dei fattori decisivi della supremazia occidentale . Del resto, come insegna Carl Schmitt, furono proprio le scoperte geografiche ad essere decisive non solo per l'Europa ma per l'intero pianeta - l'"im-menso" spazio dell'oceano, tra l'altro, non potendo certo più essere un "mare in mezzo alle terre").
Indietro comunque non si torna. Lo sappiamo tutti e sappiamo pure che l'età dell'oro non è un'età storica. Non è mia intenzione nemmeno condannare il mondo moderno, ma mettere in questione un ben determinato modo di modernizzare (lasciando aperta la questione se si è già in qualche modo, come credo, al di là della modernità). D'altronde, soprattutto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, alla terra e al mare si è aggiunta l'aria. Il che significa non solo aerei, ma onde radio, tv, internet e quella occidentalizzazione che pare trasformare la terra in uno spazio privo di confini e di luoghi. Tutto ciò non è però senza connessone con il capitalismo. Ma appunto per questo, è necessario un nuovo nomos del terra, un nuovo modo cioè di abitare la terra (un nuovo "inizio"). Il che significa non cercare di costruire una terra senza il male, ma (prendendo atto della impossibilità di eliminare il conflitto, lo “squilibrio”che governa il nostro Esser-Ci) di piegare la potenza del “negativo” alla fondazione di un mondo in cui “con-vivere”, contrapponendo l’inesauribile dimensione dei possibili a quell’organizzazione sociale e politica che “maschera” la propria radicale contingenza, presentandosi come l’unica possibile per tutti i popoli della terra. In questa prospettiva, Eurasia allora si configura anche ("non" soltanto) come immagine archetipica dello "spazio interiore del mondo" (come lo definisce Rilke) di quel “punto irradiante” presupposto da ogni apparire, e che non può venir meno né con la secolarizzazione né con il nichilismo, perché non catturabile/dicibile totalmente da nessun ordine/discorso.


D) Uno di questi capitoli si intitola “Intermezzo: la supremazia del politico”. In un tempo come il nostro in cui la tecnica e l'economia sembra abbiano completamente spossessato la politica di ogni capacità di incidere sulla realtà esprimere addirittura un concetto come la supremazia del politico sembra in forte controtendenza. Quanto può oggi ancora incidere il politico? Quanto del tuo pensiero è debitore nei confronti di Gianfranco La Grassa?


R) Ci si può illudere di abolire il conflitto, come ci si può  illudere (ammesso e non concesso che si sia in buonafede) di abolire le guerre, magari definendole umanitarie. In questo senso chi pensa che l'Economico abbia preso il posto del Politico è fuori strada. Oggi l'Economico è Politico, sia pure  un Politico mistificato e mistificante. Il Politico si riferisce quindi, in primo luogo, non al sistema politico (partiti, Parlamenti etc.) ma alla funzione politico-strategica e a “chi” effettivamente la svolge. La stessa Tecnica non può esistere se non in funzione di una volontà di potenza. Ed il mercato stesso è di necessità in funzione (dei conflitti) di interessi contrapposti (di ceti sociali, gruppi o potenze in lotta tra di loro). In ogni caso, è chiaro che da un lato i fenomeni politici, economici e sociali li si debba “isolare” dal tutto per studiarli “scientificamente”,dall'altro bisogna che siano posti in relazione con la totalità di cui necessariamente sono parte, altrimenti la forma è “scientifica” ma la sostanza è mistificazione ideologica (è questo il limite gravissimo  delle cosiddette scienze sociali che si basano unicamente su statistiche, tabelle e diagrammi). Come negare, ad esempio, che per capire la politica statunitense occorre capire il significato politico dell'enorme apparato bellico degli Usa o quello di servizi potenti come la Cia o quello della oligarchia finanziaria? Comunque sia, per quanto concerne La Grassa, i suoi studi  sono essenziali per comprendere correttamente il rapporto tra il Politico e l'Economico , sulla base di una lettura critica dell'opera marxiana che ne valorizza gli aspetti non economicistici (ma la concezione economicistica contrassegna soprattutto il liberal-liberismo). La Grassa è consapevole come in epoca moderna la "lotta per il potere" avvenga soprattutto sul terreno economico, di modo che si può parlare (per essere più chiari) di una effettiva supremazia Politico-strategica dell'apparato tecnico-produttivo. Ma La Grassa mostra pure come anche il cosiddetto “marxismo occidentale” con il passare del tempo sia diventato (tranne alcune notevoli eccezioni) una “mistificazione ideologica”, funzionale (in buonafede o in malafede) alle strategie dei centri di potere d'oltreoceano. D'altra parte, che la sinistra (i limiti della destra liberale o cosiddetta “radicale” sono noti e non occorre insistervi) sia oggi la “guardia bianca” del finanzcapitalismo è evidente a chiunque.


D) Chiudo con Costanzo Preve. Da poco ci ha lasciato questo pensatore che tanto ha inciso e tanto ancora incide. In diversi interventi Preve ha insistito sulla distinzione tra economia e crematistica come pure sull'opposizione tra giusta misura e hybris. Sono concetti ancora oggi utili e necessari? Cosa ne pensi?


R) La crematistica e l'idea di giusta misura hanno articolato l'azione del Politico in Europa finché il Politico ha trattenuto il "mare in mezzo alle terre". Poi è cambiato tutto. L'Economico si è progressivamente scorporato dalla struttura comunitaria e (con la Rivoluzione industriale) ha aggredito come una metastasi ogni altro ambito vitale”.  Il capitalismo sempre più si configura come lo sviluppo illimitato dell'apparato tecnico-produttivo sulla base di un'economia o meglio di una società di mercato. Sembrerebbe quindi che la crematistica e l'idea di giusta misura appartengano al passato. Ma così non è. Anche per Preve, si tratta di incastonare l'Economico in un ventaglio di istituzioni culturali, politiche e sociali. Questo si pensava fosse possibile con il Welfare (lo credeva pure Karl Polanyi), ma negli ultimi vent'anni anche questa si è rivelata una pia illusione. Decisivo quindi è il riconoscimento dell'importanza della "forma" dello Stato e della lotta politica (si badi che per Aristotele l'uomo non è un animale sociale ma un animale politico -  e dove non c'è guerra non c'è polis!). Occorre rendersi conto che il conflitto geopolitico "sovradetermina" anche quello sociale (questo cioè dipende sempre più da quello geopolitico) e liberasi di schemi economicistici. In questo senso, anche se il comunitarismo di Preve (come quello di de Benoist) ha il merito di mostrare il legame  tra individualismo e liberal-capitalismo, mi pare ovvio che l'idea di comunità debba essere pensata oggi alla luce dei "grandi spazi”.
Certo vi è anche la terribile questione dell'occidentalizzazione della terra. Secondo alcuni comunitaristi il problema sarebbe allora quello di superare la società di mercato "limitando" lo sviluppo dell'apparato tecnico-produttivo. Da qui anche l'idea di decrescita, che pur meritando di essere valutata con attenzione, mi pare incentrata su una concezione ancora economicistica (o meramente quantitativa) e che non tiene sufficientemente conto del Politico. D'altro canto, il fatto stesso di riconoscere le “differenze” mi sembra che equivalga a porre dei limiti e a riconoscere dei confini, anche nell'epoca del “Grifo”. Ma se decisivo è opporsi alla "Grande Isola" d'oltreoceano, in quanto centro propulsivo dello sradicamento e della "macchina capitalistica", allora è probabile che dovrebbe essere la nozione di "asimmetria" , anziché di decrescita , a fare la differenza. Al riguardo, anche in Italia sarebbe ora di studiare seriamente la storia militare - ma separando il grano dal loglio (ossia dal politicamente corretto) - per capire meglio come funziona la "macchina capitalistica". Ed è appunto di questo che ora mi sto occupando, vale a dire di quel processo di occidentalizzazione della terra che vede la guerra, in quanto "regolamento bellico di conti" (in senso stretto), diventare parte di un conflitto assai più vasto. Un conflitto che nel mio libro ho trattato soprattutto in chiave geofilosofica ma che lo si deve necessariamente comprendere anche sotto il profilo politico-strategico.



sabato 21 dicembre 2013

ANDREA FAIS: L'Europa in balia delle onde atlantiche




Nel 1996 fu Samuel Huntington ad avvertire l'umanità che la fine della storia preconizzata da Francis Fukuyama qualche anno prima, sarebbe stata soltanto un'illusione temporanea in un pianeta ovattato dalla retorica clintoniana. Appena due anni dopo il crollo del Muro di Berlino, il Pentagono aveva già lanciato l'operazione Desert Storm in Iraq, inaugurando sul campo una serie di novità tattico-operative come l'offensiva simultanea e le integrazioni ICT. La Rivoluzione negli Affari Militari era nell'aria da tempo. Se ne parlava sin dall'inizio degli anni Ottanta anche in Unione Sovietica, dove il generale Nikolaj Ogarkov sosteneva con insistenza la necessità di modernizzare la dottrina militare puntando sull'alta tecnologia e sulla ricerca della supremazia convenzionale piuttosto che nucleare. La dissoluzione, però, portò via con sé tutti i programmi strategici del Cremlino, lasciando agli Stati Uniti, unica superpotenza rimasta, uno spettro di manovra di dimensioni globali.
Contrariamente alle promesse ventilate in un primo momento in sede di Consiglio Atlantico, il processo di finlandizzazione del continente europeo non è mai avvenuto. Anzi, tra il 1990 e il 2009 la NATO ha integrato, uno dopo l'altro, tutti i vecchi alleati di Mosca nel Patto di Varsavia (Germania Est, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Albania), oltre alle tre repubbliche baltiche ex sovietiche (Estonia, Lettonia e Lituania).
La disastrosa situazione balcanica all'indomani della dissoluzione jugoslava ha poi consentito a Washington di intervenire nella regione e di determinare nuovi equilibri tutt'ora instabili e precari: equilibri che, sbilanciatissimi in favore degli alleati bosniaco, kosovaro e albanese (grande contraddizione della cosiddetta “linea dura” adottata dalla Casa Bianca contro il terrorismo islamista), non hanno mai seriamente spento alcun focolaio di tensione interetnica e interreligiosa, lasciando aperto il campo al rischio di nuovi drammatici scontri armati.
Nel 2009 la NATO ha raggiunto i 28 membri e mantiene in essere le proposte di integrazione avviate con la Finlandia e la Georgia. Malgrado la pesante crisi economica cui sono sottoposti molti dei suoi Paesi aderenti, l'Alleanza continua ad impegnarsi e ad impegnare gli stati maggiori coinvolti: stando ai dati del SIPRI di Stoccolma, la somma delle spese militati sostenute nel 2012 dai singoli Stati membri supera abbondantemente i 1.000 miliardi di dollari. A questi vanno aggiunti anche i rilevanti dati dei Paesi non-NATO sostenuti e armati dagli Stati Uniti, come il Giappone, l'Arabia Saudita, la Corea del Sud o Taiwan, raggiungendo così circa 1.200 miliardi su una spesa militare mondiale annuale complessiva pari a 1.756 miliardi di dollari. Nel maggio 2012 il vertice di Chicago ha stabilito la linea-guida della Smart Defense che, come ribadito dall'allora segretario alla Difesa Robert Gates, significherà “fare di più con meno soldi”. Dal momento che senza risorse e investimenti non si realizza nulla, è logico supporre che nei prossimi anni una porzione significativa delle spese militari dell'Alleanza dovranno essere sostenute dai Paesi europei nel quadro di un effetto-travaso tra le due sponde dell'Atlantico settentrionale. L'Europa, dunque, dovrà fare di più, secondo quanto sostenuto sia da Gates che dal suo successore Leon Panetta.
È forse questa la spiegazione della linea di austerità decisa da Bruxelles negli ultimi due anni? Senz'altro l'Unione Europea si presenta oggi come un corpo senz'anima, priva di una precisa impalcatura politico-costituzionale ed ingabbiata nelle decisioni, spesso impopolari ed autolesioniste, di una tecnocrazia non eletta o comunque scarsamente rappresentativa dei bisogni dei cittadini europei. Unire l'Europa non è mai stato un obiettivo semplice nella storia e, malgrado i numerosi tentativi, i nazionalismi particolari da una parte e gli imperialismi nazionali dall'altra hanno sempre impedito la maturazione di un'idea confederativa autonoma e specifica per il Vecchio Continente. Insufficiente, quando non addirittura fuori luogo, l'intuizione liberale dei cosiddetti Stati Uniti d'Europa: uno slogan o, per dirla con Lenin, una “parola d'ordine” per rimediare superficialmente ai disastri del passato e alle contraddizioni interimperialiste del presente più che un serio progetto unitario finalizzato ad una vera trasformazione sociale, economica e strategica del continente europeo. Perfino Romano Prodi, tra i primi artefici dell'integrazione europea in Italia, registra oggi il fallimento del progetto iniziale e la necessità che i Paesi maggiormente in crisi si organizzino autonomamente per dare origine ad un blocco interno mediterraneo con lo sguardo rivolto verso Oriente, in primis Mosca, Pechino e Astana, luoghi dove il professore bolognese gode di grande stima e considerazione da alcuni anni a questa parte. Eppure, anche uno scandalo di vasta portata come quello del Datagate non è bastato a rimettere in discussione i rapporti tra l'Europa e gli Stati Uniti e riporre definitivamente in soffitta l'azzardato progetto dell'Area Transatlantica di Libero Scambio.
Dopo la cocente sconfitta diplomatica subita ad opera di Putin sulla questione siriana, Obama non può rischiare ancora. Per Washington perdere l'Europa significherebbe perdere l'ultima regione del continente eurasiatico su cui è in grado di esercitare un controllo capillare per mezzo della sua massiccia presenza militare e culturale. L'intero arco mediterraneo rappresenta dunque la porzione più esposta di quel territorio costiero (Rimland) che Nicholas Spykman considerava determinante già negli anni Quaranta, nel quadro del potere peninsulare che gli Stati Uniti avrebbero dovuto esercitare per impedire la formazione di vasti blocchi geopolitici concorrenziali in Europa e in Asia. Durante la Guerra Fredda era molto più agevole nascondere questi diktat strategici dietro la bandiera dell'anticomunismo, attorno alla quale fu reclutata la più bieca e fanatica manovalanza neofascista, islamista, panturchista o lamaista senza suscitare eccessivo clamore mediatico. Oggi, invece, l'emersione progressiva di un mondo multipolare e la compresenza di una serie di potenze non accomunate/accomunabili da uguali caratteri politici, religiosi o culturali complica il quadro internazionale. Di fronte all'incedere dei BRICS, il soft-power statunitense è spiazzato e la retorica dei “diritti umani” fa acqua da tutte le parti. Per la prima volta negli ultimi venti anni, il dominio comunicativo di Washington comincia a scricchiolare. Il network internazionale moscovita Russia Today, la prima emittente cinese CCTV coi suoi canali in lingua inglese, l'iraniana Press TV e tanti altri circuiti televisivi satellitari non occidentali vanno diffondendosi di pari passo con le potenzialità di quella rete internet che Washington pretendeva di poter utilizzare a senso unico per innescare, via e-mail o via twitter, mobilitazioni reazionarie contro governi non allineati alla NATO.
La stessa Europa, almeno sul piano economico, da alcuni anni ha inaugurato una fitta rete di scambi commerciali con la Russia e con la Cina. In particolare la Germania sembra poter godere di nuovi mercati di sbocco dove valorizzare la sua competitività industriale altrimenti compromessa o svilita nel contesto del mercato unico europeo. Tuttavia l'integrazione nella NATO costringe Angela Merkel a mantenere un atteggiamento ostile ed indisponente sul piano politico, come evidenziato dalle dichiarazioni provocatorie rilasciate recentemente in relazione alla crisi in Ucraina, dove gli interessi dell'Unione Europea vengono scaraventati direttamente sulle piazze pubbliche dai neonazisti di Svoboda e da altre forze antirusse. Tutto ciò smorza continuamente sul nascere il consolidamento in chiave politica delle reti commerciali alternative offerte dall'Oriente, che hanno fin'ora letteralmente salvato l'export dei Paesi europei più in crisi, Italia compresa, ancora in grado di vantare una bilancia commerciale positiva malgrado la recessione.
La scelta del nostro Parlamento di silurare Romano Prodi e di riconfermare Giorgio Napolitano al Quirinale resta emblematica nella determinazione dell'orientamento internazionale di un'Italia che preferisce arrancare nelle sabbie mobili di posizioni anacronistiche e masochiste, evitando perfino di rendere pubblicamente conto agli italiani del recente disastro libico voluto dalla NATO, che ha pesantemente danneggiato non solo la nostra economia ma anche l'intera stabilità del Mediterraneo.