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mercoledì 18 marzo 2015

ROBERTO FRANCO: I fascismi europei tra le due guerre

Marco Fraquelli “Altri duci – i fascismi europei tra le due guerre”, Mursia



“Lo stato ungarista dovrà poggiare su tre pilastri: il contadinato, il ceto operaio, l’intellettualità; l’esercito avrà il compito di edificare  la Grande Patria e difenderla contro i pericoli esterni ed interni. L’economia verrà programmata dal Consiglio Generale delle Corporazioni, la produzione agricola (…) affidata a contadini riuniti in cooperative, la banca sarò nazionalizzata”. Così Ferenc Szálasi.  leader del movimento parafascista delle Camicie verdi, nel definire il suo “Ungaro-socialismo”, che contrapponeva violentemente al regime conservatore-reazionario di Miklós Horthy  rappresentante de facto dell’aristocrazia fondiaria e della grande burocrazia.
La dialettica Camicie verdi (poi Croci frecciate)  – Reggenza di Horthy proseguirà in una spirale di violenza e repressione, finché, nel ’44, Horthy non verrà arrestato dai suoi stessi alleati tedeschi, che già avevano occupato il paese, quando, il 15 ottobre, legge il suo programma di resa.
Ecco allora che, nel clima apocalittico dell’imminente disfatta, viene il turno di Szálasi di assumere  il potere – almeno nominalmente, poiché, come nel caso della Repubblica sociale italiana, le redini del potere vero sono saldamente tenute nelle mani dei nazisti.
Destino simile a quello Croci frecciate tocca alla Guardia di ferro, movimento cristiano, fascista e antisemita dalla forte impronta mistica, che subirà dure misure di repressione in Romania, altro paese alleato del Reich (alcune, pare, ispirate dallo stesso Hitler), che conosceranno il culmine nell’imprigionamento e nell’oscura morte del suo leader, il Capitanu Corneliu Zelea Codreanu.
E anche se ne ’40-’41, il leader romeno maresciallo Antonescu, cercherà di associare al potere  i reduci della Guardia di Ferro, l’esperimento fallirà anche per insuperabili divergenze di natura socio-economica. 
Da questi due esempi si possono isolare delle costanti che interessano molti processi, sia  riguardanti la nascita di movimenti parafascisti – o paranazisti – in tutta Europa, nel periodo che va dalla fine della prima alla seconda guerra mondiale, sia concernenti l’involuzione autoritaria di vari regimi conservatori in occasione dell’inarrestabile corsa al predominio del Terzo Reich sull’Europa, a partire dall’Anschluss.
Innanzitutto, i fascismi minori, che siano di portata minima e legati a contingenze strettamente peculiari del paese dove vedono luce, come quelli irlandese e svizzero, o di ben più vasta diffusione e incisività nella vicenda del paese, come quelli dei paesi baltici, slavi e balcanici, direttamente interessati dalla minaccia del bolscevismo, contengono degli elementi di sinistra (sia pure una “sinistra” corporativa, “spirituale”, nazionale, su base etnica e antisemita e perfino, nel caso delle Camicie verdi, pro-operaia) rispetto ai regimi o ai partiti generalmente clerical-conservatori con cui si trovano ad avere a che fare.
 Addirittura, nella Spagna pre-guerra civile, il capo della Falange José Antonio Primo de Rivera unisce il suo partito a quello dei nazionalsindacalisti di Ledesma Ramos (non senza successivi contrasti, va detto), prima che giunga per lui l’occasione di un pronunciamento fascista che, se colta, avrebbe potuto portarlo al potere evitando forse al Paese iberico la guerra civile.
Un “anticapitalismo di destra”, come lo chiama Giorgio Galli nella sua illuminante prefazione, che fa il suo ingresso in un Europa dilaniata dalla guerra, dalla crisi economica, dai conflitti sociali, e che non è detto discenda sempre direttamente dall’esempio del fascismo italiano, essendo alcuni dei leader discussi in questo volume già frequentatori di movimenti völkisch o delle idee che gravitano attorno all’ Action française, che,come ha dimostrato Zeev Sternhell, anticipano e informano (in parte) lo stesso fascismo mussoliniano.
La seconda costante è che la Germania nazista, con l’eccezione del caso russo, che per ovvie ragioni fa storia a sé, preferisce sempre appoggiarsi a solidi partiti conservatori nei paesi alleati e/o occupati, piuttosto che dare il potere a movimenti o frange filonaziste, che entreranno davvero in gioco eventualmente solo quando, a guerra praticamente persa, la questione sarà di puro e semplice collaborazionismo: valga su tutti il noto esempio della Francia.
Questo, escludendo i paesi destinati a far parte, per una questione di “purezza razziale”, direttamente del  Reich, come l’Austria, l’Olanda (dove il partito filonazista locale tenta comunque di conservare un minimo di autonomia), il Lussemburgo
Più duttile l’atteggiamento del fascismo italiano, che, almeno inizialmente, finanzia e incoraggia partiti e formazioni più o meno gemelle, un po’ ovunque. Il fascismo albanese è addirittura una diretta filiazione di quello italiano, i terribili Ustascia croati di Ante Pavelić  sono foraggiati e allevati  da Mussolini (e dalla Chiesa Cattolica) nell’ottica strategica della disintegrazione del Regno Jugoslavo.
E i CAUR (in particolare in Svizzera), unico tentativo serio di un’”internazionalizzazione” del fascismo, saranno sostenuti molto più dagli italiani che dai tedeschi.
Ma la perdita di prestigio del fascismo italiano, fa sì  che, per quanto dogmaticamente razzista, la dottrina nazionalsocialista cominci a fare via via molto più presa su popoli anche differenti tra loro.
Marco Fraquelli, da anni attento studioso di aspetti più o meno marginali, ma sempre in qualche modo decisivi, del fascismo storico e del neofascismo - ricordo il suo saggio “A destra di Porto Alegre” (Rubbettino, 2005) sull’antiglobalismo “di destra”, nonché l’interessantissimo “Omosessuali di destra”(Rubbettino 2007), traccia un ritratto il più esaustivo possibile di un fenomeno complesso, quello dei fascismi minori tra le due guerre, con infinite varianti locali, poco trattato dalla storiografia, almeno quella italiana, nonostante la sua importanza, forse anche per meglio comprendere i rivolgimenti dell’Europa attuale.

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martedì 2 dicembre 2014

ROBERTO FRANCO: L' Opus Metachronicum di Sonia Caporossi




La breve opera di Sonia Caporossi, pur misurandosi sul terreno della citazione letteraria e della riflessione filosofica, in dodici racconti è capace di turbare l’animo del lettore, scaraventarlo in un viaggio che ha del cosmico e dell’infernale; anzi, racchiude in sé il cosmico e l’infernale, come solo un sogno può fare.
Con le loro diversioni “metacroniche”, i lori voluti lapsus metastorici e metaletterari, le rappresentazioni dei personaggi storici, mitologici e letterari raccolte nel volume sono distorte con una precisione raggelante, per aprire le loro vicende a una riscrittura che ha del narcolettico e del visionario.
E una “sovraverità”, quella che l’autrice con chirurgica sapienza dischiude, in quanto verità che opera su più piani contemporaneamente, riuscendo nell’intento di trascinare il lettore in un unico vortice di poesia, ironia e orrore che abbraccia l’intera storia umana e, non secondariamente, l’uomo stesso. 
Non è quindi una semplice “trovata” quella di un Marcel Proust che imprigiona e sevizia il suo personaggio Albertine nell’impossibile e folle intento di imparare ad amarla, ma la chiave per avere accesso a un Proust segreto, sotterraneo, letto tra le righe, spezzato e ricomposto, restituito a un suo senso più onirico. O quella di un Erostrato trasportato nel tempo, fino all’antica Grecia, da una statua di Fidia che gli mostrerà la sua imperdonabile colpa per cui egli è dannato in eterno; colpa ancestrale e inattuale, sacrilegio irrimediabile che sale fino alla nostra epoca come inconscio collettivo: la civiltà che non conosce il perdono (nel senso attuale del termine) è ancora dentro di noi, sembra l’inquietante profezia qui sottintesa.
Come non sono mere “trovate” quelle di un Monsieur Bovary, medico talmente assetato di sangue, da uccidere l’altrimenti celebre consorte per cibarsi del suo, o di un Pier Paolo Pasolini che, osservando un gatto randagio, rivive magistralmente la propria disperazione esistenziale poco prima di essere ucciso.
 Vertici poetici, esistenziali, notturni che la Caporossi raggiunge in particolare in un Prometeo che parla all’avvoltoio che lo sevizia come fosse un fratello, o in una Marguerite Yourcenar che scrive, quasi da una dimensione ultraterrena, alla compagna defunta; per non parlare di un kafkiano Stachanov rappresentato mentre, ormai cieco e sordo, scava con le unghie un cunicolo che avrà fine solo con la propria morte, per la gloria di un Partito l’appartenenza al quale basta per colmarlo di senso esistenziale.
La tessitura onirica di una storia sotterranea o addirittura “controstoria” dell’umanità, è uno dei risultati, non so quanto voluto, di questo libro incredibile, colto, ma mai arido; essa ci lascia intuire che la vena profondamente creativa dell’autrice ci riserverà altre sorprese.   

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mercoledì 24 settembre 2014

ROBERTO FRANCO: La verità dell'ultimo neofascista




Figura estremamente atipica e controversa, quella del terrorista nero Vincenzo Vinciguerra. Catanese di nascita, muove i primi passi politici negli anni ‘60 nell’ambito del MSI e quindi di Ordine nuovo udinese, di cui diviene uomo di punta.
Si rende colpevole di una strage quando, il 31 maggio 1972, alcuni carabinieri, avvertiti dal suo camerata Carlo Cicuttini cercano di aprire una 500 abbandonata con fori di proiettili, in località Peteano di Sagrado  (Gorizia): tre di loro moriranno nell’esplosione di quest’ultima, mentre un quarto rimarrà gravemente ferito.
Ancora nell’ottobre dello stesso anno, a scopo di autofinanziamento, pianifica il dirottamento di un Fokker 27 nel quale troverà la morte il sodale Ivano Boccaccio.
Fugge dall’Italia nel 1974 per scampare l’arresto in relazione a quest’ultimo episodio. Ritiene tuttavia  - e lo dichiarerà nel libro “La strategia del depistaggio” (Il Fenicottero, 1993) – che militari dell'Arma e servizi sapessero del coinvolgimento suo e di Cicuttini nell'attentato di Peteano. Sono troppi gli elementi a portare in quella direzione, è la sua convinzione. Intorno alla strage di carabinieri è fiorita una serie incredibile di depistaggi (non va dimenticato che le vittime erano militari e colleghi di molti fra quanti indagavano), culminati nell'attribuzione fittizia di responsabilità ad alcuni malavitosi locali, incastrati sulla base di testimonianze ben ricompensate e di indizi inesistenti.
La prima tappa della fuga di Vinciguerra è in Spagna, sotto la protezione del regime franchista. Lì, a suo dire, comprende sino in fondo le compromissioni di Ordine nuovo con il potere “democratico e atlantico” e decide di uscirne, legandosi ad Avanguardia nazionale e al suo capo Stefano Delle Chiaie, conosciuto nella penisola iberica.
Stando alla sua autobiografia, “Ergastolo per la libertà” (Arnaud, 1989), anche i rapporti con i camerati di Avanguardia nazionale non sono idilliaci, e ciò specialmente durante la latitanza argentina. Infatti dopo un soggiorno in Cile, Vinciguerra si era rifugiato a Buenos Aires. Si tratta di permanenze molto sospette per uno che afferma di avere compiuto una scelta attivamente anti-atlantista, soprattutto perché resta  inserito con funzioni operative nel network di Avanguardia nazionale e, dunque, rimane al servizio quantomeno dei regimi di Franco in Spagna e di Pinochet in Cile. Vinciguerra non ha mai spiegato interamente cosa fosse successo nei lunghi anni della latitanza: nel libro succitato sembra talora arrampicarsi un po’ sugli specchi, forse anche per la necessità di coprire persone ancora in vita.
Rientrato in Italia nel ’79, nell’84 decide di dare notizia alla magistratura (e non di “confessare”, precisa) del ruolo da lui ricoperto nella strage di Peteano. Lo fa,  a suo dire, non per “pentimento”, ma per chiarire la collusione di Ordine nuovo e del resto del neofascismo, parlamentare e non, con le istituzioni. Quelle stesse istituzioni, democratiche e atlantiste che i neofascisti asserivano invece di voler combattere. L’attentato di Peteano, secondo Vinciguerra, è stato l’unico nella triste storia delle stragi ad essere compiuto “contro” lo Stato e i suoi rappresentanti, proprio poiché rivolto a carabinieri in servizio e non a civili.
Da detenuto intraprende a quel punto una battaglia per un ergastolo che preveda la sua piena e autonoma responsabilità (non coinvolge il telefonista Cicuttini, riconosciuto in una telefonata registrata dalla polizia, finché la condanna di quest’ultimo non passa in giudicato), e la sua indipendenza dalle vergognose  omissioni e dai depistaggi da parte dello Stato - carabinieri e polizia - attuati a sua insaputa e, comunque, contro la sua volontà. Condannato all'ergastolo in primo grado, rinuncia all’appello: dichiara di voler dimostrare così di non avere ammesso le proprie responsabilità per ottenere benefici di sorta. Viene comunque trascinato in appello, dove i giudici riconfermano la condanna alla massima pena.
Da questo momento comincia una collaborazione con la magistratura: vuole far uscire allo scoperto quella che lui considera la verità, cioè la completa sottomissione del neofascismo extraparlamentare e non, alle logiche dell’atlantismo e dei suoi rappresentanti in Italia.
Darà un importante contributo allo sforzo di comprensione del giudice istruttore Guido Salvini, che grazie anche a lui può riaprire, a metà anni Novanta, i processi sulle stragi attribuite a Ordine nuovo, a partire da quella di Piazza Fontana. Anche se un solo imputato (Carlo Digilio) verrà condannato in via definitiva, la sentenza-ordinanza del ‘95 del magistrato milanese rimarrà uno spartiacque di estrema importanza nell’ambito della storicizzazione della destra eversiva.
Ma Vinciguerra rifiuterà sempre il ruolo  di “collaboratore”: non ritiene ad esempio di parlare di quei camerati che egli considera aver agito in buona fede, indicando solamente i “traditori” di un fascismo che per lui doveva essere anti-atlantico e anti-sistema. E non altro.
Ma questa strategia finisce per forza di cose per diventare troppo ambigua. Per questo, nel 1993, il neofascista interrompe per la seconda volta il “dialogo” con la magistratura. Questa volta per sempre.
Non rinuncia tuttavia a portare avanti la sua battaglia di “soldato politico” con la memorialistica. La sua ultima uscita si intitola “Stato d’emergenza” (2013, edito in proprio), e raccoglie una serie di scritti – dal 1999 al 2013 - sulla strage di piazza Fontana con l’intento di far luce sulla carneficina avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969.
Queste episodio si colloca, secondo Vinciguerra, in uno scenario di continuità con le stragi successive: quella alla Questura di Milano (1973), dell’Italicus (1974), di piazza Loggia (1974) e finanche la strage di Bologna (1980), oltre a un gran numero di attentati falliti per cui individua vari centri operativi: Roma, Milano, Mestre-Venezia, Trieste, cui si aggiungerà in seguito la Toscana. Per lui tali attentati sono parte di un unico disegno criminoso: fa notare che gli imputati in tutti i processi scaturiti dalle indagini di Salvini sono più o meno gli stessi, e sostiene che il non raggruppare tutti i procedimenti in uno solo abbia costituito un grave handicap per l’accertamento della verità. Vedremo più in là i punti salienti di questa tesi
Innanzitutto Vinciguerra ravvisa un coordinamento fra le azioni di MSI, Ordine nuovo, Avanguardia nazionale e Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese.
Avanguardia nazionale di scioglie nel ’65 ma solo formalmente, e i suoi aderenti finiscono in parte negli altri gruppi eversivi. Il loro scopo è soprattutto fare manovalanza “coperta” per azioni di guerra non ortodossa, come l’operazione di affissione di manifesti “cinesi” (in realtà filo-sovietici a dispetto del nome) nel febbraio ’66, promossa dal direttore del “Borghese” Mario Tedeschi per conto dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni. Obiettivo di questa operazione è creare divisione nella sinistra.
Avanguardia nazionale non mancherà di ricattare in seguito Tedeschi (e, tramite lui, Umberto Federico D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati) su questa questione.
Ordine nuovo invece rientra nel MSI alla vigilia della strage di Piazza Fontana, per procurarsi un “ombrello” parlamentare in vista del piano eversivo. Il Movimento politico ordine nuovo di Clemente Graziani si scinderà dalla casa madre solo formalmente, mentre nel dicembre 1968 si costituisce ufficialmente il Fronte nazionale di Borghese, il cui fallito golpe della fine del ‘70 è ritenuto da Vinciguerra un mero tentativo di replica di quello programmato per il fatale dicembre del ’69.  
La famosa velina del Sid che a ridosso della strage del 12 dicembre indica in Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie e Yves Guérin Sérac i responsabili degli attentati di Roma, non è frutto di una trappola del servizio militare - da cui Ordine nuovo dipende -   contro Avanguardia nazionale (facente capo al Servizio civile), ma rappresenta una forma di “avvertimento” e di “ricatto”. Per il fascista catanese, nonostante la rivalità tra i due gruppi extraparlamentari (che culminano persino, a suo avviso, nell’uccisione di Carmine  Palladino figura di prestigio di Avanguardia nazionale, da parte dell’ordinovista Pierluigi Concutelli nel  carcere di Novara, nel 1982), le relative azioni  sono state sempre parte di un unico disegno. Resterebbe da spiegare come mai per alcuni anni dopo l’assunzione di responsabilità su Peteano, Vinciguerra si consideri ancora legato ad Avanguardia nazionale e lanci le sue accuse praticamente solo verso Ordine nuovo.
Secondo lui il modello dell’atto terroristico da attribuire ad anarchici o comunisti (con successive e violente manifestazioni in piazza del MSI e la proclamazione dello stato di pericolo pubblico da parte del Presidente della Repubblica) sarebbero gli obiettivi di tutte le stragi. Obiettivi peraltro simili in parte alle vicende di sangue che ebbero luogo durante il governo Tambroni del 1960, appoggiato dal MSI.
La visita in Italia del Presidente americano Nixon il 27 febbraio del 1968 è costellata di violente manifestazioni in piazza e attentati, mentre il Secolo d’Italia dedica un’intera pagina del giornale ad avvertire il Presidente repubblicano che “l’Italia si prepara a tradire gli impegni atlantici sottoscritti con gli Stati Uniti e portare i comunisti al potere”. E’ probabile che, a detta dell’autore, anche a causa di questi eventi, Nixon dia a Saragat un assenso di massima al Regime change – non si sa quanto “soft”, che si va preparando nel Paese.
Saragat, infatti, a ridosso della strage del 12 dicembre 1969, tenterà di proclamare lo stato di “pericolo pubblico”, con sospensione delle garanzie costituzionali; ma sarà bloccato dal veto dell’allora Presidente del Consiglio Mariano Rumor (insieme al Ministro degli Interni Restivo), che compie anche la mossa decisiva (forse suggerita indirettamente dai servizi segreti britannici) di vietare le manifestazioni in piazza su tutto il territorio nazionale, vanificando così totalmente la strategia del “Partito del golpe”.
Ed è proprio questa per Vinciguerra la ragione principale  per cui Mariano Rumor sarà oggetto di un attentato a Milano il 17 marzo 1973, durante la cerimonia di scoprimento di un busto del commissario Calabresi. L’attentatore, il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli, lancia una bomba a mano ma manca il bersaglio, provocando però una cinquantina tra morti e feriti.
Nonostante le rivendicazioni offerte –  l' attentato sarebbe stato di stampo anarchico, rivolto contro la memoria di Calabresi per vendicare Pinelli -  Bertoli ha sicuramente lavorato per il SIFAR, è stato membro del movimento golpista Pace e libertà di Edgardo Sogno, ed era in contatto con militanti francesi di Jeune Révolution, oltre che con gli ordinovisti veneti.
Questa strana “doppia” natura di Bertoli può ricollegarsi a quanto suggerito da Vinciguerra in un'altra parte del libro: ovvero l'esistenza di una minoranza di anarchici che non solo per questioni filosofiche, ma politiche (le persecuzioni da parte dei comunisti),in quegli anni potrebbero essersi schierata con l’estrema destra.
In questo elenco egli non pone però Valpreda: secondo il neofascista siciliano, questi non sarebbe mai stato un anarchico, ma uno sbandato perfettamente a conoscenza della militanza di Merlino in Avanguardia nazionale. “Si dimentica” dice l’autore in proposito “ che il presunto “fascista” e il presunto “anarchico” (Merlino e Valpreda, NdR), nei loro interrogatori hanno mantenuto all’unisono una comune linea di accusa contro gli anarchici. Insieme accusano Ivo della Savia di detenzione di esplosivi, e Pietro Valpreda offre alla polizia addirittura la soluzione del caso: il 9 gennaio 1970, difatti, indica in tale “Gino”, facilmente individuabile, il suo sosia cha avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura di  Milano.” Si tratta di Tommaso Gino Liverani, anarchico anche lui.
Sono quindi forti (anche pur sempre passibili di critica) le argomentazioni che Vinciguerra porta a sostegno di uno stretto legame tra la strage alla Banca dell'Agricoltura a Milano e la strage alla Questura della stessa città.
Meno convincenti, invece, sono le sue tesi circa un parallelismo tra la strage di Piazza Fontana  e  la manifestazione missina del 14 dicembre - poi vietata da Rumor – con i fatti del ‘73 che egli ritiene corrispondenti: la mancata strage del 7 aprile sul direttissimo Torino-Roma (un evento in cui Nico Azzi, legato all'organizzazione milanese Fenice di Giancarlo Rognoni, si fa esplodere una bomba in mano nel tentativo di innescarla, dopo aver fatto bella mostra del giornale “Lotta continua”), e ai successivi incidenti alla manifestazione missina del 12: i lanci di bombe SRCM da parte di neofascisti di San Babila al seguito dei quali perde la vita l'agente di polizia Antonio Marino. Bombe che risulteranno poi fornite dallo stesso Azzi
La tesi dell’appartenenza dei due delitti a un unico piano è stata fatta propria anche da studiosi di vaglia come Franco Ferraresi; ma pure ammettendo l’esistenza di un complotto originario, i missini avrebbero proseguito nel proprio piano anche dopo avere ottenuto, con Azzi, il risultato opposto a quello auspicato, cioè la dimostrazione definitiva dinnanzi al popolo italiano che i fascisti (o alcuni di essi perlomeno), mettevano le bombe? Sarebbero stati tanto autolesionisti, i missini, da mandare i sanbabilini a tirare bombe proprio in un frangente del genere (per denunciarli poco dopo)? E, infatti, a ridosso di quei tragici fatti il MSI rischia lo scioglimento.
Ci sarebbe ancora molto da dire sul libro di Vinciguerra, soprattutto sugli acuti spunti di indagine che egli riesce ancora a offrire su Piazza Fontana. Ho scelto gli episodi sopra commentati per rilevare da un lato la logica e la sapienza dell’autore nel porre determinati temi, dall’altro la sua tendenza al ragionamento induttivo, per cui, trovato un dato schema, tende a replicarlo ad libitum. Forse perché l’intento di Vinciguerra,  prima ancora di offrire una verità disinteressata a costo di un ergastolo, è quello di lasciare un’eredità politica di “lotta”: tra coloro che ripongono fiducia in lui e nella sua ricostruzione si contano la Comunità Politica di Avanguardia e la Federazione nazionale combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Vinciguerra si proclama a tutt'oggi un nazionalsocialista e non indifferenti a questa scelta sembrano i suoi  attacchi antisemiti, spesso al limite del grottesco.
Restano i dubbi sul personaggio. Che cosa ha fatto realmente negli anni di latitanza e perché, pur costituitosi nel ’79, ha parlato di Peteano solo nel 1984? Cosa nasconde il suo strano rapporto con Delle Chiaie? E’ da ribadire, inoltre, che nessuno, oltre lui e Digilio, è stato condannato con sentenza definitiva nei processi originati, del tutto o in parte, dalle sue rivelazioni. Ma l’assurdo boicottaggio di cui è fatto oggetto, in primis dal sistema carcerario, va contro il diritto di verità di un intero popolo. La mancanza di un vero editore per questo libro ce lo ricorda.
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martedì 22 aprile 2014

MARCO LINGUARDO: Thule Italia è l'unica casa editrice libera in Italia!



INTERVISTA A CURA DI: ROBERTO FRANCO

La grottesca (anche perché ineguale e obbediente a regole indecifrabili) censura che l’editoria nazionale ancora attua  nei confronti di opere nate nell’alveo del nazionalsocialismo, o che in qualche modo lo hanno precorso o accompagnato nella sua parabola, crea un vuoto spesso colmato da piccoli editori d’area. La casa editrice Thule Italia, nata dall’omonima associazione culturale pochi anni or sono, è in questo ambito una delle più serie, nonostante la palese partigianeria verso la filosofia politica del Terzo Reich. Filosofia che né la redazione d IDEE IN/OLTRE né io condividiamo nella maniera più assoluta. Abbiamo tuttavia ritenuto, in linea con il carattere libertario del blog, di porre in essere un’intervista a tutto campo ai responsabili delle edizioni, non solo nel merito dei testi, ma anche in quello, controverso e scottante, dell’attualità delle idee.  

1) La vostra casa editrice nasce nel 2007, per pubblicare in italiano opere incentrate su nazionalsocialismo e pensiero völkisch da una prospettiva non ostile. Quali le principali motivazioni di questa scelta?

La sua domanda reca già in sé, parzialmente, la risposta: infatti, definendo la nostra prospettiva “non ostile”, si viene tacitamente ad ammettere l’esistenza del suo esatto contrario. Ciò è per noi intellettualmente inammissibile. La fredda analisi dei documenti ha lasciato troppo a lungo – per una durata pari a circa sei volte quella del Terzo Reich! – il posto alla critica, al livore e all’opinione personale; è giunta l’ora di sostituire all’impulsività della cronaca l’imperturbabilità dello studioso.

 2) Avete incontrato particolari difficoltà durante questo impegnativo percorso editoriale?

Possiamo indicare due ordini di difficoltà: una esterna e una del tutto interna.
La prima è conseguenza dell’“ostilità” di cui alla prima domanda: al famigerato “rogo dei libri” si è semplicemente e democraticamente sostituito il silenzio verso quanto non sia conforme alla parzialità posta a legge d’espressione, complici sia l’idea imperante del supermercato – anche per la cultura –, sia la complessa filiera che dal testo edito conduce alla libreria.
La seconda difficoltà è, invece, completamente interna poiché – grazie tanto a un accurato lavaggio del cervello quanto a una subcultura stranamente tollerata – occorre scardinare oggi un’idea “luciferina” del Nazionalsocialismo anche tra le truppe dei lettori, sulla carta, “non ostili”.

3) Nella sua notevole introduzione ai due volumi dell’opera di Alfred Rosenberg “Il mito del XX secolo”, da voi recentemente terminati di pubblicare, Luca Leonello Rimbotti non sembra prendere minimamente le distanze da quello che fu il pensiero del (probabilmente) più famigerato teorico del razzismo del ‘900. Ritenete che la filosofia razziale del Terzo Reich, che ebbe nell’intellettuale baltico uno dei suoi massimi enunciatori, contenga principi ancora validi per il presente? Se sì, in che veste ed eventuale filiazione?

Se fin qui abbiamo accennato agli ostacoli nella nostra opera, giungiamo con questa domanda a quanto vi è, invece, di positivo. Sicuramente, la libertà. Libertà nel poter pubblicare un libro senza che questo presenti nell’introduzione, nelle note o in qualunque sua parte quei distinguo che sembrano più necessari di un corretto uso della punteggiatura o, persino, del testo stesso. Luca Leonello Rimbotti ha presentato il Mito del XX secolo ai lettori incorniciandone gli aspetti salienti e, nel contempo, preparandoli a incontrare un Platone e uno Schopenhauer, un Meister Eckhart e un Kant, un Wagner e un Goethe. Ricordandone il sottotitolo dell’opera di Rosenberg – «Una valutazione sulle forme della lotta spirituale e anìmica del nostro tempo» –, ha d’un tratto segnato una linea netta: non solo di razza trattasi o, meglio, questa sarebbe soltanto l’esteriore, visibile, risvolto. E anche il più “semplicistico”. Di che cosa, quindi, si tratterebbe se non dei valori dello spirito e dell’anima?! Ecco, perciò, quale potrebbe essere il principio valido per il presente: (ri)scoprire il Mito, ridare Luce al Corpo. Ogni popolo attento al proprio, sia di Mito sia di Corpo! 

4) Tra i regimi, i partiti politici e le derivazioni ideologiche del nostro tempo, quali secondo voi hanno meglio raccolto le eredità delle filosofie völkisch e nazionalsocialista?

Nessuno, perché se da un lato qualsiasi soggetto sarebbe stato perseguitato dalle leggi vigenti raccogliendo tale ingombranti eredità, dall’altro manca una seria conoscenza della stessa da poter considerare valido qualsivoglia accostamento con quanto ha visto il panorama politico dal ’45 a oggi. Per dirla in breve, molto folklore e poco völkisch.

5) Potete parlarmi dei vostri prossimi progetti editoriali?


Di certo proseguire su una doppia rotaia, da una parte procedere con la collana Percorsi della Weltanschauung che ha già visto la divulgazione, oltre che del succitato Mito del XX secolo, di altri importanti volumi documentali. Dall’altra incentivare la pubblicazione per i tipi della neonata collana Alpha, che già conta testi importanti quali, tra gli altri, lo studio scientifico di Thomas Wilson sullo Svastica o la biografia di Houston Stuart Chamberlain su Richard Wagner. Due rotaie per un binario sul quale deve sfrecciare in sicurezza – e conoscenza – il treno della Storia. Questo è il nostro compito, se ci verrà permesso di continuare, cosa che non diamo per scontato.

giovedì 10 aprile 2014

ROBERTO FRANCO: "Unisex", il sesso all'epoca della globalizzazione






L'obiettivo che si pone il recente volume di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta – “Unisex”, uscito  per Arianna, è ambizioso: dimostrare che gli agenti della globalizzazione, non escluse multinazionali e grandi istituti bancari, operano in  maniera ora sottile ora sopraffattoria, per l’imposizione di un’agenda pro-gay e transgender tendente non solo ad affiancare, ma alla fine anche a distruggere  la famiglia tradizionale così  come oggi è intesa. Una sorta di “piano” che avrebbe avuto come ideologi sessuologi positivisti del  dopoguerra come Alfred Kinsey e John Money,  e sarebbe ulteriormente maturato nell’ambito del libertarismo di fine anni ’60 per evolversi linearmente fino ad oggi.
Trovo Interessante e non del tutto errato che gli autori pongano tra le motivazioni di fondo di questa corrente ideologica la lotta contro la sovrappopolazione e la necessità di adattare l’umanità alle scoperte della genetica, solo che non riesco sinceramente a vedere cosa vi sia di aprioristicamente negativo in ciò, visto che la sovrappopolazione è un problema drammatico che prima o poi andrà affrontato risolutamente, e le scoperte della genetica non sono certo frutto di un complotto.
Il complotto, (o quantomeno il coerente disegno) I Nostri invece lo danno per scontato, e l’accettazione della sua esistenza, estensione ed efficacia andrebbe assunta a priori per potere condividere le loro tesi. Il suo centro di propagazione sarebbe l’Occidente - e sacche di resistenza ad esso si troverebbero, ad esempio, nella Russia di Putin.
Perucchietti e Marletta, insomma, non paghi di aver intelligentemente delineato l’evoluzione una tendenza culturale sempre più importante negli ultimi decenni quella, dell’ideologia del genere (concetto che tende a sostituire quello di sesso) cercano di dimostrare l’univocità e la coerenza della sua diffusione globale, accumulando però a  dimostrazione elementi troppo parziali e eterogenei  per risultare convincenti. 

Trovo altresì meritorie e condivisibili le molte pagine dedicate all’invadenza lessicale di una neolingua politically correct – sempre più sorretta da leggi agghiaccianti nell’Occidente più evoluto, anche concernenti l’educazione scolastica, che tende a distruggere fin dalla più tenera età i concetti di eterosessualità e di famiglia tradizionale (invece di farli convivere con quelli, legittimi, relativi al transgenderismo, aggiungo io). Ma nei giorni in cui, anche grazie alla pressione di lobby della destra evangelica americana, viene introdotto in Uganda l’ergastolo (e di fatto  il linciaggio) per gli omosessuali, trovo difficile non mettere in dubbio l’univocità ideologica della globalizzazione denunciata dai due autori.

martedì 4 febbraio 2014

ROBERTO FRANCO: Giorgio Galli e il "nazismo magico"



Singolare coincidenza che ad agosto, a un anno esatto dalla scomparsa di Nicholas Goodrick-Clarke, grande studioso britannico di nazismo e culture esoteriche, BUR abbia dato alle stampe “Hitler e la cultura occulta” di Giorgio Galli, il seguito, si potrebbe dire, del celebre saggio “Hitler e il nazismo magico”, risalente all’89, ma che lo storico milanese non aveva mai mancato di aggiornare nelle edizioni successive. Galli ha infatti in comune con Goodrick-Clarke, con il compianto James Webb e pochi altri il fatto di avere pubblicato studi sull’esoterismo nazista molto seri dal punto di vista del metodo storiografico, cosa rara da riscontrare (soprattutto un quarto di secolo fa), mentre la storiografia ufficiale (similmente, in molti casi, a quella di destra), tende ancor oggi a minimizzare la componente occulta in seno al nazionalsocialismo.
Devo ammettere che non mi attendevo grandi novità da questo libro, data la scarsità di fonti sull’argomento – Hitler trascorse i suoi anni al potere cancellando ogni traccia della sua passata esistenza che non fosse in accordo con il mito tratteggiato in “Mein Kampf , mentre sul volo di Hess, argomento-cardine delle tesi dello studioso,  l’opera di ostruzione alla verità è sistematica – si legga il recente (sempre di Galli) “Con trucco e inganno” (Hobby & Work), sulla manipolazione del caso Hess  che i servizi segreti britannici operarono tramite i falsi “Diari di Hitler”, nel 1983.
Invece le novità, le sorprese e soprattutto gli approfondimenti risultano importanti, a partire proprio dall’incredibile volo che Rudolf Hess, numero due del Partito Nazionalsocialista e tre del regime, compie alla volta della Scozia il 10 maggio 1941 per far pegno del suo stesso corpo della buona fede del Führer nel proporre un accordo tra le due nazioni “ario-germaniche” considerate gemelle dall’élite nazista, la tedesca e la britannica. Un patto che salvi l’Impero Britannico e agisca in funzione  antisovietica.
La gerarchia segreta del nucleo esoterico nazista si mette in moto di concerto con ambienti britannici parimenti iniziatici, che trovano copertura, a partire dagli ultimi anni dell’800, in società esoteriche come la Golden Dawn di Crowley e Yeats, ma che sono contigui a interi settori di establishment, fino a lambire la Famiglia Reale.
Galli ipotizza che il confronto “occulto” sia proseguito per un certo tempo anche dopo la cattura di Hess. I  britannici sono infatti spaccati al vertice in due fazioni, una filo e l’altra anti-tedesca, nonostante l’unità di facciata. Ciò spiegherebbe in parte i continui posticipi di Hitler dell’invasione dell’Unione Sovietica, avvenuta solo il 22 giugno 1941, dando il via a ciò che il Führer e il vertice occulto nazista, non essendo riusciti ad evitarlo, tenteranno sino alla fine di far cessare – la guerra sui due fronti.
L’autore individua questa gerarchia segreta a partire da quando l’esoterica e razzista Thule-Gesellschaft di Monaco, dopo aver combattuto l’effimera Repubblica dei Consigli nell’immediato dopoguerra, praticamente si estingue per rinascere come nucleo del  Partito Nazista, con Hitler a capo – ma non assoluto, un primus inter pares, almeno all’inizio.
Si tratta di un’élite votata, più ancora che alla riscossa in chiave nazionalista della Germania piegata dalla sconfitta, alla creazione di un “Impero Ariano” su scala globale. Questo a partire dalla conquista dello “Spazio vitale” tedesco, che il geopolitico (e membro della Thule, nonché probabile ispiratore del “Mein Kampf”) Karl Haushofer – sulla scorta di Mackinder e Naumann - individua nelle enormi pianure asiatiche. L’attacco all’URSS è perciò fin dall’inizio considerato imprescindibile dall’élite nazista, così come l’impegno di preservare ad ogni costo l’Impero Britannico in vista di un’alleanza per un condominio globale, cosa che spiega, ad esempio, lo scarso interesse di Hitler ad assestare un colpo decisivo agli inglesi nel Mediterraneo.   
Ma è anche sulla Francia che si concentra lo sguardo dello studioso: nella Parigi intellettualmente vivissima della blanda occupazione nazista, dove si stabilisce l’esoterista russo Gurdjieff ( forse in contatto con l’emigrato baltico Alfred Rosenberg, teorico del razzismo nazionalsocialista e ministro dei territori occupati), organizzandovi un importante punto di raccordo dell’esoterismo europeo.  Ernst Jünger , personaggio chiave dell’élite esoterica e “maestro” che Hitler teme, raggiunge come ufficiale proprio Parigi, per organizzare quella resistenza  all’interno della gerarchia militare che culminerà nell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944 – è infatti Parigi l’unico luogo dove, a ridosso dell’attentato che in un primo momento sembra aver centrato il suo obbiettivo, la congiura riesce fattivamente, con il generale von Stülpnagel  che dà ordine di arrestare i capi della polizia e delle SS.
Al tentativo omicida, il Führer  scamperà quasi per miracolo, ma la congiura non si esaurirà con esso.  Jünger  è per Galli il capo effettivo di quella fazione del nazismo esoterico che ha disconosciuto la leadership di Hitler e cospira per una sua uccisione che apra le porte a una pace separata con la Gran Bretagna.  Al contrario di Claus von Stauffenberg, l’attentatore, giustiziato e del generale Erwin Rommel, costretto a suicidarsi, Jünger sarà graziato da Hitler, probabilmente in virtù del suo ruolo di maestro intoccabile.
Infine, il cosiddetto Circolo di Kreisau, attorno al quale gravitano gli alti ufficiali coinvolti nel 20 luglio, non è affatto, secondo Galli, solamente d’ispirazione cattolica, come aveva sostenuto lo storico Joachim Fest, ma pregno di un cristianesimo esoterico di ascendenza platonica che ha  tratti in comune con l’esoterismo hitleriano. Essi partecipano al dibattito “occulto”, che si svolge nell’ambito del nucleo segreto nazista e che finirà per coinvolgere anche Himmler. Un dibattito volto al salvataggio parziale di quel Terzo Reich che fa parte della cultura occultistico-messianica di tutti i personaggi citati, tramite una pace condizionata.

Un libro insomma coraggioso anche nello sfatare molti miti, premiato da un’analisi “avalutativa”, per usare una terminologia weberiana, anche verso le concezioni esoteriche e le loro conseguenze, che Galli si è dato il compito di studiare esclusivamente sul piano strettamente storiografico, senza concessione alcuna alle mitologie raffazzonate e ai voli pindarici che hanno caratterizzato, anche ultimamente, parte della letteratura sul nazismo esoterico. Esso esce proprio in un momento in cui l’interesse (anche editoriale) verso l’argomento è massimo. Sono notevoli, ad esempio,  due volumi usciti a novembre per Thule Italia, che toccano da vicino gli argomenti  qui esposti. Si tratta di  “Svastica” di Thomas Wilson e “La croce uncinata” di Jörg  Vom Hakenkreuz, su storia e mitologia del controverso simbolo.