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mercoledì 11 giugno 2014
LEONARDO VITTORIO ARENA: La filosofia di David Sylvian
LEONARDO VITTORIO ARENA "LA FILOSOFIA DI DAVID SYLVIAN" (Mimesis Edizioni) In una intervista del 2007, chiesi a Sylvian se creava meglio in compagnia o da solo, prevedendo la risposta, come quando Gadamer dice che il docente esamina lo studente con domande dalla risposta prevedibile, che egli sa in anticipo…Su un piano ermeneutico ciò è inevitabilmente fallace. Più che la risposta di Sylvian, mi preme mostrare ciò che ha fatto dopo, il non detto: già incamminatosi su Blemish, un’onda che molti fan non perdonarono, si dibatté in un percorso ancora più solitario, verso Manafon, sovrapponendo la voce a un concerto di improvvisatori professionisti, il leader Evan Parker, come a dire: “Non voglio dire lo scontato, giudicatemi, come dalla Bibbia, dalle azioni, non dalle parole, queste non sono quelle, e viceversa: ascoltate, sono un cantante, non un fi losofo”. Non lo confessò, ma ne covava in sé il sentimento, lo sviluppo in questa direzione, e sorrise, probabilmente, all’interrogativo; in una intervista sul confl itto interiore, non ancora divenuto uno stato d’emergenza, diff uso e generalizzato… In World Citizen disse a tutti di aver bisogno di una seconda pelle: una seconda chance?, e concluse la canzone con un accorato appello... Il mio incontro con Sylvian avvenne quando disperavo di trovare, non dico un alter ego musicale, quanto una identità musicale, io che mi ero posto il dilemma insolubile, tra studiare da fi losofo o da musicista, al bivio di una carriera in embrione. Optai per la prima alternativa, ma ignoravo che fosse una decisione risolutiva, un aut aut, il musicale mi tentava, non meno che il fi losofi co da cui non sapevo distaccarmi. Non ho mai cercato nella musica una dimensione solo musicale, bensì alchemica, e nei testi e nella vita degli artisti dei ’70 scorsi una fi losofi a più solida di quella delle Accademie, un marxismo onnipresente, onnivoro e onninglobante, da alveo universitario, della specie di cui Lacan denuncia la lettera, dicendo uni-vers-se-taire, e accentuando il verbo… La fi losofi a era per me il mondo science-fi ctonal e spettrale dei Van der Graaf Generator, il ritorno sublime al Medioevo dei primi King Crimson, o le scorribande evanescenti dei Soft Machine, Robert Wyatt in primis, ai limiti del tonale, l’uscita refrigerante dall’angustia del ritmo quaternario: nel 9/4 o negli 11/16, meglio in sovrapposizioni poliritmiche, si ravvisavano mondi inesplorati, si apriva la fi nestra, con cambiamenti d’aria che solo Nietzsche, nel fi losofi co, o i maestri Zen sapevano promettere. Senza deludere. “Non sarò deluso” – la mia dizione della frase rientrava in questa prospettiva, o non era una prospettiva… Grazie a Nietzsche e allo Zen un mutamento di rotta, ma pure il profi larsi dell’alternativa: musica o fi losofi a? Che non poteva tradursi in musica e fi losofi a, una congiunzione sterile, che relegava al puer aeternus, una attività ludica non protraibile nell’età adulta. E poi la stasi, dovuta alla laurea, la carriera universitaria, il graduale distacco dalle esibizioni nelle sale da ballo, dai concerti… Il decennio successivo mi fece capire che il fi losofi co, a diff erenza che in India, è separato dal musicale, molto più che i mondi lontanissimi del poetico e del fi losofi co, che Heidegger descrive. Il musicale languiva in una sfera sepolta di una mente abbeveratasi a Nietzsche, appunto, e al buddismo Chan/Zen, non mai quello liturgico, che esauriva le sue risorse nel momento stesso in cui predicava. La venuta di Sylvian fu a dir poco salutare, con il suo distacco dai Japan, dove aveva esordito, non la vidi come una scissione, avendolo conosciuto all’incirca all’epoca di Brilliant Trees, che fu per lui e anche un po’ per me una epifania…Nel lugubre panorama degli ’80 c’era insomma qualcosa, ma non cui appoggiarsi, attaccarsi, per l’ennesima Weltanschauung di turno, e dire: “Ecco, la musica è viva, si ode ancora, nella natura, in noi, deborda dallo stereo, il CD non è esangue, uno strumento perfetto quindi inane…” Un panorama che già i Police o i Talking Heads avevano tentato di scalfi re, per me, lo sentii così, e con Sylvian si profi lava meglio, dai contorni più accesi, vitali, tanto da farmi confessare, non senza una punta di esagerazione, agli amici anni dopo: “Ciò che Dylan è stato per i ’60 è ora Sylvian!”. Anche nell’iperbole c’era qualcosa di fondato, e non nascondo che, come per i grandi dei ’60 e dei ’70, il suono di Sylvian all’inizio mi suonava ostico, le sue sequenze di accordi avventate o indecifrabili, la melodia dispersiva, pur riconoscibile...
martedì 28 gennaio 2014
ANTONELLO CRESTI: David Sylvian, alla periferia del rock
Il poeta e pittore visionario inglese
William Blake scrisse che solo “la strada dell’eccesso conduce al palazzo della
saggezza”… Si tratta di una massima alla quale moltissimi dei protagonisti del
mondo della musica rock si sono attenuti, con alterni risultati. In effetti la
dimensione dell’eccesso, dell’oltrepassamento del limite, sembra in qualche
modo esser connaturata a certe espressioni creative, tuttavia vi sono anche
stati e vi sono tuttora artisti che percorrono un itinerario inverso,
procedendo per sottrazione, riconducendo il tutto all’apparente nulla… E’ senza
dubbio questo il caso del musicista inglese David Sylvian, uno dei protagonisti
assoluti della scena sperimentale britannica degli ultimi trenta anni, il
quale, protagonista della scena art pop dei primissimi anni ottanta coi suoi
Japan, prototipo perfetto dell’icona pop, bellissimo, ossigenato, dalla
presenza magnetica, ha preferito abbandonare ogni ipotesi divistica e di facile
successo per intraprendere un percorso alla ricerca di sé e delle proprie
profonde esigenze espressive. E’ questa la storia che racconta la bella e
corposa biografia dello scrittore e giornalista Christopher E. Young “On the
Periphery” (Malin Publishing, pp. 384, euro 29,55) dedicata esclusivamente alla
parabola solistica di Sylvian, iniziata esattamente trenta anni fa; si tratta
di una vicenda in perenne evoluzione, piena di ripensamenti, anche di
sofferenze (Sylvian ha attraversato momenti di depressione clinica ed ha fatto
uso di cocaina), ma nella quale non è difficile rintracciare un senso di
linearità, che è appunto rintracciabile nella volontà di mirare all’essenziale,
spogliando la propria musica (ed il proprio personaggio) da qualsiasi orpello
tipico della concezione rock-pop.
Da artista coraggioso dunque Sylvian
intraprende una carriera solistica con il manifesto intento di dissipare il
consenso conquistato negli anni precedenti e di crearsi una nuova credibilità
negli ambienti della sperimentazione radicale, una scelta che lo porterà a
confrontarsi e collaborare con alcuni degli esecutori più creativi degli ultimi
decenni, dai celeberrimi casi incarnati da Sakamoto e Fripp, sino ai
protagonisti della scena jazz che si raccoglie attorno all’etichetta ECM. Per tutti
gli anni ottanta alternerà splendidi lavori ancora legati alla tradizione
cantautorale (come l’immenso “Secrets of the Beehive”, del 1987), in cui sembra
rileggere con personalità la lezione di Nick Drake, ad altri episodi più dichiaratamente
sperimentali. Dopo, fatta eccezione per un album in coppia con Fripp, che
rappresenta una rara incursione nei territori esplicitamente rock (“The First
Day”, del 1993), si ritirerà progressivamente da ogni ribalta per elaborare una
sintesi che fosse solo ed esclusivamente sua. Occoreranno anni per ascoltare un
suo nuovo album solista di canzoni, nel 1999, ma Sylvian è oramai oltre e
quello che pare essere la sua tensione artistica è la decostruzione del
tradizionale formato canzone: crea una sua etichetta discografica, per non
avere condizionamenti di sorta, e pubblica due album, “Blemish” e il più
recente “Manafon”, del 2009, che sembrano suggerire un punto di arrivo della
poetica sonora sylvianiana: in essi la voce dell’artista si staglia su sequenze
scomposte di note improvvisate o addirittura su impalpabili, quasi inudibili,
suoni ambientali. Se esiste una ipotesi radicale di scomposizione dei linguaggi
popolari, la dobbiamo proprio all’artista inglese e alla sua coraggiosa e
pervicace volontà di posizionarsi in una terra di nessuno, alla periferia dei
linguaggi già codificati. La sua ipotesi, per qualche strano meccanismo di
ricezione, è sempre stata accolta con particolare favore proprio nel nostro
paese e brani dell’opus sylvianiano compaiono sovente anche nelle colonne
sonore dei film di Carlo Verdone, tanto per dirne una…
L’uscita di questa biografia, per ora
solo in lingua inglese, dovrebbe soddisfare i tanti interrogativi e curiosità
attorno al lavoro di questo musicista ritirato e taciturno, che è riuscito ad
ammaliare pur senza mai titillare in maniera consolatoria i presunti gusti del
pubblico.
versione integrale dell'articolo uscito su Il Manifesto del 25/01/2014
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