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martedì 28 gennaio 2014

ANTONELLO CRESTI: David Sylvian, alla periferia del rock



Il poeta e pittore visionario inglese William Blake scrisse che solo “la strada dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza”… Si tratta di una massima alla quale moltissimi dei protagonisti del mondo della musica rock si sono attenuti, con alterni risultati. In effetti la dimensione dell’eccesso, dell’oltrepassamento del limite, sembra in qualche modo esser connaturata a certe espressioni creative, tuttavia vi sono anche stati e vi sono tuttora artisti che percorrono un itinerario inverso, procedendo per sottrazione, riconducendo il tutto all’apparente nulla… E’ senza dubbio questo il caso del musicista inglese David Sylvian, uno dei protagonisti assoluti della scena sperimentale britannica degli ultimi trenta anni, il quale, protagonista della scena art pop dei primissimi anni ottanta coi suoi Japan, prototipo perfetto dell’icona pop, bellissimo, ossigenato, dalla presenza magnetica, ha preferito abbandonare ogni ipotesi divistica e di facile successo per intraprendere un percorso alla ricerca di sé e delle proprie profonde esigenze espressive. E’ questa la storia che racconta la bella e corposa biografia dello scrittore e giornalista Christopher E. Young “On the Periphery” (Malin Publishing, pp. 384, euro 29,55) dedicata esclusivamente alla parabola solistica di Sylvian, iniziata esattamente trenta anni fa; si tratta di una vicenda in perenne evoluzione, piena di ripensamenti, anche di sofferenze (Sylvian ha attraversato momenti di depressione clinica ed ha fatto uso di cocaina), ma nella quale non è difficile rintracciare un senso di linearità, che è appunto rintracciabile nella volontà di mirare all’essenziale, spogliando la propria musica (ed il proprio personaggio) da qualsiasi orpello tipico della concezione rock-pop.
Da artista coraggioso dunque Sylvian intraprende una carriera solistica con il manifesto intento di dissipare il consenso conquistato negli anni precedenti e di crearsi una nuova credibilità negli ambienti della sperimentazione radicale, una scelta che lo porterà a confrontarsi e collaborare con alcuni degli esecutori più creativi degli ultimi decenni, dai celeberrimi casi incarnati da Sakamoto e Fripp, sino ai protagonisti della scena jazz che si raccoglie attorno all’etichetta ECM. Per tutti gli anni ottanta alternerà splendidi lavori ancora legati alla tradizione cantautorale (come l’immenso “Secrets of the Beehive”, del 1987), in cui sembra rileggere con personalità la lezione di Nick Drake, ad altri episodi più dichiaratamente sperimentali. Dopo, fatta eccezione per un album in coppia con Fripp, che rappresenta una rara incursione nei territori esplicitamente rock (“The First Day”, del 1993), si ritirerà progressivamente da ogni ribalta per elaborare una sintesi che fosse solo ed esclusivamente sua. Occoreranno anni per ascoltare un suo nuovo album solista di canzoni, nel 1999, ma Sylvian è oramai oltre e quello che pare essere la sua tensione artistica è la decostruzione del tradizionale formato canzone: crea una sua etichetta discografica, per non avere condizionamenti di sorta, e pubblica due album, “Blemish” e il più recente “Manafon”, del 2009, che sembrano suggerire un punto di arrivo della poetica sonora sylvianiana: in essi la voce dell’artista si staglia su sequenze scomposte di note improvvisate o addirittura su impalpabili, quasi inudibili, suoni ambientali. Se esiste una ipotesi radicale di scomposizione dei linguaggi popolari, la dobbiamo proprio all’artista inglese e alla sua coraggiosa e pervicace volontà di posizionarsi in una terra di nessuno, alla periferia dei linguaggi già codificati. La sua ipotesi, per qualche strano meccanismo di ricezione, è sempre stata accolta con particolare favore proprio nel nostro paese e brani dell’opus sylvianiano compaiono sovente anche nelle colonne sonore dei film di Carlo Verdone, tanto per dirne una…

L’uscita di questa biografia, per ora solo in lingua inglese, dovrebbe soddisfare i tanti interrogativi e curiosità attorno al lavoro di questo musicista ritirato e taciturno, che è riuscito ad ammaliare pur senza mai titillare in maniera consolatoria i presunti gusti del pubblico.

versione integrale dell'articolo uscito su Il Manifesto del 25/01/2014

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