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mercoledì 15 gennaio 2014

NORBERTO FRAGIACOMO: Ripensando al convegno "Oltre L'Euro"





La mattina di sabato 11 Chianciano Terme è un’albergopoli fantasma: manco un’anima in giro; entriamo in un bar per un caffè, ma dietro il bancone non c’è nessuno.
Avanti verso l’Hotel Villa Ricci, allora, e qui la prospettiva cambia: decine e decine di persone che vociano, s’informano, si mettono in fila. Compagne e compagni in febbrile attesa dell’evento. Gli organizzatori lavorano duro: appaiono ovunque, rispondono con gentilezza alle domande più varie, mostrano un’invidiabile efficienza. Sono sorpresi, però, quasi sconcertati dalla massiccia affluenza. Percepisco la loro soddisfazione, mista a un po’ di ansia: la sala dell’albergo è insufficiente ad accoglierci tutti, tocca spostarci altrove – e questo provoca uno slittamento dei tempi. Il primo giorno dei lavori sarà concentrato nel pomeriggio-sera: si annuncia un’autentica maratona, che metterà a dura prova le nostre forze (e soprattutto la nostra attenzione).
“OLTRE L’EURO – La sinistra. La crisi. L’alternativa”: sfoglio la pregevole brochure, che contiene brevi biografie (e dicta) dei relatori ed una proposta di documento finale redatta dai promotori (Movimento Popolare di Liberazione e Bottega Partigiana). Ne discuteremo, e non soltanto nell’immediato.

Il dopopranzo è dedicato al seminario economico (“Oltre l’euro: per andare dove?”), introdotto dal padrone di casa, Moreno Pasquinelli, che ascolto per la prima volta dal vivo. Inizia con una domanda volutamente provocatoria (“E’ davvero finita la dicotomia destra-sinistra?”) e si risponde: “la sinistra è l’unico luogo in cui si è fatto un ragionamento sul destino storico del capitalismo e sulla possibilità di costruire un’alternativa, oltre che sulla capacità di mobilitare gli oppressi. Qua si discute di fuoriuscita dal capitalismo. Tutti percepiamo che siamo dentro un cambiamento storico. La domanda anche di chi non è di sinistra è la seguente: cosa c’è dopo il capitalismo?” Assicura che per lui il capitalismo non è l’ultima frontiera, e cita due “date periodizzanti”: il 1971 – in cui nasce il capitalismo casinò, e si afferma l’egemonia della borghesia finanziaria, definita “un’aristocrazia con religione neoliberista”, sulla propria classe – e naturalmente il 1989. Due sarebbero anche i tabù della sinistra: la sovranità nazionale e il protezionismo. Segue un’analisi ricca di digressioni storiche (crisi della Ruhr del ’23 ecc.), volta a dimostrare che movimenti spontanei, anche ispirati dalla destra, possono venir convertiti ad una battaglia di sinistra popolare. La novità più interessante sarebbe il Movimento 9 dicembre, cui il MPL ha aderito criticamente: “la prima linea erano giovani precari, giovani disoccupati” ecc. “E’ un inizio promettente: si può sperare di saldare l’intellettuale collettivo con questa nuova protesta giovanile.” Non vuole gli Stati Uniti d’Europa, il MPL, e lancia un appello (contenuto nel documento) per la costituzione di un Comitato di liberazione nazionale capace di rappresentare “un’alternativa politica ai criminali che ci governano”. Per l’uscita dall’euro “sovranista-democratica” (quindi non socialista), che Pasquinelli caldeggia, è sufficiente una convergenza di forze che si riconoscono nella Costituzione su pochi punti comuni (1. uscita unilaterale dall’eurozona; 2. nazionalizzazione del sistema bancario; 3. emissione della nuova lira; 4. misure restrittive dei movimenti di capitali; 5. moratoria sul debito pubblico); raggiunto l’obiettivo, spetterà ai cittadini “scegliere liberamente il loro futuro, quale tipo di società essi riterranno più giusta.”

In sintesi, una proposta emergenziale-minimale [1]; ma quali siano, al di fuori di una parte della sinistra anticapitalista, “le forze (minimamente organizzate) che si riconoscono nella Costituzione” non viene esplicitato. Si tratta, par di capire, di formazioni sociali, parzialmente o per nulla politicizzate.
E’ poi il turno di numerosi ed autorevoli economisti, che meriterebbero – in una relazione come si deve – assai più spazio del poco che riuscirò a concedere loro. Il professor Ernesto Screpanti, studioso attento di un Marx da “liberare da ogni metafisica hegeliana, etica kantiana e determinismo economico”, comincia la sua riflessione dalla crisi come “culmine di un processo di trasformazione da un capitalismo a un altro, da un imperialismo a un altro.” L’analisi storico-economica è accurata ed avvincente; la conclusione è che questa crisi, “più pesante di quella del ’29, apre forse una finestra rivoluzionaria, per via dell’impoverimento globale. Il moto partirà probabilmente dall’Asia (non è una profezia, tiene a sottolineare: solo una previsione, basata su fatti economici), ma molto dipenderà dai soggetti sociali e politici. Però c’è il rischio che si ripeta il ’29, con l’incapacità della sinistra di cogliere l’occasione storica.” Infine un aut aut che è anche omaggio a Rosa Luxemburg, assassinata novantacinque anni fa con la complicità di socialisti rinnegati: “Socialismo o barbarie”, intendendo per barbarie l’imperialismo globale delle multinazionali.
Sergio Cesaratto, economista lui pure, ci dispensa un intervento problematico, a suo modo sofferto. Dal confronto tra due economisti dell’800, il “suo” Marx e Friedrich List – pensatore democratico, teorico del protezionismo economico e “padre” dello Zollverein tedesco -, sembra uscire vincitore il secondo: contrariamente a quanto opina l’autore de Il Capitale, “per i lavoratori, anche per loro, è importante l’esistenza di uno Stato nazionale, perché lo Stato è il campo di gioco in cui i lavoratori operano avanzamenti.” Lo studioso confessa, con ammirevole onestà intellettuale, di non essere pienamente soddisfatto delle proprie conclusioni e invoca salutare cautela sull’uscita dall’euro: bisognerebbe premere sull’Europa, e solo in caso di irremovibilità dell’istituzione trattare una rottura consensuale. Cesaratto si dice preoccupato dal cappio della speculazione; il suo è un invito all’unità a sinistra (“persino con Vendola”, azzarda; poi si corregge) e al sostegno alla Lista Tsipras.
Dopo un difficoltoso collegamento in streaming con Marco Passarella, che si sofferma sull’attualità della pianificazione economica, è la volta dell’investitore americano Warren Mosler, guru della MMT (Modern money theory) e autentica star del convegno. Grazie ad un interprete bravissimo non ci perdiamo una parola di quella che è una vera e propria lezione di economia “eterodossa”, inframmezzata da pause - ad effetto - riempite dai boati del pubblico. L’esposizione è anche uno show all’americana, infarcito di battute (“Draghi ci ha salvato dalla crisi finanziaria, ma non ci sono stati sopravvissuti” è un esempio) e domande retoriche; sul grande schermo si rincorrono slides cui è affidato il compito di fissare i concetti chiave. Dimentichiamo ciò che sta scritto sui manuali: “la moneta viene dal governo e viene usata per pagare le tasse.” Perciò “il governo deve prima spendere e poi tassare.” Vengono offerte di seguito definizioni di deficit e debito pubblico, con la precisazione che “non esiste ripagare tutto il debito, è moneta messa lì in attesa che si paghino le tasse, visto che corrisponde ai risparmi privati. Il problema è la disoccupazione, l’unica ragione della quale è il deficit troppo basso.” 

Chi scrive non ha un’adeguata preparazione economica, e rimanda pertanto alle annotazioni degli esperti e agli atti del convegno (di prossima pubblicazione); merita però riassumere le conclusioni: Mosler manderebbe un ultimatum alla UE, intimandole di allentare la stretta sul deficit (dal 3 all’8% almeno), onde consentire un aumento della spesa pubblica che faccia calare la disoccupazione e, insieme, l’abbassamento delle tasse; di fronte al quasi certo rifiuto, bisognerebbe tornare alla lira, senza svalutare (rapporto lira-euro: 1-1), e dar vita ad un sistema misto lira/euro. In questa cornice, un aumento delle esportazioni non è affatto il toccasana: “la vera ricchezza dell’Italia è l’insieme di beni e servizi reali più ciò che si importa, mentre l’export diminuisce la ricchezza reale.” Occorre, ovviamente, liberarsi dell’attuale leadership nazionale, seguace – al pari di quella europea – dell’ortodossia economica.

Quesito: è percorribile, dal punto di vista strettamente economico, la strada indicata da Warren Mosler? Lascio la risposta a compagni più preparati del sottoscritto, e mi limito a rilevare che il ragionamento dello studioso pecca di quell’astrattezza che caratterizza, in genere, le riflessioni e le teorie economiche. Esso implica, a parer mio, un fair play tra soggetti politico-finanziari (Stati, istituzioni sovranazionali, attori dei mercati ecc.) che non ha riscontro in una realtà connotata, invece, da aggressioni, interferenze e colpi bassi continui. Se le cose vanno come vanno non è perché i decisori «non sanno quello che fanno», bensì per via di scelte precise e consapevoli: uno Stato che ricusasse le regole imposte sarebbe immediatamente sommerso. Le concezioni economiche dominanti sono sovrastruttura pseudoscientifica dei brutali rapporti di forza vigenti a livello globale: per modificare le prime è indispensabile scuotere i secondi. Aver ragione da un punto di vista teorico non serve a nulla, e soprattutto non cambia nulla.

Le ore passano, gli appunti si fanno più radi – e me ne scuso con il lettore. Nino Galloni, economista con incarichi governativi alle spalle, ci propone una sobria relazione “all’italiana”, non certo povera di spunti. Economia e politica stavolta si mescolano: visto che il (loro) “progetto complessivo è mettere tutta la liquidità al servizio della grande finanza internazionale” è urgente “ripristinare la separazione tra banche di credito e di investimento”. Ma “è possibile un modello non capitalistico?”, si chiede il relatore. Scartata l’opzione decrescita – sinonimo di arretratezza e inefficienza, ma soprattutto incompatibile con l’attuale consistenza della popolazione – rimane la possibilità di virare verso un sistema in cui la moneta, strumentale rispetto all’economia insieme al credito, non abbia valore intrinseco (e renda impossibile il risparmio). L’attuale modello finanziario, per Galloni, sarebbe già “postcapitalista”, dal momento che la produzione ha un ruolo marginale (a chi scrive risulta, però, che per Marx una progressiva finanziarizzazione rappresenta l’ineluttabile destino dello sviluppo capitalistico…); quanto agli scenari futuri, la Cina, pompando la domanda interna, si candida a leader mondiale, mentre la Germania – che punta esclusivamente sulle esportazioni e deprime la propria domanda – va ciecamente incontro alla catastrofe.

Tocca a ‘sto punto a un giurista, il Presidente di Sezione del Consiglio di Stato Luciano Barra Caracciolo (e la presenza di un alto magistrato all’assise mi stupisce). Il tema trattato (“La convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati europei”) m’intriga parecchio, visto che ho scritto più volte su questo argomento, ma l’ora è tarda, la stanchezza minaccia di prendere il sopravvento: urgono una doccia e un ripasso mentale in vista della tavola rotonda della serata. Do un’ultima occhiata alla sala, gremita da centinaia di spettatori, e a malincuore prendo, coi compagni di BRIM, la via dell’albergo.

La cena è frugale, ma il rispetto degli orari resta utopia (socialista): invece che alle 9, il dibattito – protagonisti Screpanti, Martini, Pasquinelli e il sottoscritto, ai quali si aggiunge in extremis Giorgio Cremaschi; moderatore è Valerio Colombo, del Partito Umanista – incomincia alle dieci passate. Il tema è stimolante (“Quale società per il futuro?”), e ciascuno prova a svolgerlo al meglio. Screpanti provoca con intelligenza: “Cosa proponiamo? Welfare, partecipazioni statali, nazionalizzazioni ecc. Tutto qua? Ma allora è un semplice ritorno alla DC degli anni ’50-’60!”, esclama. Certo, il modello stalinista non è riproponibile per un triplice ordine di problemi: le carenze nella raccolta di informazioni (menziona l’iperliberista von Hayek, secondo cui la pianificazione non funziona perché le informazioni non sono reperibili), la mancanza di incentivi (e lo stakanovismo?), un sistema oppressivo nei confronti dei lavoratori stessi. Per il relatore fondamento del capitalismo non è, come riteneva Lenin, la proprietà privata dei mezzi di produzione, bensì il rapporto che si instaura tra lavoratore e padrone, consistente in uno scambio ineguale tra obbedienza e salario. Il capitalismo, in sostanza, si fonda sulla negazione della libertà. Giorgio Cremaschi riconosce che “sinistra” è una parola malata, perché la sinistra (non solo in Italia) non è più sinistra, è destra travestita. Per attrarre gli investimenti si rende più flessibile il lavoro: “questa è pornografia economica”, tuona all’indirizzo di Renzi (e del neoconvertito Landini). Il job act non gli va proprio giù, a partire dal nome: in inglese, “job” indica la prestazione occasionale, mentre “work” è il lavoro come comunemente lo intendiamo (si parla, non a caso, di working class) e “labour” è l’attività libera, creativa cui fanno riferimento i primi articoli della Costituzione. Due sono i terreni di lotta: l’edificazione di una nuova società (secondo Cremaschi, e pure secondo me, gli elementi caratterizzanti il piano capitalista sono la distruzione della contrattazione collettiva – con la complicità sindacale – e lo smantellamento del welfare: “pensioni, sanità, trasporti ecc. sono le terre comuni che il capitale vuole recintare”) e la ricostruzione di un blocco sociale. Il giovane Claudio Martini, di Bottega Partigiana, parte dall’esperienza greca per osservare che “la gente non si ribella perché sta male; si ribella quando ha in mente un sistema da sostituire all’attuale. Se c’è un’idea positiva di sostituzione c’è la possibilità di un rivolgimento.” Martini spezza una lancia in favore della decrescita, e poi fa due affermazioni “eretiche” (rispetto alle tesi degli altri partecipanti al dibattito): “chi ha il potere oggi è il ceto politico, è lui il nostro nemico di classe” e “la UE è un nemico di comodo. Essa non sottrae sovranità agli Stati, perché non è una vera federazione; se lo volessero, gli Stati potrebbero uscirne [2].” In effetti, un discorso talmente “eretico” da risultare mainstream: capita, quando - con troppa disinvoltura - si nega la negazione.

Evito di riportare le mie parole – le trovate disseminate negli articoli scritti per Bandiera Rossa in Movimento – e passo a Moreno Pasquinelli, che parte da lontanissimo (la Pace di Westfalia) e, dopo aver ribadito che “si affaccia, oggi, un totalitarismo postcapitalista”, dichiara la fame sufficiente a scatenare il caos. Tuttavia non si batte la classe dominante “né con le molotov, né con gli scioperi, né con le elezioni: ci vuole una sollevazione, la rivoluzione democratica” propugnata nel documento che ci è stato distribuito.
Il secondo giro di interventi si snoda più rapido; malgrado l’ora tardissima [3], la sala dell’hotel è ancora sorprendentemente piena. Screpanti esalta in Marx il filosofo della libertà come autorealizzazione attraverso il lavoro; Cremaschi dà ragione a Pasquinelli su alcuni punti (“non penso che si debba rivendicare subito il socialismo” e “bisogna rilanciare il pubblico”), poi parte con la stoccata: “i forconi non sono utilizzabili per la nostra battaglia.” La discriminante antifascista è pratica: i fascisti sono nemici, e stop. No alle patrie, e quello sventolio di tricolori insospettisce.
La replica di Moreno Pasquinelli è accorata ed efficace: “i rivoluzionari onesti lottavano per patria e socialismo. E’ forse reazionario, fascista, un operaio che, caricato dalla polizia, si siede in terra e intona l’inno di Mameli? Ci sono tabù a sinistra. Non abbiamo paura dei fascisti, perché siamo forti delle nostre idee. Dopo trent’anni di neoliberismo cosa pretendiamo, la classe bell’e pronta?” Rivendica con orgoglio la partecipazione del MPL al movimento del 9 dicembre, il ruolo giocato nella rottura con l’impresentabile Danilo Calvani. “Costruiamo l’opposizione con le forze esistenti”, esorta, e in linea di principio ha sicuramente ragione.

Il problema fondamentale resta, a mio avviso, riconoscerle, queste forze, e riuscire a coinvolgerle in un progetto chiaro e lineare. Lotta per la democrazia? Nella Costituzione ci sono i semi del socialismo (basta leggersi la prima parte per accorgersene), e proprio quei semi dovremmo innaffiare, trascurando l’abbondante gramigna. Per la borghesia produttiva in fase di proletarizzazione un socialismo basato su garanzie, libertà e cooperazione è senz’altro preferibile allo sfacelo; a loro volta, studenti, operai, pensionati e precari hanno tutto da guadagnare da un mutamento di paradigma. Forse non lo sanno ancora, perché abbondantemente cloroformizzati dai media – ma se non riusciamo ad aprire loro gli occhi, non si batteranno né per il socialismo né per le libertà borghesi. Per scacciare TINA occorre oggi una rivoluzione socialista, che è sinonimo di rivoluzione democratica poiché – come ha ben evidenziato Screpanti – “il capitalismo nega la libertà”, e l’unica alternativa al predominio del capitale (e alla schiavitù generalizzata) è, per l’appunto, il socialismo/comunismo.
E’ “usciamo dall’euro!” la parola d’ordine per mobilitare-sollevare le masse, e tosto condurle nella direzione per loro più conveniente? Credo proprio di no. In primis, perché il messaggio è ambiguo, e lo prova il suo continuo utilizzo da parte di fascisti, leghisti e persino di Berlusconi (sentendolo ripetere da mesi dal cavaliere in tv, e non conoscendo affatto la posizione del MPL sul tema, la gente comune finirebbe per credere che… la sinistra “estrema” sia passata a destra!); in secondo luogo, perché l’euro è solo uno dei tanti strumenti di cui si avvale la classe finanziaria al potere in Europa e nel mondo. Non ripeterò ciò che ho scritto anche di recente, ma segnalo l’esistenza di argomenti almeno altrettanto forti contro questa Europa: in un’epoca di licenziamenti a raffica, una decisa campagna contro le delocalizzazioni statutariamente benedette dall’Unione Europea, accompagnata da parole inequivocabili in difesa di beni comuni, salari, pensioni e – perché no? – microimprese strozzate dall’assenza di credito, potrebbe suscitare la passione popolare.
Il CLN è un’eccellente trovata – ma non con chiunque, non a qualsiasi costo. 




[1] Tanto per fare un esempio, moratoria non equivale a ripudio.
[2] In verità, il diritto di recesso è previsto dal recente Trattato di Lisbona, ma non è esercitabile “a gratis”.
[3] Finiremo quasi all’una di notte!

fonte: http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2014/01/il-convegno-del-mpl-chianciano-terme.html#more

2 commenti:

  1. http://bakerstreetirregularfightclub.blogspot.it/2013/10/una-segnalazione-tre-sfumature-di-blu.html

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  2. Anche questo link - im links - potrebbe con tenere de gli spunti, piccoli, quasi spuntini, speriamo non finger foot, perché o sei finger (e sai finger) o sei foot (Big o Little John) : : : http://bakerstreetirregularfightclub.blogspot.it/2013/04/perche-leuro-e-un-fallimento.html

    Anonym

    Motto mòtto vivo: Nomen Omen sed, sine Nomine, nihil Omen - Solo Nomini Suo Gloriam -

    Robota Non Sumus


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