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martedì 14 gennaio 2014

LUCA NEGRI: Maharishi, Beatles e Joyce Collin-Smith



Ignoriamo se Madonna si stia ancora dedicando allo studio della Kabala, il lato esoterico della tradizione ebraica. Certo la notizia di questo suo impegno ci stupì un poco, non era così naturale accostare la bionda popstar con i profondissimi saggi di Gershom Scholem. Ma, a ben vedere, nel mondo della musica rock non sono mai mancate le passioni per discipline e personaggi dell’occulto. Un artista indubbiamente un po’ più serio e credibile di Madonna, Peter Gabriel, è da anni un seguace del mistico armeno Georges Gurdjeff, ad esempio. E scendendo di livello, sono tanti i gruppi o gruppuscoli metal che si lasciano ispirare da un satanismo più o meno fumettistico. Altra figura che ha esercitato una notevole suggestione è quella del mago Aleister Crowley, punto di riferimento per Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin e, almeno alla fine degli anni ’60 di Mick Jagger dei Rolling Stones. Anche i Beatles subirono il fascino di Crowley, tanto dall’inserirlo fra i personaggi amati nella copertina dell’epocale “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”. Ma il grande innamoramento dei quattro scarafaggi di Liverpool fu per lo yogi indiano Maharishi, l’uomo che portò in Occidente la “meditazione trascendentale”. Si è già scritto parecchio sull’esperienza di Lennon e compagnia con il mistico indiano, ma abbiamo finalmente una testimonianza molto fedele di quei giorni in Nessun uomo è un Maestro di Joyce Collin-Smith (Spazio Interiore, pag. 286, euro 19, traduzione di Mariavittoria Spina, introduzione di Colin Wilson). L’autrice, defunta novantenne nel 2010, era un’astrologa di riconosciuta fama ed una scrittrice di romanzi fantastici. Fin dall’infanzia si sentì spinta dal “desiderio di una realtà più vasta”, poi frequentò diversi ambienti esoterici, soprattutto quelli legati a Gurdjeff e poi al mistico indonesiano Pak Subud. Cercava un maestro d’esoterismo. Rimase più o meno delusa da tutti e, dopo una seria crisi più psichica che mistica, arrivò alla stessa conclusione del saggio Pitagora: “Non chiamate nessun uomo Maestro. Il Maestro è in voi stessi”. Prima di capirlo, però, dedicò tempo ed energie al Maharishi appena arrivato a Londra con la missione di convertire gli occidentali, piombati nel materialismo, alle virtù della meditazione. Lo scopo pareva buono, addirittura favorire la pace nel mondo. E così ci cascarono anche i Beatles. A dar credito alla Collin-Smith, il mistico perse gran parte della sua seraficità quando si accorse che non riusciva a conquistare abbastanza fedeli. Si scoprì addirittura che la missione se l’era data da solo, non l’aveva ricevuta da sconosciuti maestri asiatici. Ben presto gli “iniziati” dal guru cominciarono ad avere serie difficoltà a vivere una normale vita da cittadino di una metropoli europea, con tutti i doveri che ne conseguono. Non mancarono anzi “esperienze allarmanti, non dissimili dalla trance catalettica”. La notizia, però, più sconvolgente del rapporto fra Beatles e Mahairishi è un’altra: il manager dei fab four, Brian Epstein, era parecchio infastidito dalla passione esotica dei suoi protetti, e voleva impedire il loro viaggio in India in compagnia del mistico. Ebbene, Epstein si suicidò senza un preciso motivo nell’agosto del 1967. Quando i Beatles riferirono, sconvolti, la notizia al guru, lui rispose, senza batter ciglio: “Adesso potete venire con me in India”. Insomma, fra le righe, la Collin-Smith ci lascia col dubbio che il santone indiano abbia influenzato con i suoi poteri la psiche di Epstein, portandolo al suicidio, e potersi così servire del gruppo pop più famoso al mondo per i suoi scopi. Comunque, il rapporto fra Beatles e Maharishi durò poco. Tornarono dall’India pesantemente disillusi. “Dopotutto anche lui è un essere umano”, dichiararono, “per un po’ avevamo pensato che non lo fosse, ma continuiamo a meditare”. Avevano capito anche loro che nessun uomo è un Maestro.

LUCA NEGRI
(pubblicato, in versione più breve, su Il Giornale del 7 gennaio 2014)



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