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giovedì 16 gennaio 2014

MARCO IACONA: Il sogno d'oro degli anni '80





      Se peschiamo dal grande pentolone della storia del Novecento, anni così ne troveremo pochi. Giusto dieci o forse meno. Condensati in un decennio o in un lustro più qualcosa. Gli Ottanta sono lì, sono sempre stati lì, in attesa che qualcuno lì scoprisse – troppo comodo dire: riscoprisse – e dicesse chiaro chiaro: sì è vero, siamo stati felici. Ma guai a non aver vissuto gli Ottanta da adolescenti. Coloratissimi, esagerati, caotici, atomici e spensierati Ottanta. È un trucco o forse una dannazione. Ottanta è sinonimo di giovinezza come Settanta lo è di violenza. Dunque niente roba seria e tanto divertimento. Al bar con gli amici, in discoteca, al mare, nelle case di campagna o del centro città. E fu subito invasione. Migliaia di oggetti, accessori tra l’elegante e il cafone (mai linea di confine fu più sottile), per accompagnare corpi sempre più snelli. Con una sola regola: forma e firma necessariamente riconoscibili. Dal compagno di banco o dal giovane collega, dai ragazzi della comitiva o dall’innamorata segreta. Un elenco sterminato, esterofilo non per caso: dagli orologi Swatch, due per volta, ai portachiavi a molla, dal più ingombrate Windsurf al rivoluzionario Skateboard. Tutti lì accanto a noi, al massimo in garage, per un’evidente conferma che il vecchio mondo resisteva a stento. E poi tanta musica. Quella che da una manciata di lustri riempie la vita di questa fetta d’Occidente. Su quanti comodini trovavi una radio sveglia, un apparecchio Indesit o Philips o un radioregistratore di marca orientale che poteva durare una vita intera? E i grandi romanzi di formazione invece? E David Copperfield di Dickens? Sacrificato in nome di un nuovo sound, di una schitarrata rock o di un affascinante pezzo fusion. Diciamoci la verità. Ascoltando il finalino di Don’t you (forget about me) dei Simple Minds, quello che fa semplicemente “La la la laaa”, riuscireste mai a visualizzare una pensionata Inps o un canuto impiegato con radiolina incollata all’orecchio? E quella disco music italiana o italo-disco? Quella degli americani de’ noantri? Riccardo Cioni, Gazebo e Den Harrow? Non ci ascolta nessuno: proprio una gran figata! Ragazzini di un paese furiosamente in crescita erano, a quel tempo, Danilo Masotti e Ivo Germano autori di un libro sugli anni Ottanta e la cultura pop (New Gold Dream e altre storie degli anni Ottanta; ed. Pendragon). Non uno studio con nomi, date e classifiche, ma racconti in serie come un puzzle dei nostri tempi con un’immagine di un mondo passato. Titolo che ricorda una hit dei Simple Minds, colonna sonora di un decennio puffissimo, libero e fantasioso. Un’immagine da cartone animato con una foto in più, scegliete voi tra Tony Hadley degli Spandau Ballet, Gene Simmons dei Kiss o una più rassicurante Loretta Goggi. Gli Ottanta non si possono raccontare in altro modo: il giorno trascorso ad ascoltare i Pink Floyd nella nuova versione in Compact disc, la sera in casa di amici a vedere il Festival di Sanremo (lo vinsero anche Tiziana Rivale nel 1983 e i Ricchi e Poveri nel 1985). Una sola parola d’ordine e categorica: contaminarsi. Il decennio degli Ottanta «sconvolse tutto e tutti». Andavamo a letto rockettari e la mattina dopo ci alzavamo un po’ melodici. Carlo Massarini Dj futurista, era un alieno: su Rai1 conduceva Mister Fantasy, programma di musica da ascoltare e da vedere. E quanti ragazzi inciamparono nei primi video surreali… Ma l’idolo della fidanzata del migliore amico o del fratellino di pochi anni più piccolo era Sammy Barbot, quello di Aria di casa mia, canzoncina che sembrava ispirata da una quadreria per fanciulli. Felicità era una cassetta di Sting o di Michael Jackson ma anche un duetto di Al Bano e Romina. E quelle feste poi? Non per niente uno dei simboli degli Eighties è un filmettino (quasi) da nulla. Il tempo delle mele di Claude Pinoteau con Sophie Marceau ragazzina acqua e sapone. Titolo originale: La Boum, cioè la festa. Alle feste si andava per ballare o ballonzolare, per limonare, per mostrare una camicia nuova o per innamorare una ragazza o un ragazzo. Tutto qua? Tutto qua. Che strano, sorprendente, vivace decennio: s’iniziava a parlare d’amore con mamma e papà con un certo imbarazzo ancora, abbassando lo sguardo o arrossendo. Ma più loro che noi. Dopotutto, il tetto dell’armadio in ogni cameretta era la succursale proibita dell’edicola in centro. Sukia e Zora la vampira non si allontanavano mai. Pronte a farsi conquistare da un goffo, acneico adolescente in piedi su una sedia.


3 commenti:

  1. Il cosiddetto sogno d'oro è poi divenuto un incubo senza fine: va bene il momento, ma l'averlo voluto far perdurare senza fine è la causa vera del berlusconismo e della fine assolutamente infausta - ma tanto, tanto italiana, oh quanto italiana, italiota, ital idiota, la delega totale fa battere impazzato il cuor a codesto paesotto che dà i numeri (l'otto solo, ma non si lotta, si fanno scemeggiate esagitate inconcludenti sdentate inadempienti) - di codesto pasotto strapesano e stralunato, dalla luna storta, nel senso che è stata messa in una storta, una storta dritta, drizzata come capelli impomatati, e pomici argentate sull'Argentario senza Ario ma con le carie, non cairote, ma carie idiote.
    E che cacio! Eppur dfinir debberessi! Ser non per l'oro, per i pesci lessi.

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    Risposte
    1. Anonimo esimio, posso di' "che palle!". Gli anni '80 sono stati tante cose... se le viene in mente solo il berlusconismo, le chiederei uno sforzo di memoria o di immaginazione.

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  2. Messere a parte che il "quia palla" non parmi, prosiutto di, un comento assai preciso, i’ ’n dissi che, de li Anni Ho Tanta, solo lo berlusconismo mi fue rimebro, no, i’ dissi che quegli anni si son volutio **artifizialmente** projettare oltre il limite loro.
    Una cosa un tantinello, un tansalone, molto differente.

    Chiaro che vi furono altre cose, chi’ nega. Ma non è il punto. Non è ciò che ho osservato, e, senza "che palle" di sorta, gradirei si dicesse esattamente quel che ho inteso, e non leggere tra righe vuote.

    Per finir: le cose “altre” le quali eranvi, sanza dubbio ( e sanza olio di sanza), difatti con extrema dificultade projettaronsi ne l’italia etta che venne fòra da quei anni colà. Adunque l’osservazion mia era di natura differente.

    E mia sia consentito, per finire, osservare quanto segue: cotesto uso extremamente violento di attaccare colui che parla e non di leggere con attencione le observationi, nasce in quel tempore, negli anni Ho Tanta, dove taluno teorizzò l’essere di parte senza far riferimento e nessun limite.

    Una cosa che, a me - osservazione solo “personale” eh, liberissimo di non essere d’accordo -, ha molto ma molto stancato, son queste parolone che volano, questi atteggiamenti sempre costantemente sopra le righe, che oggi vediamo perdurare, e che nascono in Italia in quegli anni là, che furono sì tante altre cose, e non lo nego, ma queste “tante altre cose” non hanno colorato di sé un intero clima pubblico.

    Fra i Settanta e gli Ottanta perdurò anche un interessante movimento muicale, per fare un esempio, giunto fino ai Novanta.

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