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martedì 31 dicembre 2013

DOUGLAS P.: Il percorso dei Death in June, tra musica e esoterismo





Intervista a cura di Antonello Cresti e Ferruccio Filippi tratta dal volume di ANTONELLO CRESTI "COME TO THE SABBAT" (Tsunami Edizioni, 2011)

Dopo tutti questi anni, come giudichi le influenze esoteriche ed occultistiche che comparivano nel primo periodo della tua carriera?
  
Nessun giudizio, semplicemente le accetto in quanto parte necessaria dello sviluppo dei Death in June, allora come ora, in molti modi diversi. La musica di Death in June può essere potente e dunque interpretata ed usata su tanti livelli. Ha una sua forza vitale a sé stante che io accolgo naturalmente e non mi faccio troppe domande in merito. Quelle le lascio agli altri.

In che modo l’esoterismo ha influenzato il tuo pensiero politico?

Non so se sia mai accaduto, almeno coscientemente. E comunque non sono mai stato coinvolto in alcuna attività politica a partire dal 1979-1980, quando avevo ventitré anni. Ho votato solo due volte in vita mia e poi mi sono trovato d’accordo coi graffiti che tante volte ho visto dipinti sopra i manifesti elettorali in Inghilterra e che dicono “Non votare! Perché incoraggiarli?”. Mi sono trovato d’accordo, ed è ancora così. In Gran Bretagna votare non è obbligatorio.

Chi sono i personaggi legati al mondo dell’occulto che hanno in qualche modo “guidato” la tua carriera?

A partire dal 1983–1986 certamente Crowley, soprattutto a causa delle canzoni che ho scritto con David Tibet, che all’epoca era davvero un seguace del lavoro dell’occultista. E devo dire che quell’approccio si è rivelato di grandissimo successo! Dopo aver letto “The Book of the Law” (la copia me la dette personalmente Tibet) per la prima e ultima volta in vita mia, come si dovrebbe fare, i Death in June si sono ritrovati ad intraprendere un’attività davvero frenetica sotto ogni aspetto. Il 7’’ e 12’’ di “She Said Destroy” e l’album “NADA!” vendettero molto bene e catapultarono il progetto totalmente su un altro livello. È stata davvero una fase importante, di quelle che cambiano la vita! E forse erano necessari dei sacrifici, dopo che le forze magiche avevano aiutato i Death in June… L’abbandono di Patrick Leagas fu forse uno di questi sacrifici, dal momento che fu uno shock e che mi è sembrato così assurdamente strano. Assurdo, considerato il nostro successo all’epoca e pensando soprattutto al fatto che poco dopo il nostro tour italiano, nell’aprile del 1985, avevamo in programma di tornare in Italia per una performance speciale presso l’Abbazia di Thelema a Cefalù, in Sicilia. Sarebbe stato magnifico e naturalmente non è potuto accadere a causa dell’abbandono improvviso di Leagas e della sua poi concordata uscita dal gruppo nel maggio del 1985. Mi sono sempre chiesto il perché di quello che è successo. Se fosse stato qualcosa di invocato a livello magico o meno… all’epoca appariva come una cosa totalmente insensata, ma a ripensarci forse è qualcosa che doveva accadere, quantomeno con Leagas. Ha messo volontariamente la sua testa sul ceppo e se n’è andato! Alla fine è stata la cosa migliore per me ed i Death in June, e all’epoca anche per David Tibet. Poi è arrivato il periodo in cui ho cominciato ad interessarmi ai misteri nordici e alle rune ed ho trovato grande ispirazione negli scritti di Edred Thorsson, Freya Aswynn e Michael Howard, e ancora lo faccio! Anche Charles Manson ha giocato un ruolo importante. Mi è apparso in sogno durante il tour in Germania del 1991 e mi ha insegnato il significato di “Ku Ku Ku”, ecco perché ho scritto la canzone la mattina seguente. In definitiva, ci sono certamente persone legate all’esoterismo e all’occulto che hanno influenzato la mia carriera, dagli inizi sino a questo preciso momento. Ma non è proprio il caso che le sappiate tutte.

Esiste un collegamento tra l’uso che fai di maschere ed uniformi, teso a celare la tua identità, e le rune, anche essi simboli che celano altri significati?

Non lo so. Non analizzo il mio uso di rune, maschere ed uniformi in maniera troppo approfondita. È qualcosa che si è legato a Death in June in maniera istintiva e che si è sviluppato molto velocemente. I membri originari della band indossavano rune e uniformi sin dalle prime esibizioni del 1981, e maschere sin dal Gennaio del 1984. Ciò disturbava, o quantomeno infastidiva, alcuni dei gruppi coi quali sonavamo in quel periodo e sicuramente la gran parte dei promoter e dei critici musicali, ma fortunatamente non il pubblico! Ci piaceva quella situazione. E sento che scegliere di auto-ostracizzarci e alienarci dalla gran parte dei musicisti e dalle loro noiose faccende da music business sia stato molto importante. Questo era il nostro modo di agire. E, a posteriori, ti dico che ha avuto i suoi benefici. Adesso mi rendo conto che l’utilizzo di Rune, maschere ed uniformi ha avuto una grande influenza sulle band venute dopo. Ho collaborato con alcuni di questi gruppi e li apprezzo sinceramente, però devo dire che il loro uso di certe simbologie ed estetiche è molto più calcolato. Non avevo idea di cosa sarebbe successo quando abbiamo iniziato e che questa nostra scelta sarebbe stata così popolare, addirittura presso band che non hanno nulla a che vedere coi Death in June, né tantomeno con le rune.

In un’intervista di qualche anno fa, parlasti di un rituale fatto nella foresta con tante teste di cavallo messe su un palo…

La miglior forma di Magick è quella che viene tenuta segreta ed è così che la vedo io. Alcune persone hanno il dovere di spiegare i rituali e i misteri, sono inevitabilmente dei maestri e questo è il loro percorso e la loro vita. Ma io non sono uno di loro, né mai immaginerei di rivestire un ruolo del genere. Non è nel mio destino. Ma magari ho indicato la via ad altri? Ad ogni modo, vi sono rituali magici connessi a diverse uscite discografiche dei Death in June. Il “Nyding stick” con le tre teste di cavallo in fiamme nella foresta delle Ardenne, il 23 gennaio del 1995, è forse l’unico di cui le persone sanno davvero qualcosa dal momento che alcune delle foto scattate durante questo rituale sono poi state utilizzate per la grafica dell’album “Rose Clouds of Holocaust”, che avevo appena concluso in Inghilterra alla vigilia di Natale del 1994. Si trattava di una benedizione e di un’azione necessaria per l’album e per me. E forse anche per le teste di cavallo. Sembravano affermare fisicamente una nuova forza vitale durante il rituale, che fu compiuto nel rispetto più profondo. O quantomeno, col massimo rispetto che uno può dare nel mezzo della notte, in mezzo ad un bosco, con la neve che scende copiosa e il sangue che gronda dai colli e la benzina che brucia dappertutto! Le teste di cavallo pesavano una tonnellata e nessuno mi ha aiutato ad issarle sui pali e a farle bruciare come fiaccole nella notte invernale. E’ stata una cosa molto cruenta ma allo stesso tempo incredibilmente bella.

Cosa pensi dell’influenza di Crowley sulla cultura giovanile contemporanea?

Non ne ho idea. Ha effettivamente una qualche influenza sul mondo del cinema, della moda e della letteratura o ha solo esercitato un fascino su pochi gruppi musicali e singole persone negli anni sessanta, settanta e ottanta? Per come la vedo io, la “cultura contemporanea” è costituita dalla vacuità di Paris Hilton, Britney Spears e dall’esercito dei loro inutili cloni. Ma forse Charlie Sheen e John Galliano potrebbero essere capaci di ispirarsi a Crowley, chissà…

Sappiamo del tuo amore verso figure come gli scrittori Genet e Mishima. C’è qualcun altro pensatore da aggiungere al tuo “pantheon”?

L’unico altro personaggio che mi ha realmente ispirato, anziché influenzato perché sono due cose distinte, è Nietzsche, i cui scritti mi hanno tenuto compagnia e offerto grande conforto durante un momento molto solitario della mia vita, nel 1989. Il suo lavoro è stato di grande aiuto in quei giorni desolati che ancora oggi ricordo con grande cautela.

Cosa pensi della cosiddetta scena neo-folk?

In parte è davvero fantastica ed in parte è roba usa e getta, derivativa e trascurabile. Ma, come ho detto in qualche altra occasione, come può essere “neo” il neo-folk, a un quarto di secolo dalla pubblicazione di “Brown Book”, del 1986, che credo sia stato il primo album dei Death in June a definire questo particolare stile? Forse rimarrà sempre legato ad un preciso momento storico come l’Art Noveau, il Realismo Socialista o il Merseybeat! Non saprei. Non è qualcosa a cui pensavo quando ho cominciato a scrivere le prime canzoni che apparentemente hanno dato il via a quel genere. E tuttora non ci penso; non sono intrappolato negli anni ottanta e novanta, parlo di quel periodo solo quando mi viene chiesto nelle interviste. Naturalmente il meglio del neo-folk si è sviluppato ed è mutato negli anni, cosa naturale per un fenomeno di scala mondiale. Se procede così continuerà a mantenersi vivo ed esercitare interesse, almeno per alcuni.


lunedì 30 dicembre 2013

EDOARDO SANGUINETI: Rivendichiamo il diritto di odiare


In/Oltre vi augura un felice 2014, invitandovi a riscoprire i cari vecchi " cattivi sentimenti" ;-)
NdR: Lo spunto di Sanguineti, ammirevole nella melassa vischiosa che ci avvolge, se possibile pecca di ottimismo. Infatti pensare che sia genericamente una "destra" ad avvantaggiarsi dello stato delle cose è una illusione. Il blocco sistemico è molto più monolitico e trasversale.
Bisogna restaurare l’odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare. Loro sono i capitalisti, noi siamo i proletari del mondo d’oggi: non più gli operai di Marx o i contadini di Mao, ma “tutti coloro che lavorano per un capitalista, chi in qualche modo sta dove c’è un capitalista che sfrutta il suo lavoro”. A me sta a cuore un punto. Vedo che oggi si rinuncia a parlare di proletariato. Credo invece che non c’è nulla da vergognarsi a riproporre la questione.
E’ il segreto di pulcinella: il proletariato esiste. E’ un male che la coscienza di classe sia lasciata alla destra mentre la sinistra via via si sproletarizza. Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto? Recuperare la coscienza di una classe del proletariato di oggi, è essenziale. E importante riaffermare l’esistenza del proletariato. Oggi i proletari sono pure gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari, i pensionati. Poi c’è il sottoproletariato, che ha problemi di sopravvivenza e al quale la destra propone con successo un libro dei sogni.
Edoardo Sanguineti
Genova, gennaio 2007

domenica 29 dicembre 2013

STEFANO SANTACHIARA: Il PD e la menzogna delle pari opportunità



La questione femminile resta un nodo irrisolto nella sinistra italiana. Le ragioni che andremo a sviscerare sono molteplici e complesse ma il dato storico ineludibile è che dopo la stagione delle conquiste sociali e civili non si è realizzato un processo di concreto avvicinamento alla parità di genere nella società e nella politica. Gli stessi eredi del Pci sembrano aver smarrito gran parte di quell’impegno per le donne che ha visto intrecciarsi almeno tre generazioni nei grandi fermenti politico – culturali del Novecento, dal ruolo decisivo delle partigiane nella Resistenza e nell’assemblea costituente ai movimenti femministi, ecologisti e pacificisti.
Sin dalla nascita il Partito Democratico ha introdotto regole che garantiscono un incremento della presenza rosa, ultima delle quali il doppio voto alle primarie del 2012. Le parlamentari della XVII legislatura hanno dunque raggiunto la percentuale del 37,9%. Tuttavia l’applicazione di principi come meritocrazia e pari opportunità, enunciati sovente con ridondante ipocrisia, mal si concilia con la logica delle quote rosa e viene annichilita dal meccanismo che consente al Sistema la vera cooptazione: la legge elettorale meglio nota come Porcellum che ha eliminato il voto di preferenza e affidato al vertice dei partiti la scelta dei candidati da mandare in Parlamento. Naturalmente la selezione delle classi dirigenti non penalizza solo donne ma anche uomini meritevoli. Il Potere in genere, nel settore privato e in quello della pubblica amministrazione, favorisce o al contrario ostacola in modo sofisticato i percorsi personali secondo precisi schemi che rispondono alla propria convenienza, sia essa il mantenimento dello status quo o un riformismo gattopardico. Premesso ciò, resta il fatto che nessuna esponente politica della sinistra italiana ha mai avuto un ruolo apicale come invece avviene regolarmente da anni nel mondo. Nel 2006 le ministre dei Ds nel governo Prodi erano soltanto 3: la dalemiana Livia Turco alla Salute, la veltroniana Giovanna Melandri a Sport e politiche giovanili, l’ex occhettiana Barbara Pollastrini alle Pari opportunità. Nell’esecutivo di Enrico Lettasono rimaste tre dopo le dimissioni dal ministero dello Sport di Josefa Idem in seguito alla scoperta di irregolarità fiscali: dell’area collocabile grossomodo a sinistra troviamo il ministro degli Esteri Emma Bonino , all’Integrazione il medico oculista Cecyle Kyengee all’Istruzione Maria Chiara Carrozza, ex rettore della scuola Sant’Anna di Pisa dove molti anni prima conseguì il dottorato di ricerca (Diritto delle comunità europee) il giovane Letta.
Per restare solo in Europa il premier della Danimarca è la socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt, in Islanda è Johanna Sigurdardottir, lesbica dichiarata; in Finlandia è stata presidente della Repubblica dal 2000 al 2012 Tarja Kaarina Halonen mentre Mari Kiviniemi era a capo di un governo con 12 donne ministri su 20; in Irlanda negli anni ’90 si sono succedute le presidenti Mary McAleese e Mary Robinson. In Francia non è stata una sorpresa quella di Sègolène Royal, nel 2007 candidata del Psf all’Eliseo contro il vincente Nicolas Sarkozy. Infatti sedici anni prima la socialista Edith Cresson, già ministro dell’Agricoltura e del Commercio estero, fu nominata primo ministro dal presidente della Repubblica François Mitterrand. Nella tradizionalista Spagna il governo Zapatero del 2008 era composto in maggioranza da donne, anche in ministeri chiave: Economia e Finanze per la vicepresidente Elena Salgado Méndez, Sviluppo a Magdalena Álvarez Arza, Scienza e Innovazione a Cristina Garmendia Mendizábal, Sanità e in seguito Esteri per Trinidad Jiménez García-Herrera. Il dicastero dell’Economia è rosa anche in Danimarca, Austria, Finlandia e Lituania. In Inghilterra il sottosegretario all’Europa Caroline Flint si dimise nel 2009 accusando l’allora premier laburista Gordon Brown:”Parecchie che formano il governo, me inclusa, sono state da te trattate come poco più che donne-vetrina. Non voglio più far parte del governo con una responsabilità solo marginale”. Il gesto sarebbe impensabile in Italia, dove pure le ministre sono relegate a ruoli di seconda o terza fascia. Resta esclusivamente maschile, oltre alla presidenza del Consiglio, il motore decisivo per la politica industriale: il ministero dell’Economia. La differenza con le altre democrazie occidentali si conferma notevole all’europarlamento: nel 2009 l’Italia risulta ventiquattresima sui 27 Paesi Ue per rappresentanza femminile a Bruxelles con 17 elette su un totale di 72. E pensare che è stata proprio un’italiana, Lara Comi del Pdl, ad ottenere il riconoscimento del Mep Awards 2012 come migliore deputata nel settore del mercato interno e della protezione dei consumatori. Nel Belpaese su venti Regioni esistono due sole governatrici, in Umbria Catiuscia Marini e in Friuli Venezia Giulia Deborah Serracchiani , la giovane candidata che alle Europee era stata in grado di battere in preferenze Berlusconi senza poi trovare spazio a livello nazionale. Le donne sindaco sono soltanto 884 su 8mila Comuni e un terzo delle giunte non ha neppure un assessore del gentil sesso. Per quanto attiene ai partiti si è già detto della Francia ma anche in Germana il Spd, che punta su Peter Steinbruck nella sfida alla cancellieraAngela Merkel, annovera la vicepresidente del partito Hannelore Kraft, governatrice dell’importante regione della Renania settentrionale-Vestfalia, e la segreteria generale Andrea Nahles. Dal 2012 i Verdi sono guidati da Claudia Roth mentre nel Linke, partito creato da Oscar Lafontaine, prosegue la coabitazione della giovane presidente Katja Kipping con l’esperto Bernd Riexinger. In Italia nessuna donna ha potuto guidare un partito di sinistra ad eccezione di Grazia Francescato, eletta presidente dei Verdi nel 1999 al posto del dimissionario Luigi Manconi, reduce dall’1,8% alle Europee. La forza elettorale e dunque il potere di incidere del partito italiano, con percentuali in media tra il 2 e il 3%, è nettamente inferiore ai Verdi tedeschi che viaggiano sul 15%. In ogni caso Francescato, fondatrice nel 1973 della rivista femminista Effe, scrittrice e presidente del Wwf, diede una spinta innovativa partecipando ai movimenti no global in occasione del vertice del Wto di Seattle, prima del famigerato G8 di Genova del 2001. Soppiantata in un baleno daAlfonso Pecoraro Scanio, è stata ripescata 8 anni dopo per far rinascere gli ambientalisti rimasti fuori dal Parlamento. In seguito Grazia Francescato, che dal 2003 al 2006 è stata contemporaneamente consigliere comunale di Villa San Giovanni in Italia (Reggio Calabria) e portavoce femminile dei Verdi europei, è entrata nel coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà.
Il Sistema può contare anche sullo scudo della frammentazione di ruoli e incarichi che impedisce di attribuire specifiche responsabilità, un circolo vizioso che è padre e figlio della società italiana. Le statistiche confermano che le donne, pur ottenendo risultati migliori nelle scuole e sul lavoro, raramente accedono a posti dirigenziali. Il Global Gender Gap Report 2012, rapporto pubblicato dal World Economic Forum che misura il divario tra i sessi in termini di pari opportunità, colloca l’Italia al 80° posto su 134 nazioni prese in esame. In media nel nostro Paese le ragazze laureate sono sessanta su cento, dunque sopra il 58,5 e il 58% di Stati Uniti e Regno Unito. Già nel 1998 superavano i maschi con un rapporto di 56 a 44 per cento. La differenza retributiva è notevole: secondo una rielaborazione del Sole 24 Ore2 sui dati It-Silc (European Statistics on Income and Living Conditions) del 2008 la presenza femminile nel top management era soltanto il 10% e nei consigli di amministrazione delle società quotate il 6%. La legge del luglio 2011 sul terzo di quote rosa obbligatorie nei cda, proposta da Alessia Mosca (Pd) e Lella Golfo (Pdl), perlomeno ha invertito la tendenza. L’anno seguente l’Unione europea ha calcolato una crescita delle consigliere nelle quotate italiane sino all’11%, dato comunque al di sotto della media, pari al 15,8%. Anche la questione morale si interseca con quella femminile: dirigenti, funzionarie e professioniste nei guai con la giustizia sono infinitamente meno rispetto ai pari grado uomini.
Sulle relazioni sociali e professionali esercitano da sempre una fondamentale influenza le tradizioni e la religione nell’ambito del rapporto tra Stato e Vaticano. E’ impresa ardua rivoluzionare il punto di vista di una realtà patriarcale e nepotista che affida al maschio il ruolo di erede e “cacciatore” e alla donna, prevalentemente, quello di angelo del focolare. In Inghilterra, Germania e nei paesi scandinavi, ad esempio, lo Stato supporta in modo incisivo non solo la maternità ma anche la paternità, scelta che è sinonimo di una visione moderna della reciprocità nelle responsabilità familiari. In Italia i provvedimenti concreti latitano in termini di rafforzamento del welfare attraverso offerte di asili nido, servizi alle famiglie, o deducibilità dei costi per baby sitter e badanti. Anzi, il dilagante precariato di contratti a termine o parasubordinati mette a rischio le tutele per la maternità che si davano per acquisite. In forma più o meno latente sopravvivono stereotipi sul timore della gravidanza e sulla minore affidabilità delle lavoratrici, peggio se esteticamente gradevoli, quand’anche sovrastino oggettivamente i colleghi. L’altra faccia della medaglia sono le carriere-lampo in cambio di favori sessuali al capo. Gli stessi fattori sono applicabili ad una politica in cui l’aberrazione berlusconiana, ossia il casting di giovani prive di esperienza selezionate per l’aspetto e le frequentazioni, non viene adeguatamente contrastata. Le manifestazioni in difesa della dignità della donna sono scoppiate soltanto quando i festini con il Bunga Bunga e l’inserimento di ‘favorite’ come Nicole Minetti nei consigli regionali hanno fatto traboccare il vaso della sopportazione. Tuttavia il livello di assuefazione alla cultura consumistica della ‘femmina oggetto’ propinata nel tempo dai media berlusconiani non può essere l’unica spiegazione di una lenta e progressiva involuzione.
L’impegno civile delle donne è storicamente dimostrato dal numero di volontarie che si sono spese per la polis. Ciò malgrado le scarse possibilità di carriera e persino di autonomia, se consideriamo un partito accentratore e tradizionalista come il Pci in cui erano graditi i matrimoni interni alla ‘ecclesia rossa’. Eppure le attiviste hanno lasciato il segno negli anni della contestazione, arrivando a superare la metà più uno degli iscritti nella dotta e rossa Bologna. Nel 2011 le iscritte democratiche sul territorio risultano soltanto il 21% del totale. La spiegazione risiede anche nel disincanto nei confronti di un partito che ha smarrito la propria identità. Nell’eterogeneo Pd convivono posizioni agli antipodi, dalla cattolicissima Rosy Bindi ad Anna Paola Concia, deputata in prima linea per l’estensione dei diritti civili. In questo quadro si avverte l’assenza di spazi politicamente vitali per pioniere in grado di rovesciare la prospettiva. Nel 1968 la anarco-comunista Rossana Rossanda sfidò il Politburo sovietico e l’ancora irregimentato partito italiano denunciando i crimini del socialismo reale e pagando il fio della radiazione. Quelcasus belli, parte integrante di un rapporto irrisolto di odio-amore coi compagni, contribuì a orientarli, assieme ai movimenti femministi e ai Radicali, verso importanti conquiste per via referendaria: la legge sul divorzio del 1974 e quella sull’aborto di sette anni dopo. Con il tempo quella partecipazione che rende autentica una democrazia si è progressivamente spenta, come se oltre alla spinta propulsiva del Pci si fossero esaurite anche le lotte per una completa emancipazione. Lidia Menapace, partigiana cattolica, fondatrice del Manifesto e protagonista dei movimenti degli anni ’70, è un esempio della mancata valorizzazione del talento e delle tematiche femminili. Nonostante ripetuti appelli e raccolte di firme, l’intellettuale che insegnava il rigore nell’uso di un linguaggio sessuato e antimilitarista, rimase esclusa per decenni dal Parlamento. Solo nel 2006, a 82 anni, Menapace fu candidata ed eletta con Rifondazione Comunista. Le idee pacifiste le costarono subito la guida della Commissione Difesa al Senato in favore di Sergio De Gregorio, il dipietrista saltato a pagamento sul carro del berlusconismo. Tutt’altroexcursus è quello che ha portato la socialista Fernanda Contri a diventare giudice della Corte costituzionale, nominata dal presidente Scalfaro nel 1996. Avvocato civilista, vicinissima a Giuliano Amato, Contri fu segretaria generale sotto la sua presidenza del Consiglio nel periodo delle stragi mafiose. Infatti diciotto anni dopo è stata chiamata a testimoniare dai pm di Caltanissetta su due incontri avvenuti il 22 luglio e il 28 dicembre 1992 tra l’ufficiale del Ros Mario Mori e Vito Ciancimino: ”Non erano ancora stati celebrati i funerali di Paolo (Borsellino, nda) e Mori mi disse che stavano sviluppando importanti investigazioni, precisando che stava incontrando Vito Ciancimino (…) Mori mi confermò che stava incontrando Ciancimino, aggiungendo ‘mi sono fatto un’idea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafia”. Le capacità della Contri sono unanimemente riconosciute: partecipava a commissioni ministeriali in materia di ordinamento giudiziario, diritto per i minori e di famiglia, è stata ministro degli affari sociali, poi membro laico del Csm in quota Psi e del gruppo di saggi del Consiglio d’Europa sui diritti umani.
La porta sbarrata della stanza dei bottoni nei confronti delle intellettuali progressiste, ambientaliste, laiche – in una parola anticonformiste – ha profonde radici storiche e culturali. In Francia risale al 1791, sull’onda della rivoluzione, la prima dichiarazione dei diritti della donna, in Inghilterra la letteratura vittoriana offrì occasioni significative di emancipazione, anticipatrici dei salotti politici. Il fatto che nel nostro Paese, ancora nel Novecento, fossero rari gli esempi di donne nelle arti e nelle professioni la dice lunga sull’arretratezza della società italiana, dovuta a vari fattori tra cui la povertà e l’analfabetismo diffuso, le differenze linguistiche e la tardiva unificazione. Paradossalmente, pure se emarginate nel Ventennio antidemocratico e ‘machista’, le partigiane nella Resistenza riuscirono a sviluppare le loro potenzialità, rompendo l’abituale isolamento dalla vita pubblica e politica. Gli storici calcolano 30mila donne impegnate come staffette e direttamente nella guerriglia contro i nazifascisti; furono l’àncora di salvezza per la Liberazione e al contempo la linfa per l’affermazione della parità di genere nella Carta Costituzionale, conquistando posti di comando senza doverli chiedere ai compagni. La partigiana Teresa Mattei venne eletta a 25 anni all’Assemblea Costituente nelle fila del Pci per cui ha svolto un ruolo di primo piano nella lotta per i diritti delle donne, fra l’altro ideando la festa dell’8 marzo. Gisella Floreanini nel 1944 fu il commissario per l’assistenza e i collegamenti con le organizzazioni di massa durante i quaranta giorni della Repubblica dell’Ossola (Piemonte), poi presidente del Comitato di Liberazione nazionale di Novara e infine parlamentare del Pci; Camilla Ravera, dirigente dell’Unione Donne Italiane, nel 1982 è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. La partigiana cattolica Tina Anselmi è stata invece la prima donna ministro, con deleghe al Lavoro e poi alla Sanità a fine anni ’70, autrice di riforme come la legge per le pari opportunità e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Anselmi, che ha donato alla democrazia italiana il fondamentale lavoro alla guida della Commissione parlamentare sulla loggia massonica P2, è stata candidata nel 1992 a presidente della Repubblica ma senza concrete chances. Anche il nome di Nilde Iotti risuonava velleitariamente nella rosa di aspiranti al Colle. Nella scomoda condizione di compagna clandestina di Palmiro Togliatti, Iotti venne elevata a icona con un perfido sottinteso maschilista che la rendeva inimitabile, dunque irraggiungibile, dalle giovani compagne: membro della Commissione incaricata della stesura della Costituzione, in Parlamento dal dopoguerra per mezzo secolo, primo presidente della Camera dal 1979 al 1992. In quell’anno che segna lo spartiacque con la cosiddetta Seconda Repubblica Nilde Iotti è stata la candidata al Quirinale più votata al quarto, settimo e ottavo scrutinio con un massimo di 256 consensi dei grandi elettori, ma i partiti avevano già deciso che il presidente della Repubblica sarebbe stato Oscar Luigi Scalfaro. Vent’anni dopo lo scranno istituzionale più alto riservato ad una donna di sinistra, nella fattispecie a Laura Boldrini, è di nuovo la terza carica dello Stato. Al di là dei numeri di deputate e senatrici in aumento pesano alcune scelte simboliche. In Calabria, ad esempio, non sono state candidate giovani amministratrici democratiche nel mirino della ‘Ndrangheta: Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno, e l’ex prima cittadina di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, intimidite con incendi dolosi e minacce di morte. L’allora segretario Bersani ha citato ad esempio Lanzetta nella disfida televisiva con Matteo Renzi ma al momento di compilare le liste il Pd non ha trovato posto per nessuna delle tre amministratrici. Quale miglior simbolo di cambiamento sarebbe stata la candidatura di chi ha sacrificato la propria serenità per difendere il territorio, devastato dall’abusivismo e dalle speculazioni edilizie delle cosche?


fonte: http://stefanosantachiara2.wordpress.com/2013/09/02/no-woman-no-party/

sabato 28 dicembre 2013

DIEGO FUSARO: Slavoj Žižek, il filosofo in difesa delle cause perse



Domenica 1 dicembre, il filosofo Slavoj Žižek è stato ospite della trasmissione “Che tempo che fa” diretta da Fabio Fazio. Non è interessante, in questa sede, discutere della trasmissione in quanto tale, su cui peraltro già vi sarebbe molto da dire. La trasmissione di Fazio è, in estrema sintesi, l’equivalente televisivo del quotidiano “La Repubblica”, il luogo della riproduzione del politicamente corretto e dell’ideologia di legittimazione dell’esistente.

Certo, si tratta di un fatto hegelianamente noto, ma non conosciuto: ma non è di questo che intendo occuparmi, né di come la trasmissione di Fazio svolga la funzione di rassicurazione ideologica per la gente semicolta del ceto della sinistra politicamente corretta, antiborghese e ultracapitalista, nemica di ogni possibile formazione ideologica in grado di opporsi al capitale dominante.

E, tuttavia, occorre partire dal fatto che, nel rassicurante e comodo salotto della trasmissione di Fazio, vengono sempre e solo invitati ospiti organici a quella cultura. Perché, dunque, invitare il filosofo irregolare Slavoj Žižek, colui che mai ha rinnegato il nome di Marx e che, in tempi recenti, ha addirittura preteso di riabilitare Hegel, l’autore più dissonante in assoluto rispetto all’ordine della globalizzazione trionfante (si veda, a questo proposito, l’ultimo lavoro di Žižek,Meno di niente, Ponte Alle Grazie 2013)? Si tratta di un abbaglio dell’occhiuta censura dell’ideologia dominante? O non sarà invece che il dissidente Žižek è più organico all’ordine dominante di quanto non si possa a tutta prima immaginare?

Ritengo, personalmente, che questa seconda risposta sia quella corretta. E proverò brevemente a spiegare perché, fermo restando che Žižek – già solo perché pone al centro del suo discorso Hegel e Marx – resta un gigante rispetto ai nostrani pagliacci in salsa postmoderna, ai pensatori analitici senza senso storico, ai cani da guardia dell’ordine neoliberale e, ancora, a quanti si sono penosamente convertiti, dopo il 1989, dalla dialettica marxiana a nuove forme di pensiero compatibile con lo Spirito del tempo.

Prendendo spunto da un’acuta osservazione di Costanzo Preve, voglio partire dalla definizione che del pensiero di Žižek è stata prospettata dalla rivista americana di politica e arti “The New Republic”: “il pensatore più pericoloso dell’Occidente”. Il paradosso è evidente: perché mai ilmainstream culturale gestito capillarmente dal capitale – e di cui “The New Republic” come “Che tempo che fa” sono parte integrante – dovrebbero dedicare spazio, per di più in termini encomiastici, a un pensatore dissidente e in lotta contro il loro mondo?

In breve, la mia tesi è la seguente. Il successo mediatico che continua ad arridere a pensatori che, come Žižek, apparentemente incarnano con le loro riflessioni l’opposizione più radicale possibile al sistema della produzione si spiega in ragione del fatto che, in verità, a un’analisi attenta e non superficiale, tali pensatori, con la loro stessa critica, rappresentano la glorificazione ideale del sistema dominante: una glorificazione ancora più efficace – perché dissimulata – rispetto a quella delle sempre in voga apologetiche dirette di chi santifica il reale presentandolo panglossianamente come il migliore dei mondi possibili.

In fondo, il segreto del successo globale di Žižek sta tutto qui. La sua funzione ideologica, in apparenza oppositiva, è in realtà immancabilmente rassicurante. Žižek si assume il compito della critica per disinnescarla, addomesticandola e finendo, così, per riproporre il collaudato schema dell’intrasformabilità dell’esistente, nella forma di una spettacolarizzazione (nel caso di Žižek, anche assai pacchiana e postmoderna) della critica e del messaggio di Marx. In senso generale, nell’atto stesso con cui agita senza tregua il nome di Marx e di Hegel, Žižek non fa altro che disinnescarli, presentandoli in salsa postmoderna come inoffensivi e, de facto, come organici alla produzione capitalistica. Per usare la grammatica di Žižek contro Žižek stesso, Marx e Hegel vengono “decaffeinati”, cioè privati della loro valenza oppositiva rispetto alle logiche dell’alienazione planetaria (Marx) e del capitalistico regno animale dello Spirito (Hegel).

Nel suo esercizio di una critica già da sempre metabolizzata dal cosmo mercatistico, Žižek, l’inarrestabile fustigatore della società esistente, svolge sempre e solo la stessa funzione apologetica di tipo indiretto. La sua critica addomesticata e perfettamente inseribile nei circuiti della manipolazione organizzata occulta la propria natura apotropaica rispetto a una critica non assimilabile nell’ordine dominante. Chiedetevi perché a “Che tempo che fa” venga invitato Žižek e non sia mai stato ospitato Costanzo Preve e avrete la risposta al dilemma.

I numerosi critici del presente lasciano apparire morbido, permissivo e aperto a ogni pratica contestativa il monoteismo del mercato: e, insieme, complici le prestazioni dell’industria culturale, saturano mediaticamente lo spazio della possibile contestazione, facilitando il silenziamento invisibile delle critiche autenticamente antiadattive, coerentemente sfocianti nel programma del rivoluzionamento dell’esistente.

Solo così si spiega il paradosso della gloria mediatica di pensatori che il sistema stesso della produzione promuove urbi et orbi, definendoli, con stile pubblicitario, “i più pericolosi dell’Occidente” e, per ciò stesso, neutralizzando la pensabilità, se non altro per l’opinione pubblica, di critiche effettivamente antisistemiche. In tal maniera, all’opinione pubblica e alla cultura universitaria pervengono sempre e solo idee inoffensive e organiche al sistema, ma contrabbandate come le più “pericolose” in assoluto, creando l’illusione che esse coincidano con il massimo della critica possibile.

Prova ne è che oggi le sole idee veramente “pericolose”, cioè incompatibili con lo Zeitgeistpostborghese e ultracapitalista, coincidono con il recupero integrale della sovranità nazionale (economica, politica, culturale, militare) come passaggio necessario per la creazione dell’universalismo dell’emancipazione (contro il criminale incubo eurocratico), con la deglobalizzazione pratica e con il riorientamento geopolitico contro la monarchia universale. Di tutto questo, naturalmente, nell’opera di Žižek non v’è traccia. Muovendosi entro i confini del politically correct fissati dal sistema, Žižek critica il presente con toni che, quanto più sembrano radicali, tanto più rinsaldano il potere nel suo autocelebrarsi come intrascendibile e democratico. Per quanto tempo ancora dovrà durare tutto questo?

venerdì 27 dicembre 2013

ANGELA PECCERINI: "Il Piacere" di D'Annunzio, ovvero la pescità



L’analisi astrologica letteraria cui umilmente ci accostiamo verte su uno dei più banalizzati capolavori della narrativa italiana: Il Piacere di Gabriele D’Annunzio.
Testo assai noto, lettura (fortunatamente) imprescindibile nei programmi scolastici nazionali, Il Piacere è sovente vittima illustre di una ricezione distorta, che esaurisce nella vicenda e nelle prospettive del solo personaggio principale la dimensione autobiografica dell’opera.
Giova tuttavia ricordare in questa sede quanto la suddetta banalizzazione esegetica sia da evidenziare quale grandiosa affermazione personale del D’Annunzio stesso, non nella veste di autore, ma di mirabolante uomo di marketing dalle –apparentemente!- imperiture campagne promozionali.
Nato a Pescara il 12 marzo 1863, sotto il segno dei Pesci, il Rapagnetta  presenta caratteristiche di comunicatore assai più estreme e concrete di quanto normalmente ascrivibile ad un segno d’Acqua. Purtroppo non conosciamo per fonte diretta l’ora di nascita del bambino che sarebbe divenuto Vate, dunque ricostruiamo alcune posizioni astrali del suo tema natale (ascendente e pianeti “veloci”) per pura congettura, ma questa caratteristica peculiare di autopromotore insieme geniale e concreto della propria opera sembra decisamente da ricondurre ad un ascendente Vergine (uno dei più lucidi nel lavorare al risparmio sul rapporto tra sforzo e risultato ) e ad un Mercurio d’aria (probabilmente in Acquario , come ipotizzato dalla maggior parte degli astrologi che hanno azzardato una carta del cielo del D’Annunzio).
In effetti la pubblicazione de Il Piacere, nel maggio del 1889, viene portata avanti tramite grandioso battage mediatico. D’Annunzio acquista pagine di giornale per incuriosire il grande pubblico riguardo al personaggio di Andrea Sperelli, il protagonista del suo romanzo, intorno al quale innesca un autentico dibattito, alimentato ad arte con l’affissione per l’Urbe di manifesti con ritratti del pittore e del suo studio. Un’operazione spregiudicata di marketing virale, che sortisce l’effetto di creare un’aspettativa straordinaria nei confronti dell’opera. Alla fine dello stesso anno, Il piacere sarà già alla quarta ristampa.
Ne Il Piacere sono evidenti tanto la lezione dell’estetismo di Huysmans e Wilde quanto l’impostazione narrativa del romanzo psicologico.
Da Controcorrente, in particolare, l’autore mutua l’atteggiamento di osservazione critica nei confronti del protagonista principale: così come dalla narrazione di Huysmans traspare un giudizio etico piuttosto insofferente al carattere e alle vicissitudini del dandy Des Esseintes, così anche lo Sperelli dannunziano è oggetto di valutazioni di tipo morale da parte del narratore.
A differenza dell’Acquario Huysmans, però, il Pesci D’Annunzio è ben poco incline a condannare tout court il modus vivendi edonista della propria creatura, dunque la caratterizzazione dello Sperelli è piuttosto ambigua: non a caso, benché la voce narrante resti la medesima per tutto il romanzo, la prospettiva si alterna spesso tra il punto di vista del narratore eterodiegetico e quello del personaggio stesso, con l’autore celato ora dietro all’uno, ora dietro all’altro, in un continuo gioco di condanna ed assoluzione.
Non solo: è facile riconoscere tratti distintivi della personalità (e della Pescità) dannunziana anche nei personaggi femminili dell’opera, in particolare in quello della Duchessa di Scerni, Elena Muti.
I tratti caratteristici di Elena, fascino, sensualità e carnalità, benché apertamente cassati come volgari dall’indiretto libero del protagonista, non sembrano subire la stessa ferma condanna da parte del narratore, quasi a ricordare che, dal punto di vista biografico, c’è assai maggior consonanza tra Gabriele D’Annunzio e l’arrampicatrice sociale Elena Muti ( che, “possedendo una certa intelligenza, essendo stata educata nel lusso di una casa romana principesca, in quel lusso papale fatto di arte e di storia,  erasi velata d’una vaga incipriatura estetica, aveva acquistato un gusto elegante; ed avendo anche compreso il carattere della sua bellezza, ella cercava, con finissime simulazioni e con una mimica sapiente, di accrescerne la spiritualità, irraggiando una capziosa luce d’ideale ), che non con il conte Andrea Sperelli.

L’astrologia tradizionale inquadra il segno dei Pesci come il più emotivo dello zodiaco.
Segno d’acqua, mobile e femminile, è mutevole nell’essenza, dunque spesso contraddittorio, estremamente incline alle dipendenze, incapace di mezze misure nel relazionarsi ai sentimenti, agli affetti, alle passioni. La sua necessità di sicurezze, quando non si crogiola nel vittimismo, è solita cercare una soluzione nel continuo cambiamento. Coloro i quali, infatti, in un momento d’insoddisfazione non riescono ad applicare questa tensione rinnovatrice a loro stessi, sono spesso portati a cambiare drasticamente l’ambiente o le persone circostanti, rifiutando la realtà nella quale si trovano immersi e fuggendone a gambe levate sia per vie fisiche che metafisiche.
Da questa prospettiva risulta significativa la scelta del D’Annunzio di collocare nella nicchia aristocratica del contesto capitolino coevo, la Roma tardo-rinascimentale e barocca «delle Ville, delle Fontane, delle Chiese», lo scenario della vicenda del tormento esistenziale del conte Sperelli.
Nel frattempo la grande depressione economica in cui alla fine degli anni 80 versa tutto il Vecchio Continente inizia a farsi sentire anche in Italia, con ripercussioni evidenti nell’assetto sociale. La crescente industrializzazione e la conseguente mobilitazione politica delle masse di lavoratori segna un momento di ulteriore distacco tra l’intellettuale e la massa,  portando l’elite artistica ad autoemarginarsi dall’ordinarietà della vita promossa dal nuovo modello produttivo capitalistico,  e ad assumere atteggiamenti eccentrici, provocatori e demistificanti. D’Annunzio realizza l’imminente declino di quella Roma di fine secolo, ed affida allo Sperelli il proprio disagio d’intellettuale ed esteta costretto alla cattività d’un presente in cui pochi sembrano capaci di fruire di valori eterni quali l’arte e la bellezza.
Il rifugio nella mondanità capitolina tra chiacchiere, flirt, ville e palazzi, il culto degli oggetti d’antiquariato, la continua rievocazione artistica e letteraria dei fasti del passato,  lo stile di vita ostinatamente ed ostentatamente retrò del protagonista de Il Piacere –in anni in cui poteva ormai dirsi esaurita la vena revivalista neoclassica- divengono così chiaro paradigma delle opzioni predilette da molti nativi dei Pesci per valorizzare al massimo la propria spiccata sensibilità emotiva, e tramutarla da potenziale tallone d’Achille in freccia infallibile nella propria faretra.
Quei Pesci, infatti, che meglio riescono a sintonizzare i propri canali comunicativi tra il verbale e il non-verbale, sfruttando in maniera consapevole la loro imbattibile predisposizione all’amplificazione della polisensorialità e riuscendo a tradurla in Arte, raggiungono vette stilistiche impareggiabili.
La cura della sinestesia, della sensualità del ritmo e della giustapposizione fonetica, insieme all’autenticità nel cogliere (e la maestria nell’esprimere) “la comunione di sensi e d’animo col tutto” è senza dubbio la cifra artistica più attendibile da ascrivere all’intera opera dannunziana.
E proprio alla luce della sua consapevolezza del fascino esercitato con le parole, diventa interessante interpretare la soluzione narrativa dell’incorporamento nel testo di ampie pagine tratte dal “Giornale intimo” di Donna Maria Ferres y Capdevila come creazione di un feedback ideale  degli esperimenti dello Sperelli (ed -in questo caso- anche del D’Annunzio) di seduzione sinestetica ed addomesticamento intellettuale della sensualità.
Ogni parola scritta nel diario di Maria viene così ad attestare una reazione ideale all’interazione perturbante tra il Sole in Pesci, l’Ascendente Vergine e Venere in Ariete nel tema natale dell’autore, in cui la consapevolezza (virginiana) della seduttività (pesciana) incontra il bisogno di sopraffazione personale (arietina) sulla persona amata.
La fisica insegna che ciò che è liquido assume la forma del contenitore, ed i tre segni acquei non fanno eccezione. Spesso riversano la propria essenza nella forma del proprio ascendente, oppure adottano –con un processo mimetico sbalorditivo- la morfologia delle persone cui si avvicinano. Questo –da una parte- li rende estremamente facilitati ad entrare in sintonia con le persone ed a conquistare nuove amicizie, ma dall’altra ne complica l’autenticità nei rapporti.
La Marchesa Francesca d’Ateleta impersona a meraviglia questo aspetto charmant e conviviale della Pescità. La sua vocazione all’imbastire cenacoli mondani, nei quali riunire intorno a sé tutti i propri amici, oltre che rappresentare la risorsa privilegiata in mano al D’Annunzio per contestualizzare un’incidentalità degli incontri tra i protagonisti del romanzo, rappresenta al meglio quest’attitudine alla socialità diffusa, ospitale e curiosa dei nativi del segno.
In conclusione, possiamo affermare che la carta vincente dei Pesci è proprio l’indole panica, la capacità di comunione sensoriale e sensuale -avulsa dalla logica- con Tutto, e con tutti.
La Pescità è Panismo. Ed il Panismo è Pescità.

fonte: http://www.cainoababele.com/?p=536


martedì 24 dicembre 2013

COSE DA FARE PER NATALE: guardare "L'Economia della Felicità"!



Da lunedì 23 a venerdì 27 ore 21:00 su www.beppegrillo.it/la_cosa/
in diretta:

L'ECONOMIA DELLA FELICITA', un film di Helena
Norberg-Hodge.

Durata 67 minuti.

Economia e felicità: in che modo queste due parole possono ancora convivere nella stessa frase? Ce lo spiega Helena Norberg-Hodge attraverso un sorprendente viaggio - documentario nel tempo e nello spazio, che dimostrerà le cause del precario stato di salute del mondo occidentale, inginocchiato alle leggi della globalizzazione.

L'Economia della Felicità è un manifesto no-global, che rappresenta la possibilità d'intraprendere una strada diversa, basata sul nuovo paradigma della localizzazione e sul benessere della persona, che fa ben sperare in un mondo migliore.

Noleggia il film: www.mymovies.it

Acquista il film: http://www.cghv.it/film-dvd/Leconomia-della-felicita/f20525

Trailer YouTube: http://www.youtube.com/watch?v=9aiIN-HG_SY

Meditare sul Natale (con Meyrink)



"Noi vediamo nella Bibbia non solo la cronaca di avvenimenti di tempi remoti, ma anche un lungo cammino che va da Adamo a Cristo, ed è questo il cammino che ci proponiamo di ricalcare dentro di noi, di nome in nome, con la virtù magica di ogni nome, dall'espulsione alla resurrezione".


Approfittiamo di questa frase dello scrittore ed occultista Gustav Meyrink (e di un acquerello di Rudolf Steiner) per invitare le amiche e gli amici di IN/OLTRE a meditare sul significato del Natale. 
Che ci si creda o meno, in questi giorni qualcosa dovrebbe o potrebbe succedere anche dentro di noi.

Dunque, Buon Natale!   

lunedì 23 dicembre 2013

ENRICO GALOPPINI: Crisi e suicidi... Ma ci sono davvero tanti pazzi?



“Si dà fuoco in piazza S. Pietro: gravissimo”. “Uccide moglie e figli e poi si toglie la vita”. “Trovato impiccato in casa con un biglietto: scusatemi, non ce la facevo più”. Questi sono solo alcuni dei titoli che quotidianamente troviamo sulla stampa nazionale riguardanti suicidi di nostri connazionali che decidono, evidentemente in preda alla disperazione, di farla finita per sempre. Talvolta togliendo in silenzio il classico ‘disturbo’, talaltra producendosi in una strage di tutta o di parte della loro famiglia.
Il minimo comun denominatore di tutti questi fatti gravissimi che i media tendono a minimizzare, è lo stato di grave prostrazione causato dalla cosiddetta “crisi”. Cosiddetta perché, come più volte abbiamo avuto modo di spiegare[1], essa è stata voluta e prodotta, essenzialmente attraverso lo strumento monetario, per realizzare precisi e criminali obiettivi, tra i quali l’aumento esponenziale dei suicidi non è che un clamoroso e macabro ‘dettaglio’.
Ma un suicidio è pur sempre una cosa molto grave e dolorosa.
Innanzitutto, dal punto di vista ‘filosofico’, esso – quand’è compiuto sull’onda del trasporto emozionale – rappresenta una sconfitta per chi lo mette in opera. In seconda istanza, ad un livello politico-sociale, la comunità non può che dolersi per la scomparsa di un suo valido membro, che messo in altre condizioni ed adeguatamente sostenuto non sarebbe probabilmente giunto a tanto. Vi è poi ovviamente il piano affettivo, che riguarda i congiunti e gli amici di colui che arriva a questo gesto estremo. Per non parlare poi delle mattanze familiari che in più d’un caso accompagnano quelli che la stampa serva del potere s’affretta a definire “stragi della follia” per archiviarle in fretta e furia.
Eh sì, perché ogni volta viene insinuato più o meno subdolamente che il suicidato di turno fosse “depresso da tempo”, “affetto da disturbi” e che avesse dato qualche “segno di squilibrio”.
Dare del “pazzo” a qualcuno è molto comodo e sbrigativo. La “follia” è difatti la tipica scappatoia che permette superficialmente di non affrontare qualsiasi problema ed analizzarlo da ogni punto di vista per individuarne le cause e quindi la soluzione.
Così, a cadenza regolare, l’Occidente – attraverso il proprio apparato mediatico - se la prende con qualche “pazzo” (cioè un “nuovo Hitler”), ovvero chi non si allinea istantaneamente ai diktat dell’Occidente. E se solo ti azzardi ad osservare il cielo e noti che qualcosa non va[2], ecco che diventi da trattamento sanitario obbligatorio[3] (TSO). Ovviamente, tutti coloro che, adducendo solidi argomenti, reclamano la sovranità monetaria per la propria nazione vengono iscritti d’ufficio nella categoria dei “pazzi”. E l’elenco prosegue indefinitamente, includendo tutti quelli che spregiativamente questa stampa abietta bolla come “nemici dell’Occidente” adombrando il sospetto che si tratti di pericolosissimi individui che odiano la propria gente quando invece è vero esattamente il contrario.
Per cui c’è poco da meravigliarsi che per un padre che non riesce più a dare da mangiare alla sua famiglia, un piccolo imprenditore oberato dalle tasse, una persona di mezza età che dopo il fallimento dell’azienda in cui lavorava non troverà più lavoro, un pensionato alla fame o un giovane che trova solo lavori “precari”, insomma, per tutti costoro, quando arrivano a togliersi la vita, non si trovi altro che la solita ‘spiegazione psichiatrica’.
Eppure, gli stessi indegni ed indecenti giornalisti, appena un omosessuale si toglie la vita non esitano a dare la colpa a qualcheduno reo, secondo loro, di averlo indotto a tanto mediante dileggi e vessazioni, fino a puntare il dito contro le leggi vigenti che “vanno cambiate!” (per introdurre poi i “matrimoni” e le “adozioni gay” e chissà cos’altro). Naturalmente a questi pappagalli del politicamente corretto non viene mai in mente che – fatti salvi i casi di effettive gravi pressioni - ad un omosessuale potrebbe scattare la spinta a suicidarsi per ‘risolvere’ una tensione interiore non più sopportabile tra quel che si è e quel che si vorrebbe essere o che si ritiene la società ci richieda di essere. Non sia mai detto: anche il solo pensarlo è già “omofobia”!
Ma quando a suicidarsi (e ormai sono in troppi) sono delle persone che giungono a tanto solo per problemi economici indotti da una politica deflazionistica generata dalla classica chiusura del ‘rubinetto del denaro’ operata dalle grandi banche[4], nessun “autorevole commentatore” (che nella neo-lingua significa “bugiardo e mistificatore patentato”) fa il classico due più due dando la colpa alle attuali politiche monetarie e, diciamolo chiaramente, alle vigenti “leggi sul lavoro”, divenute insindacabili e circonfuse d’una aura di sacralità da quando D’Antona prima e Biagi dopo sono stati assassinati dalle “nuove B.R.” (che dopo questo ‘servizietto’ nessuno ha più sentito nominare!).
Pertanto, tutto questo accalorarsi per “modificare le leggi” quando in questione vi sono gli omosessuali è, oltreché sospetto, pretestuoso, stupido e sinceramente truffaldino. Senza dimenticare che è più facile per degli zerbini dalle fattezze antropomorfe sbraitare su una questione marginale piuttosto che prendere di petto un grave problema che coinvolge tutti, omosessuali compresi e pure loro stessi, sovente inquadrati nelle varie testate giornalistiche con contratti capestro: il lavoro e la sovranità monetaria[5], col primo che dipende direttamente dalla seconda, tant’è vero che anche chi vorrebbe assumere non lo fa perché “non ci sono i soldi” (cosa palesemente assurda perché basta una  tipografia di Stato), mentre quei pochi che circolano devono andare a saziare le pretese sempre più esose delle banche e dei vari “enti pubblici” a loro volta giugulati dal potere bancario e ridotti a odiosi gabellieri per conto dei “Signori del denaro”.
Ora, in un siffatto clima di disordine e di contravvenzione ad ogni minima normalità, dare del “pazzo” a chi si uccide o anche il solo insinuarlo è di per sé una cosa non solo immorale, ma anche falsa ed ipocrita, che va solo a detrimento della già infima reputazione di chi si ostina a nascondere la verità.








[1] E. Galoppini, Il “debito” come il famoso “pollo a testa”: ma si può andare avanti così?: http://frontediliberazionedaibanchieri.it/article-il-debito-pubblico-come-il-famoso-pollo-a-testa-114459322.html.
[2] E. Galoppini, Perché i nostri cieli non sono più blu?: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=42689.
[3] Così ha detto – tra il serio e il faceto - il neo-segretario del PD Matteo Renzi, nel corso d’un noto “talk show” televisivo: http://www.stampalibera.com/?p=69825.
[4] Cfr. quest’ottima spiegazione del prof. Padovani dell’Univ. de L’Aquila, tenuta durante una trasmissione televisiva su un canale abruzzese, la quale ha il pregio di essere molto chiara e mirata all’essenziale: http://www.youtube.com/watch?v=jFNaMuAHo6M#t=4791.
[5] P. Bogni, Sovranità monetaria, signoraggio bancario: http://www.caposaldo.org/area-tematiche/sovranit%C3%A0-monetaria-signoraggio-bancario

domenica 22 dicembre 2013

FAUSTO BERTINOTTI: Possiamo ancora non morire democristiani!


Nicola Mirenzi intervista Fausto Bertinotti

«Renzi? È l’avveramento di una profezia il cui avvento era annunciato da tempo. La fine della sinistra che viene dal movimento operaio» Il lato positivo? «Dipende da quanto i movimenti saranno in grado di ripartire da zero».
Fausto Bertinotti non vuole dare giudizi di valore su ciò è accaduto nel partito democratico, il trionfo annunciato del sindaco di Firenze. Preferisce analizzare, ragionare, capire. «La vittoria di Renzi – spiega – era altamente prevedibile. Oggi si può dire che c’era un eccesso di preoccupazione sull’affluenza, che è stata invece grande. È singolare – lo faccio notare perché ha a che fare con la mutazione che ha subito la sinistra – che una manifestazione di parte come sono le primarie di un partito sono state presentate in maniera universalistica come l’espressione della volontà del popolo italiano. In realtà c’è il popolo del Pd e c’è quello dei forconi: è la società italiana che è attraversata da molte linee di faglia, che però non vengono riconosciute»
Perché fa questa premessa?
Non è solo una nota metodologica. Secondo me è accaduto che Renzi abbia scritto la parola fine su alcune storie. La prima storia è la macrostoria della sinistra italiana come storia del movimento operaio: la sinistra di classe, anti capitalistica, la sinistra che va dal partito comunista marxista-leninista al Pci di Togliatti e Berlinguer. Ecco: quella storia finisce. Diranno? Ma ci sono delle continuità. Sì, certo. Ma oggi per me è più importante andare con l’accetta che con il fioretto, per capire cosa è accaduto.
A me viene da dire: ma non era già finita quella storia?
Era finita parzialmente. La fine del Pci è una fine importante. Ma la storia del dualismo tra una sinistra radicale e una moderata è proseguita. Certo, ridimensionando il suo carattere anti-capitalistico. Si comincia a parlare sempre meno della sinistra del movimento operaio, ma questo elemento rimane, anche come ambiguità, doppiezza, ammiccamento. Quella storia viene trascinata dietro anche quando la sinistra è stata implicata nelle politiche più moderate possibili. Ma essa era un elemento che rimaneva come vischiosità, come fedeltà della base a un sistema di valori. Quante volte abbiamo sentito un militante del Pd definirsi comunista? Permaneva insomma un elemento antagonista, che nell’antiberlusconismo ha trovato una stampella su cui poggiarsi. L’ultima.
Cosa cambia adesso?
Il quadro. Secondo me oggi non si può non sottolineare l’elemento Europa, la quale occupa l’Italia, nel senso che la plasma e la informa di sé. L’Italia di oggi sta subendo una rivoluzione passiva. Non sta cambiando solo qualche vertice ma è in corso una vera e propria mutazione delle coscienze. Dunque Renzi arriva a chiusura della fine della storia del movimento operaio, in piena egemonia di questa Europa neoliberista e nel momento in cui Berlusconi esce di scena come l’alfa e l’omega della destra italiana, facendo perdere a quel mondo anche l’ultimo residuo antagonista che aveva.
Un tempismo perfetto.
Renzi interpreta compiutamente questo mutamento. Non nel senso che ne è il maieuta, ma perché più di tutti accompagna la conclusione di un ciclo, l’avveramento di una profezia che era annunciata da tempo e i cui segni erano giù visibili nella mutazione delle fisionomie della classe dirigente. Renzi fa fuori definitivamente i segni della tradizione, che sono stati anche per lungo tempo degli alibi. Tanto è vero che il gruppo dirigente di estrazione comunista della cultura del movimento operaio ha conservato solo il nucleo che riguarda la concezione del potere. Che sembrava un elemento di tenuta, invece era un fattore di crisi. Perché se la tattica rimane senza respiro, perde di vista la strategia, finisce per omologarsi.
E qui arriva Renzi.
Renzi è come il surfista che sale sulla grande onda per seppellire quella storia. Muovendosi con tutta l’abilità del surfista, Renzi coglie tutti i movimenti che si agitano nella società non solo per fiuto ma per adesione culturale. E attraverso questa operazione chiude la partita e determina una vera e proprio cesura: la storia della sinistra del movimento operaio finisce e comincia un’altra storia che vedremo cosa sarà. Ciò che è certo è che nel frattempo nel paese si è determinato un nuovo arco costituzionale, basato su due paradigmi: la governabilità e l’adesione forzata ai valori liberali.
Liberali o liberisti?
Croce tendeva a separare le due cose, ma secondo me è un’operazione impossibile. Oggi la competizione elettorale non mette più in discussione il modello economico o il sistema capitalistico.
Renzi però dice che con lui non finisce la storia della sinistra.
Non vedo perché non dovremmo crederci. Più precisamente, con lui, finisce la storia della sinistra legata al movimento operaio. Finisce cioè quella concezione – a cui accennavo sopra – secondo cui il partito riconosce prima dell’interesse generale quello di parte, della sua parte. Se vogliamo usare un’altra formula: finisce la sinistra dell’uguaglianza.
Ma ci può essere un’altra sinistra?
Certo. Tanto è vero che il termine sinistra nasce nell’ottocento e c’è tutto un filone di pensiero – a cui per esempio appartiene anche Rossana Rossanda – che ha sempre visto con sospetto questa parola.
Però anche Renzi ha riconosciuto di voler far parte della famiglia progressista e socialista europea.
Ma il fatto è che la mutazione genetica ha investito anche i partiti socialisti europei. È un’operazione iniziata con Tony Blair, ma secondo me già annunciata dall’ultimo Mitterand.
Ma allora quella di Renzi è un’operazione di verità su scala europea. Perché smaschera tutti dicendo: “Smettetela di fare finta di essere socialisti”.
È indubbiamente un’operazione di verità. Ma guardata dal punto di vista degli interessi materiali e spirituali le operazioni di verità non sempre hanno un effetto positivo. Questa potrebbe averlo averlo se contestualmente ascendessero nuove forze critiche, se sul terreno sociale emergessero dei movimenti, se ci fosse una platea di lotte capace di porsi il problema della forza e della soggettività.
Insomma non è automaticamente un’operazione feconda.
Esatto, può diventare un punto di forza se accade che chi non fa parte dell’ordine esistente – perché è rifiutato o lo rifiuta – si propone di darsi la forza per cambiarlo. Mi spiego meglio: secondo me, quella di Renzi non è un’operazione di cattura dell’alto, la mutazione è a tutto campo. Non è vero che c’è un vertice di destra e una base di di sinistra. È vero però che c’è una parte di mondo che sta fuori da quel campo. Penso alle istanze più radicali che esistono in forme carsiche, contraddittorie, e che hanno il problema dell’efficacia della loro azione. Per esempio: i No Tav hanno ragione? Ma certo. Ma per vincere la ragione non basta, serve la forza. Ecco: se questo problema verrà messo all’ordine del giorno, il passaggio di Renzi potrà essere usato come un’arma. Allo stesso modo: chiudendola con la storia dl movimento operaio. E ricominciando da zero.

sabato 21 dicembre 2013

PAOLO D'ARPINI: La rinascita del sole



Lo spirito non può essere scisso dalla materia, sono espressione l'una dell'altro. Il naturale afflato che si manifesta di fronte alla meraviglia di se del mondo...”  (Saul Arpino)





La festività del Dies Natalis Solis Invicti ("Giorno di nascita del Sole Invitto") veniva celebrata nel momento dell'anno in cui la durata del giorno iniziava ad aumentare dopo il solstizio invernale.

La "rinascita" del sole. Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente "sole fermo" (da sol, "sole", e sistere, "stare fermo").

Infatti nell'emisfero nord a partire  dalla metà del mese  sino agli ultimi giorni dicembre il sole sembra fermarsi in cielo (fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all'equatore). In termini astronomici, in quel periodo il sole inverte il proprio moto nel senso della "declinazione", cioè raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell'anno.

Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d?state, in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell'anno e la notte più corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21 dicembre, ma per l'inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. 

Il sole, quindi, nel solstizio d'inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell'oscurità ma poi ritorna vitale e "invincibile" sulle stesse tenebre... Tutto parte da una osservazione attenta del comportamento dei pianeti e del sole, e gli antichi, per quanto possa apparire sorprendente, conoscevano bene gli strumenti che permettevano loro di osservare e descrivere movimenti e comportamenti degli astri.

Nel contempo il significato esoterico anche quello della vittoria del reale che smaschera il fittizio, cioè quel che vero, la crescita luminosa, diviene evidente mostrando così la finzione dell'apparire.

In questa epoca materialista viviamo in un mondo dove, nella penombra, il falso e l'artifizio hanno preso il posto del vero e del semplice. Questo il meccanismo dell'apparenza che prende il posto del naturale -dell'intrinseca verità- e che favorisce il gioco sterile dell'esteriorità La seduzione della tenebra allusione e miraggio, con essa si mostra ciò che l'altro vorrebbe vedere, semplice barbaglio proiettivo di una immagine costruita a misura per attrarre l'altro. E chi è l'altro? Chi svolge la funzione separativa tra l'io e l'altro? Perché si sente la necessità di appropriarsi della attenzione dell'altro?

L'apparenza insomma camuffamento mentre la chiara visione, potremmo dire la chiaroveggenza che si accompagna alla luce dell'intelligenza, rappresentata dal Sol Invictus, ovvero la capacità percettiva di scorgere il bello in ciò che è, senza orpelli, senza luminarie, senza zavorra inutile di finzione incipriata.