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martedì 31 dicembre 2013

DOUGLAS P.: Il percorso dei Death in June, tra musica e esoterismo





Intervista a cura di Antonello Cresti e Ferruccio Filippi tratta dal volume di ANTONELLO CRESTI "COME TO THE SABBAT" (Tsunami Edizioni, 2011)

Dopo tutti questi anni, come giudichi le influenze esoteriche ed occultistiche che comparivano nel primo periodo della tua carriera?
  
Nessun giudizio, semplicemente le accetto in quanto parte necessaria dello sviluppo dei Death in June, allora come ora, in molti modi diversi. La musica di Death in June può essere potente e dunque interpretata ed usata su tanti livelli. Ha una sua forza vitale a sé stante che io accolgo naturalmente e non mi faccio troppe domande in merito. Quelle le lascio agli altri.

In che modo l’esoterismo ha influenzato il tuo pensiero politico?

Non so se sia mai accaduto, almeno coscientemente. E comunque non sono mai stato coinvolto in alcuna attività politica a partire dal 1979-1980, quando avevo ventitré anni. Ho votato solo due volte in vita mia e poi mi sono trovato d’accordo coi graffiti che tante volte ho visto dipinti sopra i manifesti elettorali in Inghilterra e che dicono “Non votare! Perché incoraggiarli?”. Mi sono trovato d’accordo, ed è ancora così. In Gran Bretagna votare non è obbligatorio.

Chi sono i personaggi legati al mondo dell’occulto che hanno in qualche modo “guidato” la tua carriera?

A partire dal 1983–1986 certamente Crowley, soprattutto a causa delle canzoni che ho scritto con David Tibet, che all’epoca era davvero un seguace del lavoro dell’occultista. E devo dire che quell’approccio si è rivelato di grandissimo successo! Dopo aver letto “The Book of the Law” (la copia me la dette personalmente Tibet) per la prima e ultima volta in vita mia, come si dovrebbe fare, i Death in June si sono ritrovati ad intraprendere un’attività davvero frenetica sotto ogni aspetto. Il 7’’ e 12’’ di “She Said Destroy” e l’album “NADA!” vendettero molto bene e catapultarono il progetto totalmente su un altro livello. È stata davvero una fase importante, di quelle che cambiano la vita! E forse erano necessari dei sacrifici, dopo che le forze magiche avevano aiutato i Death in June… L’abbandono di Patrick Leagas fu forse uno di questi sacrifici, dal momento che fu uno shock e che mi è sembrato così assurdamente strano. Assurdo, considerato il nostro successo all’epoca e pensando soprattutto al fatto che poco dopo il nostro tour italiano, nell’aprile del 1985, avevamo in programma di tornare in Italia per una performance speciale presso l’Abbazia di Thelema a Cefalù, in Sicilia. Sarebbe stato magnifico e naturalmente non è potuto accadere a causa dell’abbandono improvviso di Leagas e della sua poi concordata uscita dal gruppo nel maggio del 1985. Mi sono sempre chiesto il perché di quello che è successo. Se fosse stato qualcosa di invocato a livello magico o meno… all’epoca appariva come una cosa totalmente insensata, ma a ripensarci forse è qualcosa che doveva accadere, quantomeno con Leagas. Ha messo volontariamente la sua testa sul ceppo e se n’è andato! Alla fine è stata la cosa migliore per me ed i Death in June, e all’epoca anche per David Tibet. Poi è arrivato il periodo in cui ho cominciato ad interessarmi ai misteri nordici e alle rune ed ho trovato grande ispirazione negli scritti di Edred Thorsson, Freya Aswynn e Michael Howard, e ancora lo faccio! Anche Charles Manson ha giocato un ruolo importante. Mi è apparso in sogno durante il tour in Germania del 1991 e mi ha insegnato il significato di “Ku Ku Ku”, ecco perché ho scritto la canzone la mattina seguente. In definitiva, ci sono certamente persone legate all’esoterismo e all’occulto che hanno influenzato la mia carriera, dagli inizi sino a questo preciso momento. Ma non è proprio il caso che le sappiate tutte.

Esiste un collegamento tra l’uso che fai di maschere ed uniformi, teso a celare la tua identità, e le rune, anche essi simboli che celano altri significati?

Non lo so. Non analizzo il mio uso di rune, maschere ed uniformi in maniera troppo approfondita. È qualcosa che si è legato a Death in June in maniera istintiva e che si è sviluppato molto velocemente. I membri originari della band indossavano rune e uniformi sin dalle prime esibizioni del 1981, e maschere sin dal Gennaio del 1984. Ciò disturbava, o quantomeno infastidiva, alcuni dei gruppi coi quali sonavamo in quel periodo e sicuramente la gran parte dei promoter e dei critici musicali, ma fortunatamente non il pubblico! Ci piaceva quella situazione. E sento che scegliere di auto-ostracizzarci e alienarci dalla gran parte dei musicisti e dalle loro noiose faccende da music business sia stato molto importante. Questo era il nostro modo di agire. E, a posteriori, ti dico che ha avuto i suoi benefici. Adesso mi rendo conto che l’utilizzo di Rune, maschere ed uniformi ha avuto una grande influenza sulle band venute dopo. Ho collaborato con alcuni di questi gruppi e li apprezzo sinceramente, però devo dire che il loro uso di certe simbologie ed estetiche è molto più calcolato. Non avevo idea di cosa sarebbe successo quando abbiamo iniziato e che questa nostra scelta sarebbe stata così popolare, addirittura presso band che non hanno nulla a che vedere coi Death in June, né tantomeno con le rune.

In un’intervista di qualche anno fa, parlasti di un rituale fatto nella foresta con tante teste di cavallo messe su un palo…

La miglior forma di Magick è quella che viene tenuta segreta ed è così che la vedo io. Alcune persone hanno il dovere di spiegare i rituali e i misteri, sono inevitabilmente dei maestri e questo è il loro percorso e la loro vita. Ma io non sono uno di loro, né mai immaginerei di rivestire un ruolo del genere. Non è nel mio destino. Ma magari ho indicato la via ad altri? Ad ogni modo, vi sono rituali magici connessi a diverse uscite discografiche dei Death in June. Il “Nyding stick” con le tre teste di cavallo in fiamme nella foresta delle Ardenne, il 23 gennaio del 1995, è forse l’unico di cui le persone sanno davvero qualcosa dal momento che alcune delle foto scattate durante questo rituale sono poi state utilizzate per la grafica dell’album “Rose Clouds of Holocaust”, che avevo appena concluso in Inghilterra alla vigilia di Natale del 1994. Si trattava di una benedizione e di un’azione necessaria per l’album e per me. E forse anche per le teste di cavallo. Sembravano affermare fisicamente una nuova forza vitale durante il rituale, che fu compiuto nel rispetto più profondo. O quantomeno, col massimo rispetto che uno può dare nel mezzo della notte, in mezzo ad un bosco, con la neve che scende copiosa e il sangue che gronda dai colli e la benzina che brucia dappertutto! Le teste di cavallo pesavano una tonnellata e nessuno mi ha aiutato ad issarle sui pali e a farle bruciare come fiaccole nella notte invernale. E’ stata una cosa molto cruenta ma allo stesso tempo incredibilmente bella.

Cosa pensi dell’influenza di Crowley sulla cultura giovanile contemporanea?

Non ne ho idea. Ha effettivamente una qualche influenza sul mondo del cinema, della moda e della letteratura o ha solo esercitato un fascino su pochi gruppi musicali e singole persone negli anni sessanta, settanta e ottanta? Per come la vedo io, la “cultura contemporanea” è costituita dalla vacuità di Paris Hilton, Britney Spears e dall’esercito dei loro inutili cloni. Ma forse Charlie Sheen e John Galliano potrebbero essere capaci di ispirarsi a Crowley, chissà…

Sappiamo del tuo amore verso figure come gli scrittori Genet e Mishima. C’è qualcun altro pensatore da aggiungere al tuo “pantheon”?

L’unico altro personaggio che mi ha realmente ispirato, anziché influenzato perché sono due cose distinte, è Nietzsche, i cui scritti mi hanno tenuto compagnia e offerto grande conforto durante un momento molto solitario della mia vita, nel 1989. Il suo lavoro è stato di grande aiuto in quei giorni desolati che ancora oggi ricordo con grande cautela.

Cosa pensi della cosiddetta scena neo-folk?

In parte è davvero fantastica ed in parte è roba usa e getta, derivativa e trascurabile. Ma, come ho detto in qualche altra occasione, come può essere “neo” il neo-folk, a un quarto di secolo dalla pubblicazione di “Brown Book”, del 1986, che credo sia stato il primo album dei Death in June a definire questo particolare stile? Forse rimarrà sempre legato ad un preciso momento storico come l’Art Noveau, il Realismo Socialista o il Merseybeat! Non saprei. Non è qualcosa a cui pensavo quando ho cominciato a scrivere le prime canzoni che apparentemente hanno dato il via a quel genere. E tuttora non ci penso; non sono intrappolato negli anni ottanta e novanta, parlo di quel periodo solo quando mi viene chiesto nelle interviste. Naturalmente il meglio del neo-folk si è sviluppato ed è mutato negli anni, cosa naturale per un fenomeno di scala mondiale. Se procede così continuerà a mantenersi vivo ed esercitare interesse, almeno per alcuni.


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