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venerdì 10 gennaio 2014

ANTONELLO CRESTI: Andrea Scanzi racconta i "giovani". Anche le mummie farebbero più allegria...


Uccidili, perchè sono già morti (Bhagavad Gita)

L'agognato momento del ricambio generazionale della nostra classe politica sembra esser giunto, e sullo scenario compaiono nuove figure, destinate a guidare il paese nell'immediato futuro...
Sembra quasi un ritorno alla normalità per una nazione come la nostra, bloccata a tutti i livelli dalla volontà di autoconservazione di antichi e sclerotizzati potentati, se non fosse che, concentrandosi un po' più a fondo sulla questione (e per questo basta guardare in faccia questi "uomini nuovi") appare evidente che non è davvero il caso di lasciarsi andare a trionfalismi.
Il nuovo libro del giornalista Andrea Scanzi Non è tempo per noi. Quarantenni: una generazione in panchina (Rizzoli, pp. 174, euro 17,00), raccontando con sagacia la propria generazione, quella nata negli anni settanta, ci aiuta a non cadere preda di  simili illusioni; quello di Scanzi, infatti, a ben vedere, è ben più di un ironico e affilato pamphlet da leggersi tutto di un fiato, assumendo piuttosto i contorni di un piccolo trattato sulla decadenza dei costumi e della cultura.
Descrivendo la vacuità, la volgarità ed anche la pavidità espresse nel decennio degli anni ottanta, duraante il quale si è formata la prossima classe dirigente, Scanzi non fa infatti altro che ricollegarsi ad una teoria che da oltre un secolo circola negli ambienti filosofici e che Klages ebbe a definire “l'epoca del tramonto dell'anima”, ossia l'impossibilità, nella rincorsa sfrenata del mito del progresso e della tecnica, di poter disporre di grandi personalità guida ed in generale di poter godere di una “vita vera”.
Anche Scanzi, dunque, non fa altro che registrare e descrivere un processo di decadimento inarrestabile e per molti versi ulteriormente aggravatosi negli ultimi decenni, ed il paradosso che l'autore ci vuole consegnare, ossia, per dirla brevemente, che persino uno come Renzi passi per essere un rivoluzionario, non è che il figlio della assoluta assenza di una cultura “giovane”, che sfidi e vivifichi l'esistente. Quando accade, come sostiene Scanzi, che “una generazione non scenda in campo”, allora è inevitabile che qualsiasi demagogo si arroghi il diritto di rappresentarne gli interessi... E, se ci è perdonata la malizia, questo è lo stesso nulla che ci propone i grillini, laddove un tempo avremmo avuto i comunardi, oppure le citazioni di Ligabue scelte da Scanzi, laddove prima avremmo avuto un Dilthey o lo Spengler di Il tramonto dell'Occidente!
Come Scanzi sa benissimo non sempre è andata così e quando una nuova generazione ha tentato di voler incidere sull'esistente, magari sbagliando, o perdendo, per rifarsi alla canzone di Gaber, inevitabilmente nuovi contenuti sono stati introdotti nel dibattito sociale e culturale, finendo per creare significativi fenomeni di influenza, anche protratti nel tempo. Non è un caso che nella “galleria degli orrori” impietosamente e tristemente mostrata sulle pagine di Non è tempo per noi compaia come raro riferimento positivo una figura di “inattuale”, come quella del regista  Sorrentino, un artista che affonda le sue radici espressive nel ben più stimolante clima creativo degli anni sessanta e settanta, quasi a voler affermare che solo affrancandosi da certi modelli può esistere ancora la possibilità di suscitare vere emozioni.



Se la generazione di Scanzi, o quella seguente, alla quale appartengo, verranno rappresentate grottescamente da figure opportuniste ed inadeguate, nessuno potrà lamentarsi perchè questo è il destino che ci si è perversamente costruiti marcando una crescente volontà di assenza ed inazione di fronte alle crescenti contraddizioni della società. L'unica ricetta per uscirne, dice Scanzi, resta sempre quella della formazione di un pensiero critico, da mettere alla prova in ogni circostanza della vita: solo così i giovani potranno tornare a sentirsi mossi da frasi come “siamo realisti esigiamo l'impossibile” e non da ben più squallidi adagi come il “i rigori li sbaglia solo chi li tira”, di Roberto Baggio. Il resto, verrebbe da dire, seguirà di conseguenza e così facendo, forse, anche quando si riparlerà di “rottamazione” sarà con un po' più di cognizione di causa...

versione integrale dell'articolo uscito su Il Manifesto, 9/01/2014


2 commenti:


  1. 28 febbraio 2014 – ore 18:00
    Firenze – la Feltrinelli, Via de’ Cerretani 30r
    Relatori: Giulio Casale e Antonello Cresti

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  2. Molto condivisibile: ‘Se la generazione di Scanzi, o quella seguente, alla quale appartengo, verranno rappresentate grottescamente da figure opportuniste ed inadeguate, nessuno potrà lamentarsi perché questo è il destino che ci si è perversamente costruiti marcando una crescente volontà di assenza ed inazione di fronte alle crescenti contraddizioni della società. L’unica ricetta per uscirne, dice Scanzi, resta sempre quella della formazione di un pensiero critico, da mettere alla prova in ogni circostanza della vita: solo così i giovani potranno tornare a sentirsi mossi da frasi come “siamo realisti esigiamo l’impossibile” e non da ben più squallidi adagi come il “i rigori li sbaglia solo chi li tira”, di Roberto Baggio. Il resto, verrebbe da dire, seguirà di conseguenza e così facendo, forse, anche quando si riparlerà di “rottamazione” sarà con un po’ più di cognizione di causa...’

    http://associazione-federicoii.blogspot.it/2013/10/il-vero-tema.html

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