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giovedì 2 gennaio 2014

RAOUL BRUNI: Un ricordo del critico letterario Angelo Marchese



Era da diverso tempo che avvertivo dentro di me l’esigenza di scrivere qualcosa su Angelo Marchese. Non solo per esprimere un tributo sentimentale e affettivo verso chi fu il mio professore di italiano per quasi un triennio, tra il 1995 e il 1998, al mitico Liceo Classico “Niccolò Machiavelli” di Firenze (ho detto «quasi» perché, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute, Marchese dovette purtroppo abbandonare l’insegnamento a metà circa dell’anno scolastico ’97-’98 – che si sarebbe concluso, per me e i miei compagni di classe, con l’esame di maturità). Ma anche e soprattutto perché mi sono accorto di aver maturato nei riguardi di Marchese un debito intellettuale la cui portata mi si è chiarita solo con il trascorrere del tempo.
Non che da adolescente non avessi subito il fascino di quelle straordinarie lezioni nel corso delle quali, fin dall’inizio del triennio, si commentavano, fra l’altro, testi tra i meno paludati del poeta evocato nel titolo di questo intervento (il volume di riferimento era, s’intende, l’eccellente antologia montaliana Poesie, curata da Marchese per Mondadori Scuola), o si rileggevano in una chiave del tutto inconsueta capolavori, che altrimenti avrebbero rischiato di annoiare un uditorio liceale, come I Promessi sposi di Manzoni. Tuttavia, allora, lo ammetto apertamente, i classici della letteratura italiana, salvo poche eccezioni, non erano ancora al centro dei miei interessi, e molti dei contenuti che quelle lezioni offrivano mi sfuggirono. O almeno credevo mi fossero sfuggiti…
 Come mi sbagliavo! Me ne accorsi quando, a poco a poco, la letteratura divenne la mia passione predominante. Negli anni in cui ho proseguito la mia formazione all’Università, prima come studente e laureando, poi come dottorando di ricerca, sono tornato spessissimo con la mente alle lezioni di Angelo Marchese: va da sé che ho riaperto altrettanto di frequente anche i quattro volumi della sua Storia intertestuale della letteratura italiana (D’Anna, 1990-1992), che avevo avuto come manuale al liceo, così come ho letto e studiato molti importanti saggi di Marchese dei quali al liceo conoscevo appena il titolo; tuttavia, credo che il riaffiorare della memoria di quelle lezioni liceali abbia rappresentato una guida insostituibile nel corso della mio apprendistato universitario e postuniversitario.
Ma cosa c’entrano questi ricordi personali con Montale. La ricerca dell’Altro, il libro di cui mi accingo a parlare? Forse qualcosa c’entrano: intanto perché quel libro, uscito nel 2000, a pochi mesi dalla morte dell’autore, fu in parte concepito proprio durante l’ultimo periodo in cui ebbi Marchese come insegnante; e, in secondo luogo, perché propendo a credere che nella metodologia critica (o, per più esattezza, nella combinazione di metodologie critiche) applicata in quel libro risieda uno dei lasciti essenziali, se non della lezione di Angelo Marchese, di quelle lezioni a cui ho personalmente assistito.
Di cosa parla infatti Montale. La ricerca dell’Altro? Della «ricerca di Dio in Montale» - è la risposta, sobria e precisa, fornita da Marchese stesso all’inizio dell’Introduzione; ma per Marchese trattare questo tema significa illustrare minuziosamente sia l’opera letteraria sia la biografia intellettuale di Montale, nonché gli ambienti in cui il poeta si formò e visse. E affinché una simile impresa fosse portata efficacemente a termine occorreva non solo la quasi trentennale esperienza di montalista che Marchese aveva accumulato a incominciare da Tempo e memoria nella poesia di Montale (1973)– giudicato da quest’ultimo un «bellissimo saggio» –, ma anche una formidabile capacità di interrogare e analizzare testi e contesti, significanti e significati, idee e forme: capacità di cui il critico aveva dato prova in numerosi volumi, tra cui il fortunato dittico L’officina del racconto e L’officina della poesia (entrambi editi e ristampati parecchie volte da Mondadori). In una parola, questo «grande libro» – così Riccardo Scrivano ha autorevolmente definito l’ultima fatica di Marchese – è anche il frutto dell’applicazione di un grande metodo.
Tra i maggiori meriti di Marchese vi è senz’altro quello di aver messo in luce le venature e le origini filosofiche della poesia montaliana che è, come ogni poesia autenticamente moderna, una poesia sentimentale, nell’accezione schilleriana e leopardiana del termine. Sul legame indissolubile di pensiero e poesia in Montale, Marchese aveva pubblicato nella rivista «Otto/Novecento», nel 1993, un saggio importante, Leopardi, Montale e la poesia metafisica – che costituisce il presupposto di molte pagine de La ricerca dell’Altro –, nel quale si legge: «“Pensiero poetante” o “poesia pensante”: la nota definizione approntata da alcuni critici per Leopardi va benissimo anche per Montale, ultimo erede di una tradizione di sentimentalische Dichtung, di poesia ricca di profonde, imprescindibili radici meditative e filosofiche, teorizzata da Schiller e praticata dai grandi romantici tedeschi». Si ricordi che Montale, all’inizio del suo apprendistato intellettuale, si nutre soprattutto di letture filosofiche: «Io ho avuto un’educazione filosofica e un’adolescenza addirittura hantée di metafisica», scrisse Montale in una famosa lettera a Carlo Linati, che Marchese opportunamente cita.
A La formazione filosofica del poeta genovese – nella quale, come si sa, giocò una parte tutt’altro che irrilevante la sorella Marianna – Marchese dedica una preziosissima sezione del suo libro in cui sono puntualmente perlustrate le principali ascendenze filosofiche della scrittura montaliana: Amiel, Schopenhauer, Boutroux, Lachelier, Bergson, Šestov, Rensi, Agostino, gli stoici. Ma al di là di queste pagine specifiche – che lo studioso considera quasi un momento preliminare, seppur necessario al suo discorso critico: «“una precomprensione” necessaria a illuminare il processo ermeneutico, radicandolo in un preciso contesto» –, tutto il libro è caratterizzato da una spiccata attenzione per l’ininterrotto dialogo della poesia montaliana con la filosofia e con i filosofi. Lo stesso tema centrale della religiosità montaliana è declinato in questo senso, dato che la religione, secondo Marchese, è «considerata da Montale sub specie philosophica». Qui risiede certamente uno degli aspetti più innovativi di questa ricerca di Marchese, non solo rispetto ai contributi sulla religiosità precedentemente apparsi (da certe pagine di Getto al pionieristico saggio di Jacomuzzi Appunti per uno studio sulla religiosità nella poesia italiana del dopoguerra: Eugenio Montale del 1966), ma anche rispetto alla critica montaliana in genere, che, pur avendo ormai raggiunto dimensioni sterminate, non ha ancora organicamente esplorato il mondo, spesso nascosto e sfuggente, della cultura filosofica di Montale. Penso, per fare un solo esempio, alla suggestione esercitata su Montale da Giuseppe Rensi, un pensatore ancora oggi sostanzialmente sottovalutato, che Marchese evoca assai di frequente, e sempre a proposito, nel suo volume. D’altronde, già nello studio Gli «ossi» negli Ossi di seppia, Marchese aveva osservato: «Non è stato ancora adeguatamente valutato l’influsso di Giuseppe Rensi, maestro genovese dello scetticismo e intrepido antifascista, sul giovane Montale».

Ma quali sono, secondo Marchese, le immagini e le forme più peculiari della religiosità montaliana? Innanzitutto il visting angel – che già intitolava il saggio, nonché il volume montaliano, più famoso di Marchese –, nelle sue varie incarnazioni femminili, su tutte ovviamente Clizia, alias Irma Brandeis, dedicataria delle Occasioni (a partire dall’edizione mondadoriana del ’49) e Musa principale della Bufera: «Il visting angel è ormai un sicuro segno del divino, una presenza di Dio nel tempo capace di salvare l’umanità liberandola dalla perpetua prigionia del male, sia nelle sue forme storiche (la guerra), sia in quelle più profonde, radicate nella stessa condizione dell’uomo» .
Come ricorda Marchese, la Brandeis, ottima conoscitrice della mistica giudaico-cristiana, ebbe un ruolo decisivo come sollecitatrice dell’interesse del poeta verso autori come Meister Eckhart, il cui eco si avverte in non poche liriche dell’ultimo Montale, specialmente in quelle improntate alla «teologia della briciola» di cui discorre Francesco Zambon in un affascinante saggio: il libro di Marchese contiene pagine assai acute sul rapporto Montale-Eckhart, a cui non mi risulta sia mai stato dedicato un contributo specifico. Altrettanto acute e preziose sono le osservazioni di Marchese sulle risonanze bibliche nell’opera montaliana: del resto, che Montale fosse un accanito lettore della Bibbia è ben noto (basti pensare al primo Xenion in cui il poeta, «quasi al buio», legge il Deutero-Isaia). Marchese illustra minuziosamente gli eco vetero- e neo-testamentari riscontrabili nella poesia di Montale muovendo dagli Ossi per giungere fino alle composizioni delle raccolte più tarde; ne emergono moltissime consonanze tanto sorprendenti quanto trascurate dai precedenti studiosi: mi riferisco ad esempio alle pagine sul Qohélet e sul Libro di Giobbe, nei quali Marchese riconosce a giusta ragione due fonti mai abbandonate del poetare montaliano. Sulla base di questi riscontri, Marchese, nell’ultima pagina del suo studio, può affermare, con ammirevole onestà intellettuale: «Questo libro […] considera l’itinerario di ricerca del poeta genovese alla luce della tradizione biblica, lasciando aperto il problema se quella di Montale sia un’esperienza di fede o un’esperienza cristiana tout court». Un Montale imprendibile, dunque, anche sotto la specola della religiosità. D’altronde, nel quarto capitolo intitolato, come il libro, La ricerca dell’Altro, Marchese aveva sottratto il suo poeta sia all’etichetta di nichilista (pur ammettendo che aspetti nichilistici sono tutt’altro che assenti dall’opera montaliana), sia all’etichetta di gnostico (pur riconoscendo che, specie in Satura, sono riscontrabili componenti gnostiche): «Un errore in cui cadono spesso gli interpreti» – avverte Marchese, ed è difficile dargli torto – «è l’estrapolazione di qualche verso utile per imporre a Montale un’etichetta. In realtà, come si è potuto constatare dal nostro lungo itinerario ermeneutico, il poeta genovese si lascia aperte numerose vie d’uscita, correndo il rischio magari di contraddirsi, ma senza isterilire il proprio linguaggio […] in stanche formule codificate».
Se la pars destruens dello studio di Marchese consiste dunque in una salutare liquidazione di interpretazioni schematiche o riduttive della poesia montaliana, non direi che la parte propositiva, pur così discreta e problematica, aliena da ogni «formula che mondi possa aprirti», sia tutta racchiusa nelle pur fondamentali pagine sul visting angel.  Nel libro di Marchese c’è infatti almeno un’altra importante intuizione, che illumina un aspetto non secondario della religiosità di Montale. Lo studioso ne rintraccia un documento assai significativo nella recensione montaliana, risalente al maggio 1925, alla tragedia L’isola di Riccardo Artuffo: «Con l’isola che si sommerge nel quadro ultimo, noi vediamo inabissarsi il carico delle umane illusioni: l’uomo sparisce, fuoco fatuo tra due oscurità, ma il suo tormento senza compenso e senza scopo non è  forse senza significato. Il nullismo integrale non può distruggere il valore del gesto di chi muore, senza rinunziare alla propria legge, con questa coscienza della vanità universa. Parve a noi, o forse ci inganniamo, che dietro a questo valore potesse ravvisarsi ancora l’aspetto di un vecchissimo Iddio che non salva per le opere e non consente libertà. Ma dal quadro dell’opera codesta forza doveva di necessità restare esclusa».

Leggiamo il commento di Marchese a questo passo: «Montale, che pure accetta la dolente visione schopenhaueriana della vita, avverte la tragicità di un nichilismo integrale non disposto a riconoscere il “valore” dell’inutile “tormento” del “male di vivere”, dissolvendolo nella “vanità universa”. Solo il “vecchissimo Iddio” della Bibbia può dare un senso alla sofferenza […]». Ma come può qualificarsi questo Dio misterioso cui Montale allude? Si tratta, secondo Marchese, di un «Deus absconditus: Dio presente nel cuore dell’uomo, non nella natura, come scrive Pascal: “È il cuore che sente Dio, e non la ragione. Ecco che cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione” (Pensieri, 278)»; e già nel primo capitolo il critico aveva proposto un suggestivo accostamento tra Montale e la spiritualità di Pascal, affermando che quello di cui si parla nelle Pensées non è «il dio dei filosofi ma il Deus absconditus della Bibbia, una presenza-assenza comprensibile per chi, come Montale, non può accettare la piena visibilità del divino».
Quando Marchese ravvisa nel Deus absconditus una delle forme più segrete dell’Altro in Montale, riconnette le sue ricerche ultime a uno dei nodi essenziali del suo intero percorso di studioso e, aggiungerei, di uomo. Si considerino soprattutto gli studi raccolti in Manzoni in Purgatorio (appena ripubblicato da Interlinea per la cura di Cristiana Freni), nei quali Marchese, che si era sempre opposto ad ogni lettura in chiave banalmente provvidenzialistica dei Promessi sposi,  dichiarava, fra l’altro: «Per capire l’arte segreta di Manzoni occorre, dunque, non perderne di vista lo spessore metafisico, la drammatica commisurazione dell’ambiguità storico-mondana col mistero, anch’esso per altri versi ambiguo del Deus absconditus». Si veniva in tal modo a stabilire una  connessione del tutto inaspettata tra Montale e Manzoni, al quale Marchese – nella sua deliziosa intervista immaginaria all’autore dei Promessi sposi raccolta nel volume sopra citato – fa dire: « “Mi scusi se la interrompo: allora non penso che lei accetti l’interpretazione di Leone De Castris, per il quale la novità del romanzo consiste nella “fatica di misurazione interattiva che lega la storia degli uomini all’epifania della Provvidenza, fino a far sì che l’una appaia contenere in sé l’altra, come suo senso e ratio immanente, come sua intrinseca norma e principio di autonoma spiegazione”. / Questa è una Provvidenza storicista, dialettica non pascaliana. Veda, preferisco l’antistoricismo di Montale, di cui mi ha parlato Pier Paolo [Pasolini]… Lei ricorda quella poesia dove si dice “la storia non è intrinseca /perché è fuori”, “non è magistra / di niente che ci riguardi” …».

Il fatto che parlando della religiosità montaliana il discorso si sia sorprendentemente (ma non arbitrariamente, credo) spostato su Manzoni (un autore così diverso dal poeta degli Ossi di seppia) dimostra che Montale. La ricerca dell’altro non può considerarsi soltanto l’approdo esemplare di tre decenni (o quasi) di studi montaliani, ma costituisce anche una sorta di testamento spirituale in cui confluiscono, da un lato, il patrimonio straordinariamente vario e multiforme delle ricerche del Marchese studioso, dall’altro, la ricchezza di esperienze morali e spirituali che caratterizzò la vita dell’uomo e dell’insegnante. Un libro che Angelo Marchese sentì fortemente la necessità di concludere prima di lasciare questo mondo; «Un libro scritto da un uomo gravemente ammalato nel culmine della sua malattia, veramente con furore, sapendo che lui non avrebbe mai potuto leggere questo libro, e che questo libro sarebbe uscito soltanto dopo la propria morte»; un libro che resterà.


[Una versione più ampia di questo articolo è stata pubblicata in Per Angelo Marchese. Saggi, testimonianze, ricordi, a cura di Isa Morando e Stefano Verdino, Genova, Città del Silenzio, 2010].


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