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domenica 10 agosto 2014

LEONARDO VITTORIO ARENA: La filosofia di Robert Wyatt



Un drumming che eludeva le asperità dei tempi dispari non portando il tempo, smentendo il compito primario di ogni batterista “rispettabile”… Questa voce che, durante i ’60, nelle prime band di Robert, prima dei Soft, inclinava ai contorcimenti di un Van Morrison, preso a modello delle cover nei locali da ballo, voce acerba, che Robert non ama riascoltare nei nastri. Una voce con cui non si identifica, e che è sempre cambiata, dal momento in cui ha scritto lui stesso le canzoni; il lavoro di Robert nelle cover resta ancora oggi appassionante e sentito, come nella sua struggente versione di What A Wonderful World, dove predomina questa voce malinconica, e anche gaia a tratti, dove il miscuglio tra i due sentimenti è talmente forte da non poterli distinguere. Come ricorda Nietzsche nella Gaia scienza, dove c’è un grande piacere c’è un grande dolore, e viceversa, non potendo mai darsi la loro assoluta separazione. Una voce che, anche nelle occasionali stonature live, nelle prime esecuzioni dei Soft Machine, è sempre convincente e incisiva. "Mi piace sapere come suonano le note, come sono le parole di una canzone e il modo più efficace per accostarvisi. È determinante che io non aspiri a una performance di tipo attoriale (in an actor kind of way)" [...]

tratto da: 

La filosofia di Robert Wyatt. Dadaismo e voce. (Mimesis Edizioni)

mercoledì 11 giugno 2014

LEONARDO VITTORIO ARENA: La filosofia di David Sylvian



LEONARDO VITTORIO ARENA "LA FILOSOFIA DI DAVID SYLVIAN" (Mimesis Edizioni) In una intervista del 2007, chiesi a Sylvian se creava meglio in compagnia o da solo, prevedendo la risposta, come quando Gadamer dice che il docente esamina lo studente con domande dalla risposta prevedibile, che egli sa in anticipo…Su un piano ermeneutico ciò è inevitabilmente fallace. Più che la risposta di Sylvian, mi preme mostrare ciò che ha fatto dopo, il non detto: già incamminatosi su Blemish, un’onda che molti fan non perdonarono, si dibatté in un percorso ancora più solitario, verso Manafon, sovrapponendo la voce a un concerto di improvvisatori professionisti, il leader Evan Parker, come a dire: “Non voglio dire lo scontato, giudicatemi, come dalla Bibbia, dalle azioni, non dalle parole, queste non sono quelle, e viceversa: ascoltate, sono un cantante, non un fi losofo”. Non lo confessò, ma ne covava in sé il sentimento, lo sviluppo in questa direzione, e sorrise, probabilmente, all’interrogativo; in una intervista sul confl itto interiore, non ancora divenuto uno stato d’emergenza, diff uso e generalizzato… In World Citizen disse a tutti di aver bisogno di una seconda pelle: una seconda chance?, e concluse la canzone con un accorato appello... Il mio incontro con Sylvian avvenne quando disperavo di trovare, non dico un alter ego musicale, quanto una identità musicale, io che mi ero posto il dilemma insolubile, tra studiare da fi losofo o da musicista, al bivio di una carriera in embrione. Optai per la prima alternativa, ma ignoravo che fosse una decisione risolutiva, un aut aut, il musicale mi tentava, non meno che il fi losofi co da cui non sapevo distaccarmi. Non ho mai cercato nella musica una dimensione solo musicale, bensì alchemica, e nei testi e nella vita degli artisti dei ’70 scorsi una fi losofi a più solida di quella delle Accademie, un marxismo onnipresente, onnivoro e onninglobante, da alveo universitario, della specie di cui Lacan denuncia la lettera, dicendo uni-vers-se-taire, e accentuando il verbo… La fi losofi a era per me il mondo science-fi ctonal e spettrale dei Van der Graaf Generator, il ritorno sublime al Medioevo dei primi King Crimson, o le scorribande evanescenti dei Soft Machine, Robert Wyatt in primis, ai limiti del tonale, l’uscita refrigerante dall’angustia del ritmo quaternario: nel 9/4 o negli 11/16, meglio in sovrapposizioni poliritmiche, si ravvisavano mondi inesplorati, si apriva la fi nestra, con cambiamenti d’aria che solo Nietzsche, nel fi losofi co, o i maestri Zen sapevano promettere. Senza deludere. “Non sarò deluso” – la mia dizione della frase rientrava in questa prospettiva, o non era una prospettiva… Grazie a Nietzsche e allo Zen un mutamento di rotta, ma pure il profi larsi dell’alternativa: musica o fi losofi a? Che non poteva tradursi in musica e fi losofi a, una congiunzione sterile, che relegava al puer aeternus, una attività ludica non protraibile nell’età adulta. E poi la stasi, dovuta alla laurea, la carriera universitaria, il graduale distacco dalle esibizioni nelle sale da ballo, dai concerti… Il decennio successivo mi fece capire che il fi losofi co, a diff erenza che in India, è separato dal musicale, molto più che i mondi lontanissimi del poetico e del fi losofi co, che Heidegger descrive. Il musicale languiva in una sfera sepolta di una mente abbeveratasi a Nietzsche, appunto, e al buddismo Chan/Zen, non mai quello liturgico, che esauriva le sue risorse nel momento stesso in cui predicava. La venuta di Sylvian fu a dir poco salutare, con il suo distacco dai Japan, dove aveva esordito, non la vidi come una scissione, avendolo conosciuto all’incirca all’epoca di Brilliant Trees, che fu per lui e anche un po’ per me una epifania…Nel lugubre panorama degli ’80 c’era insomma qualcosa, ma non cui appoggiarsi, attaccarsi, per l’ennesima Weltanschauung di turno, e dire: “Ecco, la musica è viva, si ode ancora, nella natura, in noi, deborda dallo stereo, il CD non è esangue, uno strumento perfetto quindi inane…” Un panorama che già i Police o i Talking Heads avevano tentato di scalfi re, per me, lo sentii così, e con Sylvian si profi lava meglio, dai contorni più accesi, vitali, tanto da farmi confessare, non senza una punta di esagerazione, agli amici anni dopo: “Ciò che Dylan è stato per i ’60 è ora Sylvian!”. Anche nell’iperbole c’era qualcosa di fondato, e non nascondo che, come per i grandi dei ’60 e dei ’70, il suono di Sylvian all’inizio mi suonava ostico, le sue sequenze di accordi avventate o indecifrabili, la melodia dispersiva, pur riconoscibile...

sabato 4 gennaio 2014

LEONARDO VITTORIO ARENA: La filosofia del non suono




…dunque si irruppe sulla scena dei 60, già allora, con il non suono, un ritmo ginsberghiano scandito dall’om, come quel verso “Strano ora pensare a te, andata senza busto e occhi”. Il kaddhish, il kaddish denunciava un inizio senza tempo, senza spazio. Il non suono, con Ginsberg poi finito nell’alveo dello Zen o solo del Naropa Institute: generazioni che si rincorrono, si cercano. O lo trovammo con i Soft Machine, niente equivoci con Burroughs, seppure…L’organo di Mike Ratledge, suonato con una sola mano, non la sinistra, solo occasionalmente, replicava quello di Hendrix con la stratocaster: il lowrey, pregno di fuzz box, o fine distorsore, rivaleggiava, assoli dove lo spazio tra le note era puntellato, rimaneggiato, sconclusionato persino…Ricordo di un viaggio notturno Urbino/Firenze con ritorno incluso, Cinderella torna prima di mezzanotte, per vedere uno Stockhausen ebbro spaccare la legna sul palco, performance, prima della Mela di Odessa, Stratos &C., dove C. sta per il “mondo intero”.  Sapevamo di Cage, quel poco, da ricordi infantili, déjà vu, che addirittura lo videro alla corte di Buongiorno, non proprio di Crimson King (!), a discettare di micologia o a rispondere a improvvide domande che non erano koan, oh no, John Cage sull’orlo dell’abisso, tra la cultura pop e quei quattro minuti e trentatré secondi che i più dogmatici vorrebbero ricondurre allo zero assoluto, piuttosto che al nonsense, il quale lì parve assumere la sembianza/non sembianza del non suono. Appunto. Nell’eterna diatriba tra suono e silenzio, se la camera anecoica significasse, a turno, di volta in volta, questo e/o quello, ci si convinse, me ne convinsi, che non suono occupa l’intermedio, come Nagarjuna, una scuola dello spazio vuoto che preferirei dire del nudo, con quel che segue, e non poco…Dove il colpo di tosse irride la scala del clavicembalo ben temperato, con buona pace di Bach; Bach non lo ascoltavamo, allora, per quel baluginio di note che faceva a pugni con il sitar di Shankar, o con i tutt’altro che effluvi o diluvi della musica nipponica, il gagaku, con cui peraltro Cage ebbe una storia. L’amusica, come qualcuno disse, meandro del non suono…Senza schematismi, dove ci si fa beffa della polemica schema/non schema, e si faceva risuonare, a turno, il vinile di Terry Riley o Cage, per coglierne un’assonanza, che tornava in Third, monumento al non suono che Robert Wyatt innalzò con Moon in June, che qualcuno audacemente, me, disse migliore canzone del secolo; o era Like a rolling stone, che, con minor mezzi vocali e strumentali, si azzardò pure in certe frontiere, le aprì, nell’improvvisazione della sala d’incisione, approfittando, magari, della momentanea assenza dell’organista (leggi: WC) per far subentrare Al Kooper, che ce ne ha dato il chorus, tre note di Hammond della semplicità del bimbo taoista, la meraviglia di chi scopre il mondo per la prima volta, un chitarrista al B3 (o il C3?). non suono si avventurò nell’audacia di Pink Moon, lascito di un Nick Drake economo, solo chitarra e voce, niente overdubs, a chi non lo capì, e nella sua probabile reincarnazione, nuovo corpo non anima, che è oggi David Sylvian, Died in the Wool, la voce sola, la voce resta così con pochi intermezzi strumentali, la difficoltà di captare il silenzio e lasciarlo andare, il nudo, il nudo di nuovo, grazie a David che non ci abbandona…Nietzsche che legge Cage. Non c’è, non c’è l’intento di elencare, classifica o competizione, singolare o rischioso, il rischio…, di rapportare non suono a qualsiasi cosa non sia Hakuin, il suono di una mano sola, che cercammo, senza trovare, perché i pochi che leggevano nipponico non credettero alla soluzione, non c’è soluzione del koan: potrebbe essere una mano levata in aria, tanto simile al saluto che Heidegger trovò congeniale, per poco o tanto tempo? Non suono nella filosofia che per noi, nei 70, fu la musica, c’era il testo, l’analisi, il metacommento di una chiave di lettura palese, mai celata, la voce di Peter Hammill, protostorica e proto-oltrescientifica, l’evocazione di mondi da Man-Erg, da Killer, ancora, e Hanshan sullo sfondo a rammentarci che non suono è una casa senza porta, una barriera, Wumen in perfetta sintonia? E tutto questo? Tutto questo a sorridere dei nostri sforzi esegetici, non del non suono; se poi se ne ridesse, non potrebbe essere che non suono, proprio come, proprio come…il Tao---