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venerdì 3 gennaio 2014

ANDREA ZAMPIERI: Claudio Rocchi... Nulla è andato perso!





Un’opera di rara indicibile intensità emotiva.
Ecco come mi è parso VDB23 Nulla è Andato Perso, la prima e purtroppo ultima esperienza artistica della coppia Gianni Maroccolo / Claudio Rocchi, ovvero Marok e ClaRock.
Due illustri personaggi del panorama musicale italiano provenienti rispettivamente dai migliori paesaggi sonori degli anni Ottanta e Settanta, che i casi della vita (ma nulla accade davvero a caso) hanno fatto incontrare per scoprire amicizia e stima reciproca…
E per lavorare insieme ad un progetto unico nel panorama musicale italico  in un momento particolare per entrambi; Proprio quando Marok ha deciso di appendere gli strumenti al chiodo di una buia cantina, e ClaRock ha dovuto fare i conti con una malattia decisa a portarlo in breve tempo su altri, più luminosi pianeti, lasciando il suo corpo il 18 Giugno 2013.
Ed un po’ di quella luce azzurra di galassie lontane (il riferimento a Rigel è velato ma non è casuale) è arrivata fino a lì, in Via dei Bardi 23 (da cui la sigla del progetto finanziato attraverso Music Raiser) dove per Maroccolo tutto ebbe inizio una quarantina d’anni orsono e tutto ricominciò con Claudio intorno al 2011 inoltrato, dopo qualche incontro illuminante dal punto di vista umano oltre che musicale.
Nacque così l’opera dal sapore elettroacustico, psichedelico, delirante che solo due artisti di tale caratura potevano concepire.
Non sono soli, però.
Se per la maggior parte del materiale Maroccolo s è occupato delle partiture e Rocchi delle liriche, al progetto hanno poi partecipato una serie sterminata di artisti altrettanto talentuosi (solo per citarne alcuni, Manuel Agnelli, Emidio Clementi, Carmen Consoli, Jovanotti, Giovanni Lindo Ferretti, Franco Battiato, Cristina Donà), ciascuno con il proprio contributo lirico, vocale o strumentale che sia.
Nonostante la malattia e la partenza di Rocchi abbiano lasciato parte del materiale incompiuto ed incompleto, Maroccolo ha saputo sapientemente portare a termine l’opera senza modificarne drasticamente la forma, il contenuto e gli intenti iniziali. Solo, si sono allungati molto i tempi di post produzione, fino a fine 2013. Unico rammarico il fatto che non sia più possibile realizzarne una rappresentazione dal vivo, che immagino dilatata e arricchita di volta in volta da nuove collaborazioni e partecipazioni.
Dal progetto VDB23 esce un disco tanto bello quanto difficile da approcciare. Del resto è quel che accade sempre quando ci si trova davanti ad un grande, indiscutibile fascino.
E’ bella l’intera opera, nella sua completezza, anche nel packaging realizzato a mano in edizione numerata, autografata, personalizzata, con carta pregiata nepalese; Anche nelle edizioni arricchite da un DVD con un paio di video sperimentali con animazioni e non, e il making of del progetto e relativo libro allegato.
Dal punto di vista puramente musicale, se Maroccolo imprime il suo marchio di fabbrica a base di bassi suonati spesso con accordi, suoni elettronici mai scontati, e loop ritmici fuori schema, Rocchi stende sul tappeto sonoro le sue illuminanti parole, frutto di una ricerca spirituale lunga tutta una vita.
E proprio mentre la sua vita si spegneva, Claudio è riuscito ad accendersi ed essere ancora più chiaro ed eloquente che mai nell’esprimere le proprie convinzioni ed impressioni sulla vita in ogni sua possibile accezione, intima, sociale, spirituale, religiosa.
Quando si parla del fuoco sacro dell’arte, forse ci si riferisce proprio a situazioni rare se non uniche, come quella di VDB23.
Qui non si trovano linee melodiche immediate da canticchiare dopo il primo ascolto, o ritmi semplici e ripetitivi. Il percorso è impervio, quanto meraviglioso, come scalare una vetta dolomitica tra foreste fitte e rocce appuntite. Non è certamente un’impresa per tutti. C’è il rischio di perdersi e ritrovarsi poi decisamente cambiati.
Ma chi voglia provare a cimentarvisi (e doveva dichiararlo forte e chiaro anticipatamente aderendo all’iniziativa e finanziandola prima ancora di conoscerne le evoluzioni…), scoprirà un mondo interiore che forse aveva dimenticato, e degli scenari di vita possibili, seppur dimenticati di questi tempi.
Ciò che più sconvolge carezzando l’anima, non me ne voglia Maroccolo, sono certamente i versi illuminati di Claudio. Commoventi i frequenti riferimenti al suo imminente distacco dal corpo, sempre espressi in modo sereno, non drammatico, e positivo, eppure, ancor più toccante.
C’è forza in ogni parola. C’è un grande peso specifico nei discorsi, che sono potenziali macigni da scagliare contro le coscienze dormienti o deviate dei nostri tempi moderni.
Eppure, tutto ciò che è stampato nel libretto interno al CD non avrebbe così tanta efficacia senza le note e i battiti che Maroccolo e Rocchi hanno concepito insieme ed affidato in parte agli altri partecipanti al progetto.
L’elettronica tanto cara ai due compositori, e la sperimentazione sonora intelligente ed originale che ne può derivare sono il giusto veicolo per alleggerire le parole in volo verso l’anima di chi ascolta, per poi farle esplodere nella coscienza.
Allargare l’area di coscienza. Un concetto vecchio quanto la Beat Generation, anzi antico quanto l’uomo, eppure mai troppo sviluppato in termini pratici.
Pochi come Rocchi hanno esplorato il territorio infinito della propria coscienza, e mai come prima dell’incontro con Maroccolo il frutto dei propri viaggi interiori si era mai rivelato così chiaro ed efficace.
Qui, in queste tracce il confine tra le visioni intime e collettive, personali e sociali, tra elettronica, sperimentazione, Rock e Pop è felicemente abbattuto.
Cancellati i cieli tetri sotto cui ci troviamo da tempo, gli sguardi vanno oltre, alle nebulose e alle stelle luminose che danno nuova luce anche alle vicende umane del quotidiano. All’unità del genere umano, ma anche alle proprie fragili individualità.
Quel che più sorprende in questa opera sublime è l’efficacia della sinergia tra due artisti di estrazione piuttosto differente, e tra loro e tutti gli altri partecipanti.
Duole constatare come il fenomeno del Fundraising e del Crowdfunding e la volontà e fiducia incondizionata dei fan renda possibile ciò che la discografia (esiste ancora?) non arriverebbe mai nemmeno a intravedere.
La musica come arte sublime. Come ai vecchi tempi, con suoni nuovi.
Non posso che essere felice di figurare come “produttore”, tra i tanti sostenitori, di questa meraviglia.
Spiacente per chi, almeno al momento, non potrà apprezzare tanta bellezza, anche se non si esclude la possibilità di una futura stampa seriale, magari dai contenuti allargati.



MESSAGGIO PERSONALE A CLAUDIO ROCCHI:

Carissimo Claudio, dopo averti incontrato in diverse occasioni felici, ed aver condiviso con te certe buone vibrazioni, avevo recentemente espresso in un altro mio scritto il dubbio se fosse legittimo considerarmi tuo amico.
Era solo il timore di chi non è ancora del tutto avvezzo alle aperture sentimentali, e non ama molto “definire” situazioni, persone e sentimenti.
Ero però già certo di quanto tu fossi stato per me, in certi momenti, una persona estremamente importante, tanto da cambiarmi insieme ad altri artisti la vita in meglio.
Oggi, dopo aver ascoltato le tue ultime parole su VDB23, non ho più alcun dubbio. Eravamo, siamo e saremo amici, perché abbiamo tante affinità di pensiero, quelle che mi fanno vibrare ogni volta che ti penso.
Non credo tu sia poi così lontano. Credo semplicemente che tu ora sia ovunque, qui e là, oggi, ieri e domani, senza più i vincoli di uno spazio e un tempo troppo stretti, di un corpo, dei sensi, dell’intelletto, dell’Io e dell’Ego. Semplicemente immenso ed eterno, come siamo tutti pur non riuscendo ad immaginarlo.
Non escludo nemmeno la possibilità di altri incontri, che potrebbero avvenire prima che io venga da te o che tu torni qui, sotto altre, nuove forme.

Sono convinto che il suono resta il miglior veicolo energetico per esplorare altri mondi sconosciuti, e tu che col suono e le vibrazioni hai attraversato una intera vita e tante soglie, non avrai certo smesso di sintonizzarti su certe frequenze udibili. Dunque, fatti sentire quando puoi!

martedì 17 dicembre 2013

LUCA NEGRI: Perché mi ha deluso il Ferretti "barbarico"



“Cosa ci si aspetta da me resta, per me, un mistero, anche se di quelli piccoli”. 
Così esordisce Giovanni Lindo Ferretti nella prima pagina delle sua ultima fatica letteraria (e la chiamiamo fatica non per usare una formula retorica ma perché sappiamo quanto gli costi scrivere). In effetti, ci siamo chiesti anche noi cosa aspettarci ancora da lui appena abbiamo stretto fra le mani il volume. Niente di nuovo: a partire dal titolo, Barbarico (Mondadori), che ricorda fin troppo quello di una canzone (Barbaro) del suo primo album solista uscito ben tredici anni fa. Per non dire della foto in copertina, dove il “cantore lettore scrivano, montano italico cattolico romano” indossa un “abito scultura” di Davide Dall’Osso che ben rimarca l’aura arcaica che Ferretti si è cucito addosso. Ed ancora insiste la frase messa in quarta di copertina: “Nutro forti dubbi sulle sorti del progresso nell’animo umano”. E l’avevamo capito. Già con i due libri precedenti, Reduce del 2006 e Bella gente d’Appennino del 2009. 
E dunque, che aspettarci di nuovo? Ferretti, pasolinianamente è “una forza del passato” e si racconta, racconta squarci della sua vita, della sua carriera di cantante punk e poi postpunk e delle sue giornate vissute sui monti. E certi temi tornano di necessità: l’amore filiale per la madre che ha“reso l’anima a Dio”, la passione per i cavalli, la necessità di scendere in pianura a far concerti per poi pagarsi le bollette, la definitiva vocazione cattolica maturata con il magistero di Benedetto XVI e rinforzata da papa Francesco. Questo è ormai Ferretti, prendere o lasciare. Sono lontani gli anni ‘80 delle provocazioni futuriste e filosovietiche, delle suggestioni euroasiatiche dei Cccp, come i ’90 quando sul palco con il Consorzio Suonatori Indipendenti sembrava un incrocio fra il monaco Dossetti e uno sciamano mongolo. 
Oggi Ferretti quasi non ascolta musica, preferisce il silenzio, i suoni del susseguirsi delle stagioni e il nitrito dei suoi cavalli. E rinnova lo sdegno dei suoi (ormai ex) estimatori di sinistra con le scelte elettorali: “ho votato Lega per qualche buon motivo e tanta insofferenza e Fratelli d’Italia al turno seguente per riequilibrarmi. Non ho mai votato Berlusconi e un po’ mi dispiace. Non l’ho votato per senso estetico”. Non tralascia di informarci sui libri che gli fanno compagnia: quelli di Gómez Dávila, di Simone Weil, di Pietrangelo Buttafuoco (“credo siamo nemici sulla terra ma mi invoglia ad essere migliore e ce ne vorrebbero”), di Cormac McCarthy, di Chaim Potok e di un sorprendente Geminello Alvi (“ci sono frasi che rileggo ad alta voce perché anche i sassi, i muri della mia venerata dimora ne gioiscano”). Insomma,il vecchio pubblico che lo vorrebbe ancora comunista e figlio della mitologia resistenziale e rivoluzionaria può stare alla larga, il nuovo pubblico tendenzialmente di destra e cristiano non rimarrà deluso. 
Quelli delusi siamo noi, perché sappiamo che Ferretti può dare di più, può smettere di raccontare solo se stesso e le sue giornate, di concentrarsi sulla sua “piccola patria” geografica ed interiore. Ormai sessantenne, il punk di Cerreto Alpi dovrebbe sviluppare il talento narrativo che affiora talvolta fra le sue pagine raccontandoci qualcos’altro, mettendosi nei panni di qualcun altro. Dovrebbe diventare veramente uno scrittore, sempre mantenendo quello stile secco, con frasi brevi che sembrano incise su legno o pietra e che si possono cantare o meglio salmodiare, ma facendo narrativa ed abbandonando la forma diaristica che, arrivata al terzo libro, ha un po’ stancato. Non nutriamo dubbi sul suo talento e sappiamo cosa aspettarci da lui. 

pubblicato su Il Giornale del 23 novembre 2013 (versione integrale)