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lunedì 27 ottobre 2014

ENRICO GALOPPINI: “Campi nomadi”: la soluzione arriva dalla “democrazia”!



Scandalo, orrore, apriti cielo! La proposta del sindaco di Borgaro Torinese (del Pd), appoggiata da un assessore della sua giunta (di Sel), ha suscitato – come previsto - un vespaio di polemiche.
A seguito di reiterati e continui atti di vandalismo ai danni dei mezzi della linea di autobus 69 e di soprusi nei confronti dei suoi passeggeri compiuti da residenti del “campo nomadi” ubicato lungo il percorso del suddetto mezzo pubblico, il Comune della cittadina dell’hinterland torinese ha esposto al fornitore del servizio una richiesta a dir poco “moderata”, eppure definita “scioccante”: creare due linee “separate” dello stesso 69; una per i rom, comprendente la fermata all’ingresso del loro luogo di residenza, l’altra che non comprende la predetta fermata e che perciò potrà essere utilizzata, con maggior sollievo, da tutti gli altri abitanti della zona.
Lo “scandalo” era assicurato anche nel solo pensarla una cosa del genere, tanto più che proviene da due esponenti della “sinistra”, che in via di principio dovrebbero essere “tolleranti”, “antirazzisti” eccetera.
La suprema indignazione, tuttavia, proviene più che altro, per non dire esclusivamente, dalla cosiddetta “informazione”, ma se s’interpellano i residenti di Borgaro Torinese, che utilizzano quella linea di autobus e che sono sottoposti al supplizio di dover condividere il tragitto con individui che non solo non conoscono alcun rispetto per i beni pubblici ma infastidiscono e spesso minacciano chi non è dei loro, si ottengono in maggioranza condivisione ed approvazione verso quella che è, ripetiamo, la proposta d’istituire due linee “separate” dello stesso autobus 69.
Ma attenzione all’inghippo: si tratta per l’appunto di una proposta, non di un provvedimento già preso ed operativo. Quindi, è tutto da vedersi cosa accadrà. E c’è da scommettere che, dopo questa “fiammata”, con accuse strumentali di “razzismo” e di “apartheid” per chi, in linea di principio (se non si è di fronte a tentativi di parare, con un’operazione di cosmesi politica, gli argomenti inattaccabili degli avversari politici), non farebbe altro che tutelare l’incolumità e la sicurezza dei cittadini che si trova a governare, tutto tornerà alla consueta “normalità” (si fa per dire!).
Perciò, si stia bene attenti, questa come altre volte, a scambiare le intenzioni e le anteprime con i fatti, ché questo è lo sport nazionale della cosiddetta politica italiana, il cui tempo verbale preferito è il condizionale, anche quando a parlare sono presidenti del consiglio e ministri, i quali dovrebbero disporre degli strumenti atti ad operare senza tanti giri di parole. Tant’è vero che quando un provvedimento va assolutamente preso (per servire i veri potenti che li han messi sulla poltrona), lo si fa alla faccia del “dibattito democratico” : si considerino l’euro, le “riforme” del lavoro, le “missioni di pace”, le tasse sulla casa eccetera.
Questo è dunque il primo punto: occhio a non scambiare le chiacchiere e le “polemiche” coi fatti, perché la democrazia è maestra in questo, avendo sostituito il fare col dire. Andando per di più in contraddizione coi suoi stessi assunti teorici, poiché i fatti che non si vedono mai sono per l’appunto quelli che andrebbero a beneficio dei più.
Ricordo opportunamente che la democrazia, anche se sono perfettamente edotto del fatto che persino i suoi teorici sono dei coscienti e convinti elitari, dovrebbe essere un sistema che assicura il massimo beneficio per la massima parte delle persone.
O il minimo danno per queste ultime, se più di questo non si riesce proprio a fare.
E allora, anziché perdere tempo con le linee separate (ma pagherebbero il biglietto, gli utenti del 69 “discriminato” oppure no?), le bagatelle tra “razzisti” e “antirazzisti” e l’infinito trascinarsi di una situazione a dir poco indegna ed intollerabile, gliela fornisco io una proposta per risolvere l’annosa questione non solo delle linee di autobus frequentate dai cosiddetti “nomadi” (che pullulano anche le altre, beninteso, a caccia di polli da spennare), ma della presenza di queste specie di favelas che puntualmente sorgono al limitare di zone densamente abitate da cittadini che hanno il sacrosanto diritto di vivere in pace.
Se per l’appunto la democrazia deve come minimo assicurare che l’inevitabile “male” colpisca il minor numero di persone, si prenda in considerazione – in mancanza di altri provvedimenti sempre possibili purché se ne abbia il “coraggio” – l’idea di destinare degli spazi per i predetti “campi” nelle aree a minor densità abitativa delle città italiane.
Le quali, solitamente, sono quelle dei quartieri “residenziali”, della “buona borghesia” e delle ville con videocitofono e sorveglianza “24 ore su 24”. Dove peraltro abita quella genia particolare di persone che, con la puzza al naso, è la prima a tuonare contro la “discriminazione” ed il “fascismo”, senza aver il minimo sentore di cosa sia la vita della cosiddetta “gente normale”. Quella, insomma, che tra le altre delizie della cosiddetta “accoglienza” ed “integrazione” deve sorbirsi un viaggio in autobus che ha tutte le caratteristiche di un assalto alla diligenza.
Adottando questo semplice e nient’affatto discriminatorio provvedimento (i “nomadi” vivrebbero in zone senz’altro più salubri poiché i riccastri, si sa, vivono, non solo metaforicamente parlando, in alto), i professionisti del dito puntato contro potrebbero saggiare direttamente quali vantaggi offre il vicinato di questi “ospiti”, mentre questi ultimi avrebbero a disposizione, anziché degli appartamenti dove tutt’al più possono rubacchiare qualche apparecchio elettronico e pochi spiccioli, delle ville piene zeppe di ogni ben di Dio.
Ci pensino bene i nostri aspiranti sindaci-sceriffo: eleverebbero in un batter d’occhio a cifre plebiscitarie il loro consenso. Ma chi ha davvero il coraggio di essere “democratico” fino in fondo?

 




domenica 23 febbraio 2014

ENRICO GALOPPINI: Questo sistema ha un punto debole?




L’ultimo articolo di Maurizio Blondet, pubblicato su Effedieffe.com, dal titolo Totalitarismo: via la maschera democratica (*), lo dovrebbero leggere tutti quelli che ancora s’illudono al riguardo della “democrazia” e delle meraviglie che ci deve ancora riservare.

Una salutare presa di coscienza del fatto che “il governo del popolo”, teorizzato e poi gabellato come tale, si risolve nella dittatura dei super ricchi. Insomma, un’oligarchia del denaro, come scrisse a suo tempo il compianto John Klevees (alias Stefano Anelli, che l’America, la punta di lancia della “democrazia”, la conosceva bene).

La “democrazia” a questo punto – conclude Blondet – viene definitivamente accantonata, con tutti gli annessi e connessi di questa finzione, “elezioni” comprese.

Al suo posto – questo il succo della sua diagnosi – resta il Mercato, con la M maiuscola, una concezione del mondo “scientifica” e perciò “indiscutibile” che della politica non ha più bisogno. Con tanti saluti ad ogni speranza d’inversione di rotta: tutto procede come su un binario predeterminato ed il “bello” dobbiamo ancora vederlo!

Tra i commenti, un lettore si chiede: “Ma un punto debole, questo sistema che sembra così perfetto, così inattaccabile da qualsiasi opposizione ce lo deve avere!” (parafraso il concetto da lui espresso).

Di solito, la reazione ad una domanda del genere, che molti oggi si pongono, è la costernazione, mista a sgomento. Si viene assaliti dal vuoto e dal senso d’impotenza.

Eppure il punto debole di questo sistema apparentemente non scalfibile c’è eccome. Ed è sempre lo stesso, perché i suoi pupari sono sempre gli stessi da quando è stato architettato a partire dalla Rivoluzione Francese. Quindi non c’è bisogno di attenderne i “passi falsi”, perché è il suo primo “passo” ad esser stato intrapreso col piede sbagliato.
Il punto debole del sistema scaturito dalla “filosofia dei Lumi” è il suo ateismo. La sua contravvenzione, la sua palese ed ostentata ribellione alle Leggi che Dio ha istituito e comunicato chiaramente agli uomini affinché essi possano prosperare e “tornare” perciò a Lui.

Sì perché “l’ateismo”, finché resta una questione “filosofica” per circoli ristretti non è ancora tutto questo gran pericolo. Ma oggi siamo all’ateismo di fatto, di massa, ancor più pericoloso e nocivo, che si traduce in un comportamento, dei singoli e delle comunità, dalle cose più piccole alle più complesse, completamente scollegato da ciò che Dio ha detto di fare e di non fare per bocca e tramite l’esempio dei suoi Inviati. Insomma, la “civiltà moderna” abitua gli uomini a prescindere dall’esistenza di Dio.

Alla famosa domanda “che fare?”, quindi, la risposta è la seguente: non c'è che da conformarsi all'Ordine che Dio ha stabilito. Nel "foro interiore" così come in quello "esteriore".

Il resto – dalle manifestazioni di “indignati” alle “rivoluzioni” di piazza, dai “migliori mondi possibili” ad ogni tipo di “alternativismo” - sono solo tentativi destinati al fallimento.

Questo, nella tradizione islamica - al di là dei fanatici letteralisti e modernisti che oggi pullulano in gran quantità - è molto chiaro e comprensibile.

Si prenda la questione dell'usura, vero architrave di questo sistema satanico. Il Corano la condanna esplicitamente, mentre rende lecito il commercio. Non è in alcun modo permesso guadagnare soldi dai soldi. Si va all’Inferno.

Consideriamo la famiglia: il Corano e l’insegnamento del Profeta Muhammad richiamano continuamente alla sua sacralità ed intangibilità. Non c’è alcuno spazio per i “matrimoni gay” e altre “nuove forme di convivenza” o di “genitorialità”. Maschio e femmina uniti in matrimonio, più eventuali figli. E stop.

Non parliamo delle tasse: la zakât è un’imposta sul tesaurizzato, sui capitali fermi, non sui redditi. Pertanto viene penalizzato – invitandolo a ‘purificare’ la sua ricchezza (questo il senso di “zakât”) - chi accumula beni e denaro, non chi lo rimette in circolazione permettendo a tutti di mangiare e di farsi una vita dignitosa. Alla faccia di chi, pateticamente, raccontava agli italiani di poter uscire dalla “crisi” incitandoli a “spendere”, stante però l’attuale (dis)ordine monetario e fiscale! E anche alla faccia di chi crede che le “imposte progressive sul reddito” siano un fattore di “progresso sociale”.

Potrebbe già bastare questo a rimettere in sesto la destabilizzante – perché disumana - situazione che viviamo.

Ma non è finita. Cosa dicono le primarie fonti islamiche al riguardo della “democrazia”? È presto detto: non dicono nulla, semplicemente perché il “potere del popolo” è un non senso. Un non senso perché è il moltiplicatore esponenziale dei disastri che può combinare un ego lasciato al suo fallace e personale “punto di vista”. Un’anima non rettamente educata si crede un padreterno, così come un popolo al quale si fa balenare l’idea di detenere il potere non fa altro che scavarsi la fossa. Com’è facile farsi ingannare da ‘qualcuno’ che sussurra che non si ha bisogno d’una guida illuminata…

Che poi le librerie siano piene di saggi su “Islam e democrazia” è un dato del tutto irrilevante. Anzi, vergogna su chi li scrive e chi li fa studiare a chi, sprovveduto ed indifeso, andrebbe piuttosto indirizzato verso ben altri saperi e conoscenze capaci di elevarlo. Ma non scherziamo, oggi la scuola e l’università devono “far ragionare”! A volte non pare: nessuno sembra accorgersi che mentre qua ci convincono dell’opportunità di abolire di fatto le consultazioni elettorali (in nome della “stabiltà”), quando si passa al resto del mondo, quello proverbialmente “indietro”, dovremmo trepidare per le varie “rivoluzioni colorate” e “primavere arabe” al culmine del quale si tengono delle… “elezioni democratiche”!

Si potrebbe andare avanti per un bel po’ enumerando le “questioni di principio” disattese dagli stessi ceti dominanti occidentali e proponendo esempi dell’antitesi radicale tra la prospettiva genuinamente islamica e il cosiddetto “mondo moderno”, di cui la “democrazia” ed il “libero mercato” sarebbero i più fulgidi risultati.

Ma proponiamo un ultimo esempio: cosa c’è di più assurdo, per la mentalità moderna, che pregare?

Per carità, “sono già a posto così”, “non ne ho bisogno”, “la mia coscienza è la mia guida”. Già, chi vuol atteggiarsi a “moderno” ha fatto della propria “coscienza” (un coacervo d’illusioni e d’inganni, assieme a qualche buona intuizione) il proprio maestro. Insomma, ciascuno è “il Dio di se stesso”!

Qualcuno ha definito la preghiera come “il cibo dell’anima”. Ma non è ancora tutto. Pregare significa anche “chiedere”.

E se gli uomini, da soli, non riescono a cavare le gambe da questa situazione, a chi, più che a Dio, possono rivolgersi affinché Egli li tragga d’impiccio?

Tutte le disgrazie e le “crisi” trovano qui la loro radice. In un certo senso, chi si dimentica del proprio Signore viene da lui dimenticato, ma chi se Ne ricorda è oggetto del Suo ricordo.

Certo, il mondo, questo “mondo”, è solo un’infinitesimale manifestazione di quella che è la Realtà, ovvero non è altro che una sua pallida sembianza. Eppure, un uomo rettamente orientato, che si fa educare e mettere sulla “retta via” da chi, solo, ha i titoli per farlo, possiede qualche speranza di vedersi mandare un uomo che ristabilisca una situazione conforme all’Ordine divino, oltre che di uscire da questa vita senza aver scambiato la parte per il tutto, l’apparenza per la sostanza.

A maggior ragione questo vale per un popolo, una nazione. Se non “chiedi” nella direzione giusta non ricevi nulla di buono. Al contrario, ciascuno spera un vantaggio per sé, o per la sua piccola fazione. Si spera di restare a galla mentre gli altri affondano. Ma solo un ardente brama di veder ristabilita una giustizia divina anche qui, espressa da un intero popolo, può avere la possibilità di essere esaudita con l’invio di chi rimetterà le cose a posto.

A quel punto, una volta palesatasi questa “personalità d’eccezione”, tutte quelle energie positive che, in una situazione di caos, erano costrette o a girare a vuoto o ad intristirsi nell’inedia, si dinamizzano e collaborano.

Per questo, “chiedere”, oltre che lecito, è anche un dovere. Non è stato forse detto “chiedete e vi sarà dato?”. Certo, si tratta di eminentemente di realtà spirituali, ma chi può dire che anche qui, in questo “mondo”, un ordinamento rispettoso delle Leggi divine, guidato da un uomo a sua volta mosso da timor di Dio, non sia una richiesta che valga la pena d’essere elevata?


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mercoledì 12 febbraio 2014

DIEGO FUSARO: Renzi? Il vuoto dietro cui sta il potere dei Mercati


Fusaro, ha visto le recenti indiscrezioni su Napolitano? Come le giudica?
«Le giudico malissimo, anche se va detto che è un modo di procedere perfettamente consono allo spirito del tempo. Oggi l’agenda politica è dettata dagli economisti. La politica è la continuazione dell’economia con altri mezzi. Nel 2011 è semplicemente salita al potere una giunta economico-militare di “stalinisti dell’economia”. Così come Stalin compiva crimini seguendo pretese “leggi della storia”, ora gli economisti privatizzano e distruggono popoli in nome delle “leggi dell’economia”. E non mi stupisce che nel 2011 abbia orchestrato tutto Napolitano, che non a caso ha seguito un tempo le “leggi della storia” e oggi quelle dell’economia con la stessa devozione».
La politica, ormai, insegue il responso dei “mercati” in modo quasi oracolare…
«L’economista, oggi, è il diretto successore del teologo. Così come il dogma religioso, anche il responso dell’economista non si può discutere. La politica si è svuotata e riconosce nell’economico l’unica fonte di senso. L’economia impone ormai il suo linguaggio a tutto e tutti, noi oggi siamo parlati dall’economia. Destra e sinistra sono superate perché entrambe ripropongono quello che Gramsci chiamava il “cretinismo economico”. Ma la politica non è amministrazione dell’economico. Lo dice bene Fichte: politica è mediazione fra reale e ideale».
In tutto questo, con i mercati che dettano regole e i politici che fungono da devoti sacerdoti, che ne è della democrazia?
«La democrazia è semplicemente non esistente. Già Marcuse denunciava la nostra “levigata, democratica non libertà”. Oggi non c’è democrazia se non nel senso degli ultimi uomini di Nietzsche, del “si dice” di Heidegger, con il quale “ciascuno è gli altri e nessuno è se stesso”. C’è, certo, il momento del sondaggio elettorale, ma il cui risultato è comunque svuotato di senso dai mercati. Mi fa ridere la sinistra quando, per dirsi democratica, agita la bandiera dell’antifascismo e poi accetta quel vero e proprio Attila che è il mercato».
L’interventismo di Napolitano ha introdotto un presidenzialismo di fatto. Perché non fare questo passo e diventare presidenzialisti a tutti gli effetti?
«Secondo me non risolverebbe nulla, tanto le vere decisioni vengono prese altrove. Il grande problema, oggi, è la sovranità nazionale. Prima va risolta questa questione, poi si può pensare se essere presidenzialisti o meno».
Intanto il Capo dello Stato si è incontrato con Renzi. A proposito, lei che idea si è fatto del sindaco di Firenze?
«Renzi è il vuoto che avanza. È il momento culminante di quello che il mio maestro, Costanzo Preve, chiamava “il serpentone metamorfico Pci-Ds-Pd”. Per dirla con Gaber: il liberalismo è di destra, oggi va bene anche per la sinistra. Da qui questa deriva che ha portato da Carlo Marx alla signora Dandini, da Federico Engels a Roberto Saviano. Per nascondere questo fallimento devono usare l’antifascismo, l’antiberlusconismo, il legalismo… Ora, se Bersani conservava ancora una certa ambiguità, accettando il capitalismo ma conservando un linguaggio da festa dell’Unità degli anni ’60, Renzi adotta direttamente un linguaggio manageriale. È uno che si vanta di non aver mai letto Marx, che non si stanca di dire che il Pd è il partito più europeista, più favorevole ai mercati».

giovedì 6 febbraio 2014

PIERO VISANI: Cercasi idee forti disperatamente




Una delle caratteristiche più drammaticamente negative dei periodi di decadenza è il venir meno di "idee forti", di quelle idee, cioè, che possono cambiare il destino dei popoli. C'è molta agitazione a livello politico, ma poca o punta a livello metapolitico, perché l'agenda setting dei temi su cui la nostra attenzione viene quotidianamente sollecitata è in mano alle ideologie dominanti e ai "poteri forti" che le diffondono, per cui, nel bel mezzo di una crisi epocale della vecchia Europa, si sentono slogan e parole d'ordine la cui pochezza è addirittura miserevole.
     Dappertutto esistono forze di opposizione, più o meno consistenti, ma disperante e tragica è la loro inconsistenza politica e soprattutto culturale, visto che sono al cento per cento inserite nel mainstream politico-culturale e non paiono non dico avere voglia di distaccarsene, ma neppure rendersi conto che vi sono immerse fino al collo e spesso ben oltre il collo. Le indicazioni di carattere politico che ci vengono in questa fase sono, nella maggior parte dei casi, equiparabili al tentativo di curare una polmonite con un'aspirina, dicendo nel contempo al malato "non ti preoccupare, non è niente, è un semplice rialzo febbrile!".
       Sicuramente è un problema, un problema di statura politica. Il pluridecennale rifiuto di dare un benché minimo rilievo al merito e la costante preoccupazione di selezionare sempre e soltanto degli yesmen hanno prodotto effetti devastanti proprio in quelle forze che alla cultura dominante avrebbero dovuto opporsi e invece l'hanno fatta propria, respirata, sussunta, fino al punto di diventare più realiste del re. Gente che ha imparato ad edulcorare qualsiasi affermazione, qualsiasi concetto; che parla usando i codici comunicativi e le categorie concettuali del nemico, e neppure se ne accorge... Gente che ritiene che fare politica sia ottenere una poltroncina e che, quando ha avuto la fortuna di occupare una poltrona ha avuto una sola preoccupazione: omologarsi alla cultura dominante, non distruggerla o quanto meno minarla alla radice. Non dico che lo abbia fatto apposta, non credo si sia trattato di viltà, ma di semplice, TOTALE insipienza,  da perfetti idioti.
      Qualcuno ritiene che le "selezioni alla rovescia" del personale politico facciano male solo agli altri: no, fanno male a tutti e, se guardate le derive che hanno investito la Destra e la Sinistra italiane, nessuno può certo cantare vittoria. A Destra, nella Destra parlamentare, il Nulla, come sempre, più di sempre. A Sinistra, Matteo Renzi che diventa il segretario di quello che fu il partito comunista... Per non parlare di quello che accade in Europa, dove si attribuiscono virtù “rivoluzionarie” a un soggetto palesemente reazionario come Marine Le Pen, sempiterno concentrato destroide di rabbie, insoddisfazioni e incapacità di guardare positivamente al futuro.
       Molto accentuato, in tutti questi gruppi, è il complesso di inferiorità nei riguardi delle culture dominanti, per cui, invece che decostruirne di continuo i codici comunicativi, i presunti “politici” di opposizione li fanno sistematicamente propri e così diventano perfettamente funzionali al sistema, una sorta di lunatic fringe che del sistema stesso garantisce “democraticità” e disponibilità a far sentire voci “alternative”. In realtà, la prima cosa da fare sarebbe proprio destrutturare linguaggio e contenuti del nemico. Scrivo “nemico” non a caso, ma perché sono da sempre fedele al principio schmittiano per cui “l’essenza del Politico è la contrapposizione Amico/Nemico”. Quello che oggi abbiamo di fronte, infatti, non è un avversario politico, è proprio un “nemico” e per di più nell’accezione schmittiana di inimicus, cioè di “nemico interno” con cui è possibile solo una gigantesca guerra civile, non certo nell’accezione di hostis, il “nemico esterno” cui è possibile riconoscere una sua legittimità e con il quale si possono concludere paci di compromesso e ricercare forme di equilibrio durevole.
             Su questo fondo, si affronta la tragedia di un continente, spazzato dalla Storia nel 1945 e mai più capace di farvi ritorno da protagonista, con i pannicelli caldi proposti da politicanti di infima statura, di quelli che, di fronte a una tragedia epocale, dicono che ci salveranno con qualche riforma che loro affermano essere di struttura, e che non è nemmeno definibile come tale, o con qualche gesto eclatante, forse valido a livello simbolico (come l’uscita dall’euro) ma privo di un vasto respiro strategico.
       "Sprezzanti del ridicolo", ci indicano vie di uscita che non esistono e in cui loro stessi, per primi, non credono. Escono alla ribalta come topolini partoriti da una montagna di dolore, insoddisfazione e sofferenza qual è quella in cui è immersa l'Europa attuale, e ci gettano in un'ulteriore costernazione per la loro totale mancanza di statura politica e culturale, di pensiero, di "idee forti", di volontà di combattimento e di vittoria. Qualcuno sembra addirittura voler contrabbandare la sua personalissima "strategia per la pensione" (quella sì molto ben concepita e articolata) in una "strategia della tensione" di cui conosce a malapena il nome e non certo i significati.
       Uomini piccoli alle prese con una catastrofe continentale, tutti follemente attaccati all'idea che con la miopia, l'ottusità e la cattiva rimasticatura di qualche slogan datato si possa andare da qualche parte. NESSUN SOGNO, NESSUN SLANCIO, NESSUNA MITOPOIESI, e nemmeno – più modestamente – alcun progetto fattibile. Quasi che ci si potesse impegnare in grandi battaglie, in conflitti epocali per la sopravvivenza dell'identità e della cultura europee come un giorno si lottava - che so io - per qualche conquista sociale o per la vittoria in qualche cimento elettorale. Nani che non hanno neppure capito che senza i sogni, i sogni politici e metapolitici, non si destano entusiasmi e non si va da nessuna parte. Eppure, nel momento in cui molti popoli europei stanno perdendo tutto, in termini materiali, i grandi sogni, i grandi progetti sarebbero le uniche proposizioni che potrebbero avere ancora grandi capacità di mobilitazione, specie se accompagnati da comportamenti coerenti. L'Europa muore perché è piccola, vecchia, stanca, in qualche caso ancora ricca ma votata e vocata all’impoverimento, e perché colpevolmente persuasa che le tragedie della Storia possano finire in commedia. Non è mai stato così, non lo sarà neppure questa volta. Occorre, più che mai, UNA RIVOLTA IDEALE. Occorrono “idee per una rivoluzione degli Europei”. Per sperare di poterla fare, tuttavia, serve un’élite dirigente lucida e coerente, animata da saldi propositi, e che sì batta per qualche “sì” e non si limiti ad abbaiare alla luna i suoi troppi “no”.





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sabato 25 gennaio 2014

NOAM CHOMSKY: Mario Monti è l'assassino della democrazia in Italia



"La democrazia in Italia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti, designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori". Parole nette e decise quelle di Noam Chomsky, il maggior linguista vivente e filosofo, in Italia per il Festival delle Scienze all'Auditorium Parco della Musica di Roma dove approfondirà il tema dei linguaggi. Nonostante i suoi 85 anni, Chomsky, uno degli intellettuali più ascoltati del pianeta, non cambia le sue idee che ha portato avanti per tutta la vita e continua a condannare i sistemi neoliberisti e neocolonialisti.  Le democrazie europee al collasso In generale, "le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere, perché sono decise da burocrati e dirigenti non eletti che stanno seduti a Bruxelles. Questa rotta - ha sottolineato Chomsky - è la distruzione delle democrazie in Europa e le conseguenze sono dittature".   Il neoliberismo Il linguista ha parlato anche di neoliberismo come di "un grande attacco alle popolazioni mondiali, il più grande attacco mai avvenuto da quarant'anni a questa parte" e di new media, sottolineandone uno degli aspetti negativi che è "la tendenza a sospingere gli utenti verso una visione del mondo più ristretta perché quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media che fanno eco alle loro stesse vedute".

fonte: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Noam-Chomsky-auditorium-festival-scienze-roma-monti-burocrazia-europa-b26a1a77-8677-4cc1-acf4-e1baf2cc962b.html




venerdì 20 dicembre 2013

LUCA NEGRI: Olivetti e la democrazia senza partiti ma spirituale




“Riconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini, una crisi di partiti”. Parole d’estrema attualità. Paiono scritte oggi. Invece le scrisse Adriano Olivetti nel 1949. Caduto il partito unico fascista, finita la breve esperienza del Comitato di Liberazione nazionale, cominciava l’epoca dei partiti massa e l’Italia era divisa nelle due famiglie democristiana e comunista. Era l’apogeo della partitocrazia, ma Olivetti vide proprio in quell’apogeo “l’inizio della decadenza”.
Per comprendere la straordinaria attualità dell’imprenditore e pensatore piemontese, le Edizioni di Comunità stanno ripubblicando una serie di saggi: i brevi discorsi Ai lavoratori, il visionario (sia detto come complimento) Il cammino della Comunità e il fondamentale testo che stiamo citando, Democrazia senza partiti.
Olivetti aveva ben chiaro che l’era atomica inaugurata con la fine del secondo conflitto mondiale aveva qualcosa di apocalittico: “o la civiltà si compie, o la civiltà perisce”. La tecnica poteva finalmente liberare l’uomo dalla condanna del lavoro inteso come sfruttamento ed alienazione. Ma tutto dipendeva da come si sarebbe gestito politicamente questo passaggio. Proclamando “il primato dello spirito sulla materia e la conseguente sottomissione dell’economia e della tecnica ai fini e ai criteri politici”, l’imprenditore ed intellettuale piemontese rifiutava le soluzioni offerte dagli schieramenti di allora: i socialisti non erano in grado di rinnovarsi, i comunisti non riuscivano a spiegare la loro “democrazia progressiva”, ovvero come si sarebbe realizzato il passaggio dalla dittatura del proletariato al “regno della libertà”, il partito cattolico riduceva il cristianesimo sociale alla mera adesione al “principio di autorità”. La stessa “democrazia ordinaria” dei partiti liberali era “troppo debole e incline a essere sopraffatta dalla forza del denaro”. Serviva qualcos’altro e sicuramente serve ancora oggi: decentramento amministrativo, autogoverno comunitario, federalismo. E soprattutto una “democrazia integrata” come “nuova idea di sovranità”: a fianco del suffragio universale dovevano esprimersi anche “valori scientifici, sociali, estetici”. In sintesi, valori spirituali, non confessionali ma intrinsecamente cristiani: lo Stato doveva rivolgere la società verso fini spirituali, aprendosi a un disegno che non gli apparteneva perché appartiene “all’ispirazione degli uomini, cioè alla Provvidenza di Dio”.
L’idea di una democrazia senza partiti fu anche di Simone Weil, una delle figure che ispirarono maggiormente Olivetti. Fu infatti per sua volontà che l’articolo della Weil noto con il titolo Manifesto per la soppressione dei partiti politici (riedito l’anno scorso da Castelvecchi) venne tradotto e diffuso in Italia (e lo stesso avvenne con altre opere della pensatrice francese, tradotte da Franco Fortini).
Non solo la Weil, però, ispirò profondamente Olivetti nel suo impulso a ripensare completamente la politica e l’economia, altri nomi che vanno fatti sono quelli di Emmanuel Mounier, Martin Buber e, soprattutto, Rudolf Steiner. Dunque, il suo “personalismo comunitario” era saldamente ancorato ad una vocazione religiosa: democrazia senza partiti ma con molto Spirito.