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giovedì 6 febbraio 2014

PIERO VISANI: Cercasi idee forti disperatamente




Una delle caratteristiche più drammaticamente negative dei periodi di decadenza è il venir meno di "idee forti", di quelle idee, cioè, che possono cambiare il destino dei popoli. C'è molta agitazione a livello politico, ma poca o punta a livello metapolitico, perché l'agenda setting dei temi su cui la nostra attenzione viene quotidianamente sollecitata è in mano alle ideologie dominanti e ai "poteri forti" che le diffondono, per cui, nel bel mezzo di una crisi epocale della vecchia Europa, si sentono slogan e parole d'ordine la cui pochezza è addirittura miserevole.
     Dappertutto esistono forze di opposizione, più o meno consistenti, ma disperante e tragica è la loro inconsistenza politica e soprattutto culturale, visto che sono al cento per cento inserite nel mainstream politico-culturale e non paiono non dico avere voglia di distaccarsene, ma neppure rendersi conto che vi sono immerse fino al collo e spesso ben oltre il collo. Le indicazioni di carattere politico che ci vengono in questa fase sono, nella maggior parte dei casi, equiparabili al tentativo di curare una polmonite con un'aspirina, dicendo nel contempo al malato "non ti preoccupare, non è niente, è un semplice rialzo febbrile!".
       Sicuramente è un problema, un problema di statura politica. Il pluridecennale rifiuto di dare un benché minimo rilievo al merito e la costante preoccupazione di selezionare sempre e soltanto degli yesmen hanno prodotto effetti devastanti proprio in quelle forze che alla cultura dominante avrebbero dovuto opporsi e invece l'hanno fatta propria, respirata, sussunta, fino al punto di diventare più realiste del re. Gente che ha imparato ad edulcorare qualsiasi affermazione, qualsiasi concetto; che parla usando i codici comunicativi e le categorie concettuali del nemico, e neppure se ne accorge... Gente che ritiene che fare politica sia ottenere una poltroncina e che, quando ha avuto la fortuna di occupare una poltrona ha avuto una sola preoccupazione: omologarsi alla cultura dominante, non distruggerla o quanto meno minarla alla radice. Non dico che lo abbia fatto apposta, non credo si sia trattato di viltà, ma di semplice, TOTALE insipienza,  da perfetti idioti.
      Qualcuno ritiene che le "selezioni alla rovescia" del personale politico facciano male solo agli altri: no, fanno male a tutti e, se guardate le derive che hanno investito la Destra e la Sinistra italiane, nessuno può certo cantare vittoria. A Destra, nella Destra parlamentare, il Nulla, come sempre, più di sempre. A Sinistra, Matteo Renzi che diventa il segretario di quello che fu il partito comunista... Per non parlare di quello che accade in Europa, dove si attribuiscono virtù “rivoluzionarie” a un soggetto palesemente reazionario come Marine Le Pen, sempiterno concentrato destroide di rabbie, insoddisfazioni e incapacità di guardare positivamente al futuro.
       Molto accentuato, in tutti questi gruppi, è il complesso di inferiorità nei riguardi delle culture dominanti, per cui, invece che decostruirne di continuo i codici comunicativi, i presunti “politici” di opposizione li fanno sistematicamente propri e così diventano perfettamente funzionali al sistema, una sorta di lunatic fringe che del sistema stesso garantisce “democraticità” e disponibilità a far sentire voci “alternative”. In realtà, la prima cosa da fare sarebbe proprio destrutturare linguaggio e contenuti del nemico. Scrivo “nemico” non a caso, ma perché sono da sempre fedele al principio schmittiano per cui “l’essenza del Politico è la contrapposizione Amico/Nemico”. Quello che oggi abbiamo di fronte, infatti, non è un avversario politico, è proprio un “nemico” e per di più nell’accezione schmittiana di inimicus, cioè di “nemico interno” con cui è possibile solo una gigantesca guerra civile, non certo nell’accezione di hostis, il “nemico esterno” cui è possibile riconoscere una sua legittimità e con il quale si possono concludere paci di compromesso e ricercare forme di equilibrio durevole.
             Su questo fondo, si affronta la tragedia di un continente, spazzato dalla Storia nel 1945 e mai più capace di farvi ritorno da protagonista, con i pannicelli caldi proposti da politicanti di infima statura, di quelli che, di fronte a una tragedia epocale, dicono che ci salveranno con qualche riforma che loro affermano essere di struttura, e che non è nemmeno definibile come tale, o con qualche gesto eclatante, forse valido a livello simbolico (come l’uscita dall’euro) ma privo di un vasto respiro strategico.
       "Sprezzanti del ridicolo", ci indicano vie di uscita che non esistono e in cui loro stessi, per primi, non credono. Escono alla ribalta come topolini partoriti da una montagna di dolore, insoddisfazione e sofferenza qual è quella in cui è immersa l'Europa attuale, e ci gettano in un'ulteriore costernazione per la loro totale mancanza di statura politica e culturale, di pensiero, di "idee forti", di volontà di combattimento e di vittoria. Qualcuno sembra addirittura voler contrabbandare la sua personalissima "strategia per la pensione" (quella sì molto ben concepita e articolata) in una "strategia della tensione" di cui conosce a malapena il nome e non certo i significati.
       Uomini piccoli alle prese con una catastrofe continentale, tutti follemente attaccati all'idea che con la miopia, l'ottusità e la cattiva rimasticatura di qualche slogan datato si possa andare da qualche parte. NESSUN SOGNO, NESSUN SLANCIO, NESSUNA MITOPOIESI, e nemmeno – più modestamente – alcun progetto fattibile. Quasi che ci si potesse impegnare in grandi battaglie, in conflitti epocali per la sopravvivenza dell'identità e della cultura europee come un giorno si lottava - che so io - per qualche conquista sociale o per la vittoria in qualche cimento elettorale. Nani che non hanno neppure capito che senza i sogni, i sogni politici e metapolitici, non si destano entusiasmi e non si va da nessuna parte. Eppure, nel momento in cui molti popoli europei stanno perdendo tutto, in termini materiali, i grandi sogni, i grandi progetti sarebbero le uniche proposizioni che potrebbero avere ancora grandi capacità di mobilitazione, specie se accompagnati da comportamenti coerenti. L'Europa muore perché è piccola, vecchia, stanca, in qualche caso ancora ricca ma votata e vocata all’impoverimento, e perché colpevolmente persuasa che le tragedie della Storia possano finire in commedia. Non è mai stato così, non lo sarà neppure questa volta. Occorre, più che mai, UNA RIVOLTA IDEALE. Occorrono “idee per una rivoluzione degli Europei”. Per sperare di poterla fare, tuttavia, serve un’élite dirigente lucida e coerente, animata da saldi propositi, e che sì batta per qualche “sì” e non si limiti ad abbaiare alla luna i suoi troppi “no”.





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