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mercoledì 26 febbraio 2014

ANTONELLO CRESTI: Addio Francesco Di Giacomo, gigante della voce!


INTERVISTA A CURA DI: VALERIO D'ONOFRIO
Oggi rendiamo omaggio ad un personaggio unico e indimenticabile. Francesco Di Giacomo, il gigante buono, lo splendido cantante e poeta che ha scritto, con i Banco,  pagine fondamentali della musica italiana, della grande musica italiana. La sua voce, la sua semplicità, la sua generosità ci mancheranno tantissimo. Il destino ha voluto che la morte lo chiamasse a sè proprio durante la serata finale del festival di Sanremo, esibizione del più becero mainstream, della più totale ossequio alla musica vista come prodotto commerciale, della musica genuflessa alle case discografiche, dagli ospiti Blockbuster ai professionisti del lifting.

Valerio D’Onofrio: La morte di Francesco Di Giacomo è stata tanto improvvisa quanto sconvolgente. Che sensazioni hai provato non appena saputa la notizia?

Antonello Cresti: Ho appreso della scomparsa di Di Giacomo la sera, a letto, poco prima di addormentarmi. Mi ha segnalato la notizia la mia fidanzata e, sarà stato forse il momento, la cosa mi ha molto scosso. Ho pensato ad una vicenda artistica ed umana troncata in maniera brutale, improvvisa, a tutte le volte che, soprattutto dal vivo, Di Giacomo ed il Banco si erano prodotti in spettacoli meravigliosi davanti ai miei occhi lasciando uno strascico di positività che ho ben presente. Ed è così che tante melodie mi sono risuonate nel cervello, con emozione e commozione. Il mio commento non può che essere che con questa scomparsa siamo ancora più soli e ancora più tristi. Non è un bel clima…
Valerio D’Onofrio: A rivederlo oggi nei vari video disponibili anche su youtube o rileggendo le sue varie interviste Di Giacomo appare assolutamente come un antidivo. Un gigante della musica italiana ma disponibile, semplice, lontano mille miglia dalle tante mediocri prime donne gonfiate dalla TV.
Antonello Cresti: Anche per esperienza personale potrei raccontare che più basso è il livello di notorietà di un artista più spesso ci si imbatte in personaggi frustrati, egotici, aggressivi. E’ il brutto effetto scaturito dal considerare l’attività artistica come un mezzo per far tracimare l’ego e non un servizio alla bellezza del mondo e agli altri. Di Giacomo aveva il profilo dell’autodidatta vero, non di quello “che si è fatto da solo”, e in quanto tale che aveva una spinta a muoversi “a spirale” verso l’alto.  Un artista-artigiano insomma, categoria che in un mondo di divi ci manca molto… Non ho mai avuto modo di incontrare Di Giacomo personalmente, ma sono certo che tu lo descrivi correttamente.
Valerio D’Onofrio: La carriera dei Banco inizia con il famoso album del salvadanaio, diventato uno dei simboli del prog italiano, per poi continuare con Darwin, da tanti ritenuto, me compreso, il loro capolavoro, e con il terzo album Io sono nato libero. Sia nella musica che nei testi i Banco si pongono subito all’avanguardia non solo italiana, ma anche europea. L’idea è che probabilmente se i Banco fossero stati un gruppo britannico avrebbero avuto ben altri riconoscimenti. Sei d’accordo? Quali sono le difficoltà che un gruppo di alto livello che non cerca strade facili trova in Italia?
Antonello Cresti: Mi sento di fare una doppia considerazione, la prima è che ovviamente i fatti stanno come dici tu. In termini di diffusione infatti tutto ciò che è stato “periferia” rispetto al mondo anglofono ha subito dei danni in termini di effettiva diffusione. D’altronde però il Banco del Mutuo Soccorso non avrebbe mai potuto essere un gruppo britannico, poiché il gusto melodico, il pathos che esprimevano era fortemente mediterraneo e più specificamente italiano. Come sappiamo infatti c’è un che di operistico proprio nella voce di Di Giacomo.  E questa è la forza di questa band… La forza e la debolezza. Per altri gruppi italiani questo discorso non varrebbe, ma per il Banco la provenienza è davvero tutto. E il loro è, davvero, “prog italiano”!


Valerio D’Onofrio: I testi scritti da Di Giacomo sono certamente i migliori di tutto il progressive italiano, sei d’accordo con questa opinione? Hai un brano che vorresti segnalarci proprio per i testi?
Antonello Cresti: Personalmente prediligo testi più minimali o tesi alla trascendenza. Per intendersi più vicini al mondo espressivo di un Rocchi o di un Battiato, per restare nell’ambito dei settanta italiani, e vedo nelle liriche del Banco, ogni tanto, qualche “barocchismo” di troppo. Detto ciò la grande personalità della band si è espressa senza dubbio anche attraverso i testi che talvolta toccano interessanti punte visionarie, pur essendo totalmente esterni alla poetica psichedelica. Ci sono passaggi che, nella loro complessità e (apparente) in cantabilità sono rimasti impressi nella memoria collettiva.
Valerio D’Onofrio: Se penso a Darwin vedo che nel 1972 Di Giacomo parla in forma poetica di evoluzionismo, di darwinismo, teorie scientifiche che oggi sono riconosciute dalla comunità scientifica, ma che creano contrasti con la chiesa cattolica. I musicisti mainstream oggi in Italia e all’estero si guardano bene di parlare di testi cosi compromettenti ma anche così elevati. Addirittura l’ex ministro Moratti prevedeva di ridurre l’importanza storica di Darwin, ritenendo che la sua fosse solo una teoria come le altre (il creazionismo). Mi verrebbe da chiedere, cosa è andato storto?
Antonello Cresti: Quando una società è sterile esprime della musica sterile. Quando la musica è sterile non può essere la colonna sonora di nessun movimento di liberazione individuale o collettiva. Ci sarebbe poco da aggiungere a questo…  Quando partecipai al G8 di Genova ricordo che associai la probabile breve durata del movimento alla inutilità delle musiche che lo rappresentavano, Manu Chao su tutti. Gli anni settanta italiani, i vituperati anni settanta, sono stati anni, in ogni caso, in cui la gente era viva e giovane, non solo in senso clinico e anagrafico. Questo lo si sente e vede anche nella musica, nel cinema, nelle arti grafiche  etc… Se invece ascolto la musica – anche indipendente – di oggi penso che siamo destinati alla depressione.
Valerio D’Onofrio: Chiudo con una recente intervista in cui ha detto “nella vita, è importante contraddirsi”. Sul sito ufficiale del Banco di mutuo soccorso nella sua biografia c’è scritto semplicemente “Nacque… visse… …e si contraddisse! “. Qual’è il messaggio che voleva inviarci?
Antonello Cresti: Nello specifico non so a cosa alludesse “Big” Di Giacomo. Però non posso che apprezzare. Il mito della coerenza è sotto molti punti di vista incapacitanta e crea nei fatti fenomeni contrari. Siamo per natura incoerenti, dinamici, in trasformazione. Sai che noia se morissimo uguali a come siamo nati? Il Banco si è contraddetto anche musicalmente, attraversando periodi diversi. Quale che sia il nostro giudizio artistico non possiamo non appoggiare uno spirito simile.


1 commento:

  1. “Antonello Cresti: Quando una società è sterile esprime della musica sterile. Quando la musica è sterile non può essere la colonna sonora di nessun movimento di liberazione individuale o collettiva. Ci sarebbe poco da aggiungere a questo… Quando partecipai al G8 di Genova ricordo che associai la probabile breve durata del movimento alla inutilità delle musiche che lo rappresentavano, Manu Chao su tutti. Gli anni settanta italiani, i vituperati anni settanta, sono stati anni, in ogni caso, in cui la gente era viva e giovane, non solo in senso clinico e anagrafico. Questo lo si sente e vede anche nella musica, nel cinema, nelle arti grafiche etc… Se invece ascolto la musica – anche indipendente – di oggi penso che siamo destinati alla depressione.”
    Condivisibillimo e per nulla sibillino, ma sin troppo chiaro.
    Che fare (Cto deljat’) allor allor allora?? Ri-vivere - ritornare alla Vita.
    Conditio sine qua non per poter, dipoi e/o in contemporanea, della buona musikè.

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