Follow by Email

Google+ Followers

martedì 11 febbraio 2014

MARIO CECERE: Jean-Claude Michéa e i "misteri" della sinistra


Professore di filosofia nei licei e autore di numerose opere dedicate all'analisi del pensiero liberale e agli esiti politici e culturali totalitari delle sue premesse individualistiche, Jean-Claude Michéa è  tra i piu'  interessanti esponenti di una tendenza controcorrente che,  in Francia e in Italia, (pensiamo a Diego Fusaro e al filosofo Costanzo Preve recentemente venuto a mancare), si stà segnalando  per lo sforzo generoso  di riuscire nell'opera titanica di dissodamento della crosta ideologica che rende attualmente  impensabile l'uscita dall' asfissiante impasse "post-moderna" della fine della storia capitalistica, indicando coraggiosi percorsi alternativi di ricerca, di emancipazione e  di affrancamento, posti sotto il segno di un rinnovato modello politico etico ed economico di esistenza in comune.
Nel testo di cui ci apprestiamo a esporre e a commentare alcune preziose linee guida, Les mystères de la gauche: de l'idéal des Lumières au triomphe du capitalisme absolu, apparso in Francia nel marzo del 2013 e  ancora non tradotto in italiano, Michéa riassume il lavoro di  anni di riflessione storica e filosofica che lo hanno condotto ad affermare, tra l'altro, l'assoluta organicità della "sinistra" al progetto di dominazione capitalista, spiegando che è l'equivocità del termine "sinistra", di cui l'autore ricompone la genesi storica contraddittoria, a generare i numerosi fraintendimenti e la paralisi attuale di molti sinceri anticapitalisti.
 Il capitalismo, che si sviluppa tra l'altro sulle basi dell'antropologia  liberale anti-comunitaria fondata sull'idea hobbesiana di "guerra di tutti contro tutti" e sul paradigma dell' uomo-mercante, "naturalmente" predisposto all'accrescimento smisurato del proprio esclusivo profitto e tornaconto anche  discapito di parenti e amici, sull'idea di Adam Smith del Mercato autoregolamentantesi (Mano Invisibile) e  dello Stato avvertito o come orrendo Leviatano posto a difesa degli interessi mercantili oppure, successivamente, come pachidermico intralcio allo sviluppo di questi ultimi, e al conseguente  libero dispiegarsi automatico delle libertà di un soggetto "autonomo" concepito come ininterrotto flusso di desideri sempre cangianti (Hume) dislocabili a piacere sulla superficia liscia un mondo virtualmente privo di confini ; il capitalismo, dicevamo, si configura idealmente e si determina praticamente come il dominio di un individuo  astrattamente ab-soluto, anonimamente transvalutato nell'impersonalità della società dello Spettacolo e della Tecnica, il quale, apparentemente onnipotente, e invece concretamente impotente, è rigidamente vincolato alle necessità di soddisfare sempre di nuovo i desideri,  per definizione contrastanti e inestinguibili, prodotti continuamente dal Mercato, la cui autoripoduzione si fonda simbolicamente sulla retorica delle libertà individuali formalmente garantite e, materialmente, sulla rimozione di ogni ostacolo, di ogni vincolo, di ogni  limite, fisico o morale, in grado di opporsi, di contenere o di fare da argine  alla sua  volontà di potenza.
 Da qui il configurarsi progressivo  della moderna società  capitalistica  su base prettamente  'negativa', come mobilitazione permanente e bellicosa per la propria legittimazione simbolica e per la propria sopravvivenza materiale, ossia come  necessità variamente articolata,  di contrapporsi sistematicamente a tutto cio' che, ai suoi occhi, costituisce "oscurantismo" e "passato", vale a dire, nel linguaggio della retorica progressista, al  "Male" e all' "ignoranza" prodotto  inevitabilmente dalle società pre-moderne.
  Il capitalismo, infatti, scrive Michéa, che non è affatto conservatore ma "rivoluzionario" (come aveva intuito Preve, che  aveva lucidamente colto nell' evento 'mitico'  del '68 - altro   totem della "sinistra"- il luogo di fondazione simbolica e di trapasso storico del capitalismo su base autoritaria e  borghese otto-novecentesco al capitalismo su base permissiva e anti-borghese contemporaneo), dopo il 1989 divenuto Pensiero Unico, e "fatto sociale totale", riconosce formalmente ogni libertà di espressione e di "stile di vita" a "tutti", ma sempre rigorosamente all'interno del suo esclusivistico circuito di simbolizzazione sociale, presentandosi ormai  "come una totalità dialettica di cui tutti i momenti sono inseparabili (siano essi economici, politici e culturali) e invitano, a loro volta, ad una critica radicale".
Il sistema inedito di legittimazione della società liberale è innanzitutto culturale (postmoderno - da qui il ruolo principe della "sinistra" mediatica e dei guru universitari alla Habermas) e, a differenza di ogni altro sistema politico precedente, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, esso rifiuta di presentarsi, ed è in cio' risiede  la sua forza, come ontologicamente "buono": non presenta affatto se stesso come il "migliore dei mondi possibili", secondo una stucchevole e insostenibile teodicea, ma piuttosto  come il "meno peggiore" a cui pero' non si darebbero assolutamente alternative, e a cui non resta che adeguarsi ,"virilmente" o "debolmente" dipende dalle opzioni personali, per essere pienamente accettati socialmente.
 Da qui l'impostazione originale del libro di Michéa che si rivolge ottimisticamente a  lettori prevalentemente di sinistra (Michéa, che come Marx o Dàvila, non rivolgerebbe mai a se stesso l'accusa di essere di "sinistra", rivendica la propria appartenenza al campo socialista: ma ad un socialismo radicalmente diverso da quello sedicente "scientifico" della Seconda Internazionale,  a pari distanza, quindi, dal "socialismo storico realmente esistito" dei Gulag e della polizia del pensiero, e che piuttosto è fondato su di una rilettura filosofica su base non economicistica  di Marx e richiama  l'eredità di Proudhon, di Sorel e, soprattutto, di George Orwell, di cui Michéa è grande studioso e ammiratore).
Il "fatto sociale totale" costituito dal capitalismo non è altro che la "gabbia di acciaio" di cui parla Weber, l'orizzonte apparentemente intrascendibile del dominio dell'economico  e del tecnico, del procedurale e dell'"avalutativo", del "fatto", che ha come premessa antropologica  il "calcolo egoista" di un individuo astrattamente ab-soluto; un orizzonte delimitato sonoramente dal mantra  postmoderno del relativismo culturale e  dei valori, socialmente e disciplinarmente dall'estensione illimitata e coercitiva dei "diritti" (la "visione giuridica del mondo" denunciata da Marx e richiamata opportunatamente da Michéa), infine economicamente, dall'ineluttabilità del modo di produzione capitalistico, basato sulla follia , tra l'altro, della crescita illimitata in regime di risorse limitate.
 Nel corso degli ultimi trent'anni, la "sinistra", secondo Michéa, non solo ha integralmente fatto propri i dogmi del pensiero economico liberale, con l'aggravante dell'ingenua quanto rivelativa infatuazione nei riguardi della diffusione delle  "nuove tecnologie", ma oltre ad avere aderito a quella sorta di religione per professori universitari che è il post-moderno, ha fondato la propria identità  sul piano esclusivo della rivendicazione societale della lotta per "i diritti" ( "diritto alla mobilità per tutti, diritto di sistemarsi dove meglio ci pare per tutti, diritto di visitare le pitture rupestri di Lascaux per tutti, diritto alla medaglia della Resistenza per tutti"), senza  avvedersi che di fatto, cosi facendo,essa si iscriveva a pieno titolo nel segmento di quel "fatto sociale totale", che è, appunto, il liberalismo culturale, " il cui metodo consiste a guardare tutti i problemi che una società umana puo' incontrare sotto il solo angolo del Diritto".
 Michéa, che rimprovera alla sinistra di avere abbandonato il piccolo popolo e tradito i lavoratori, oggi costituenti la base elettorale di partiti di "destra" , o populisti, e di avere sacrificato quella che Orwell chiamava la common decency sull'altare dell'infatuazione snobistica e post-sessantottina  della "trasgressione" del costume e della morale tradizionale, del disprezzo dell'"arcaismo" e dell'oscurantismo 'congenito' della gente semplice, ha sicuramente sotto gli occhi sia le recenti polemiche sull'istituzione da parte del governo "socialista" francese   del matrimonio gay (Legge Taubira), sia l'autentica fissazione, o, per meglio dire, il vero e proprio culto celebrato, dall'Iperclasse nomade al potere - e,  per reazione ideologica riflessa, dal ceto medio semi-colto-, nei confronti della "Migrazione" esterna ed interna, pensata come rimedio miracoloso a tutti i mali, passati e a venire: diremmo quasi il corrispettivo, sul piano antropologico e sociale, di quello che, nell'ambito della produzione capitalistica, è l'innovazione tecnologica.
 Obsolescenza programmata delle merci come dei popoli:  nel mondo dell'uomo ridotto a merce anche i popoli sembrano essere sottoposti alla legge della domanda e dell'offerta, e Michéa denuncia nell'autosabatoggio delle merci da parte delle grandi corporazioni, un esempio fulgido  della follia alla base del capitalismo, che  potrebbe trovare il proprio corrispettivo filosofico in quell'idea di "obsolescenza" dell'uomo nei confronti della civiltà della Tecnica suggerita da Gunther Anders sulla scia di Heidegger.
 Follia capitalistica, ad ogni buon conto, perché si pensa nei termini di una continua (auto)distruzione: celebrando il divenire infinito e insensato di merci e uomini, essa fonda se stessa unicamente sulla negazione: della Tradizione, del passato,  di tutti quei vincoli comunitari, culturali, politici, simbolici, geografici, biologici, interpretati, dai guru del capitalismo mondializzato, come altrettante condizioni "limitanti" e "discriminanti": le  volizioni infinite  dell'individuo sradicato, atomizzato e ridotto a puro flusso di coscienza galvanizzato dalla società dello Spettacolo e confortato dai ritrovati della Tecnica,  essendo il "fine universale", e  peraltro dogmaticamente indiscutibile, perseguito inflessibilmente dai gendarmi del libero mercato. Individuo atomizzato e sradicato il cui "doppio" avatarico , portatore sano di solitudine al quadrato e di identità multiple conformi alla bisogna del mercato virtuale,  intreccia, nei social network,  legami soft, multipli, precari e a termine, con  "profili" simili di altrettanti consumatori di desideri.                                                              Le  "passioni tristi" contemporanee, direbbe forse  Spinoza.
Al fondo, ci sembra di poter dire che nel capitalismo assoluto descritto  in questo libro da Michéa  constatiamo  gli esiti ultimi di  idee filosofiche, da Descartes a Hume, basate su di  una antropologia, come dice Marx, alla Robinson Crusoe: congedato e censurato il concetto aristotelico di uomo come" animale politico", guardato con disprezzo dai guru postmoderni come lo scimmione preistorico all'origine di ogni forma di barbarie - dai Totalitarismi al patriarcato, dall'omofobia  al razzismo-  resta, per la "sinistra",  l'individuo finalmente "liberato" e moderno:  " astrattamente onnipotente e  concretamente impotente " secondo la  formula marxiana.
 Ma non basta.  Sfiorando un nervo particolarmente scoperto e doloroso della dinamica politica e sociale contemporanea, Michéa accusa la sinistra di essere la principale  responsabile dello stato di cose presenti, che vede allargarsi le categorie costrette all'indigenza e al precariato, invariabilmente poste sotto l'attacco della barbarie "trasgressiva" della società dello Spettacolo e della Tecnica, vieppiu' espulse dal "mercato" della  rappresentanza  politica - che le disprezza come obsolete e populiste- e quindi da ogni organizzazione partitica che ne tuteli davvero la sopravvivenza.
Dal suo punto di vista poco cambia che questo elettorato e queste fasce sociali si spostino sempre piu' a "destra", considerato che le "destre" che ne intercettano di solito il sentimento e i valori, sono pronte a svenderli, al pari della "sinistra" , per uniformarsi ciecamente al coro del " Ce lo chiedono i Mercati", o al progetto di sradicamento e trasformazione societale prodotto dalla retorica liberale dei "diritti per tutti" e dell' integrazione collettiva dei 'valori' della società dello spettacolo, della trasgressione e della performance tecnica.
Secondo il filosofo francese tutto cio' è pero'  logicamente spiegabile poiché radicalmente iscritto nel codice genetico stesso di una   "sinistra" che  fa la sua comparsa come quel soggetto sociale  universalmente conosciuto, e come tale oggi planetariamente diffuso,  nella Francia dell'affaire Deyfus ("guerra civile borghese" secondo la definizione di Jaurès e altri padri del movimento socialista francese dell'epoca), vale a dire nel drammatico torno di tempo  in cui vide la luce un compromesso storico  tra la sinistra liberale e repubblicana, integralmente dedita alla metafisica del Progresso illimitato e della Scienza (Adam Smith, Turgot, Condorcet, Comte) - e per questo  anti- Ancien Régime, e le organizzazioni socialiste che, al contrario, al loro sorgere, avevano saputo cogliere gli aspetti alienanti distruttori e selvaggi indotti dall'industrializzazione capitalistica e dal cosmopolitismo- cioé dal "Progresso"- e gli impatti drammatici che questa produceva sul "nuovo schiavo salariato" europeo dell'epoca e sulle comunità che da essa venivano investite e travolte.
 A tal proposito Michéa si premura di informare il  lettore di "sinistra" contemporaneo, infarcito di "retorica elettorale progressista"  e abituato a vedere uniformemente in tutto cio' che è "passato" il sigillo del Male, che, in realtà,  "il sistema feudale contribuiva a mantenere  strati di vita comunitaria- e di autonomia locale- in cui " un principio di eguaglianza latente non cessava di irrigarne in profondità le strutture. Tale è il caso di quei diritti consuetudinari di "vaine pâture" e di libero percorso tra i campi che permetteva ai contadini più poveri, di nutrire il proprio bestiame sulle terre comuni e private del villaggio, una volta terminata la stagione dei raccolti.
 Non è dunque, in realtà,  che sotto la pressione ideologica crescente dei primi economisti liberali influenzati dal modello inglese  ( e dei loro intermediari, sempre piu' numerosi, nel seno dell'apparato dello Stato monarchico) che ando' progressivamente apparendo l'idea- ironizza Michéa- che il diritto di chiudere le proprie proprietà personali e di interdirne cosi' l'accesso ai contadini meno abbienti, costituisce una delle esigenze piu' essenziali di una società libera".
 La proprietà appariva ai liberali  come minacciata da due gravissimi ostacoli: "da una parte i diritti signorili dall'altra quelli collettivi" e Michéa richiama l'attenzione del lettore di sinistra ingenuo su una serie di testi a sostegno della tesi che proprio lo zelo mostrato dai liberali del Settecento "verso un dominio assoluto della proprietà era praticamente ignoto al Medioevo, e che a partire dell'esempio storico  della "vaine pâture" è possibile rintracciare le linee guida di quella critica, da parte dell'economia politica illuministica, del "conservatorismo  inerente alle classi popolari e al loro attaccamento  "irrazionale" agli antichi costumi e ai  "vantaggi acquisiti" ( del loro "populismo", diremmo oggi) che avrebbe condotto i fondatori del liberalismo a gettare  il bambino comunitario con l'acqua sporca feudale  e a sostituire alla lotta rivoluzionaria iniziale contro ogni forma di legame sociale fondata sulla dipendenza personale istituita alla nascita,   quella che - sempre nel nome dei "diritti dell'uomo" e della "libertà"-, avrebbe avuto modo, in un secondo tempo, di attaccare senza pietà il fondamento del legame comunitario stesso.
 E non è certamente un caso, se, per Marx, come per la maggior parte dei primi socialisti, i nuovi "diritti dell'uomo" nel cui nome la rivoluzione liberale pretendeva compiersi, non rappresentavano nient'altro che i diritti del membro della società borghese,  vale a dire dell'uomo egoista, dell'uomo separato dall'uomo e dalla comunità."
Non basta. Michéa ricorda pure che  "le due repressioni di classe più feroci e omicide che si siano abbattute, nel XIX° secolo, sul movimento operaio francese (con gli applausi -cela va sans dire- della destra monarchica e clericale) sono stati ogni volta opera di un governo liberale o repubblicano ( di sinistra, dunque, nel senso primario del termine). Innannzi tutto quella ordinata da Louis-Eugène Cavagnac, durante le giornate del giugno 1848. In seguito, e di gran lunga più selvaggia, quella diretta da Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi del maggio 1871. Inoltre vale la pena di segnalare il ruolo svolto da industrializzazione e ideologia progressista  nella politica coloniale europea, come dimostra il caso  notorio di Jules Ferry, capo della  sinistra repubblicana dell'epoca e frammassone, apostolo della destinazione  "umanitaria e civilizzatice" dei popoli  moderni, eletto presidente del Senato nel 1893, il quale  reclamava esplicitamente il diritto-dovere delle "razze superiori" e industrializzate di farsi carico di una missione pedagogica nei confronti delle "razze inferiori".
Un tale atteggiamento culturale non è certo venuto meno con l'andare del tempo, in Francia come altrove,  se si pensa all'adesione incondizionata  della sinistra europea, governamentale  o di salotto mediatico, alla retorica dei diritti umani- e alle conseguenti esigenze della guerra umanitaria- costantemente  sventolata dall'Impero nordamericano per liberarci infinitamente, come ironizzava Preve, da "barbuti fanatici e baffuti dittatori".
"Tutto il problema, sostiene Michéa, consiste nel sapere se  l'adesione progressiva  della sinistra ufficiale (in Francia come in tutti  gli altri paesi occidentali) al culto del mercato concorrenziale, della "competitività" internazionale delle imprese  e della crescita illimitata  (cosi' come al liberalismo culturale che ne costituisce semplicemente la faccia "morale" e psicologica) puo' ancora essere ragionevolmente interpretato come un puro accidente della storia (...) O se, al contrario, questa conversione accelerata della sinistra degli anni Settanta al liberalismo economico, politico e culturale non è piuttosto il compimento logico di un lungo processo storico di cui la matrice si trovava già iscritta nel compromesso tattico negoziato, ai tempi dell affaire Dreyfus, dai dirigenti del movimento operaio francese (compromesso che, sottolineamo, finirà esso stesso per trovare, nel tempo, i suoi equivalenti politici nel seno di tutti i paesi europei".
Ad un tale interrogativo Michéa, risponde affermativamente, imputando proprio alla metafisica del progresso e alla fede nel "senso della storia" progressivamente orientata, cosi' come alla ritraduzione del pensiero di Marx nei codici scientisti e positivistici della borghesia sette-ottocentesca, l' operatore filosofico maggiore,  che ha permesso di "scivolare, da un compromesso difensivo e tattico iniziale verso una configurazione politica inedita, presto vissuta dai suoi nuovi fedeli come un distintivo identitario dalle proprietà quasi religiose".
Ora, si premura di sottolineare Michéa, la critica della sinistra come instrumentum regni  cultural-mondano del capitalismo assoluto, non si propone certamente la riabilitazione della "destra", assoggettata come essa è ai dogmi insindacabili del libero mercato e contraddistinta dal medesimo -se non forse più cinico  e feroce- ricorso ideologico e  pratico  al relativismo culturale e morale che, oggi è divenuto chiaro, è la cifra ideologica  distintiva dell'  "ultimo uomo" nicciano, il quale, liberato infine da tutti i "pregiudizi" del passato, puo' finalmente dedicarsi tanto alla predazione delle risorse del pianeta quanto alla spoliazione delle ricchezze  dei popoli, presentando mimeticamente le conseguenze nefaste del suo agire immorale come eventi  irrevocabili della Natura, al pari di   tsunami  o eventi tellurici distruttivi, direbbe Fusaro,  flagelli misteriosi e ineluttabili indipendenti dall'uomo, proprio come il ricorrere  distruttivo della peste ne i Promessi sposi di Alessandro Manzoni.
Occorre dunque pensare oltre la dicotomia  destra/sinistra, categorie ormai integralmente svuotate di senso e inservibili, secondo Michéa,  utili solo a legittimare ideologicamente, da parte dell'élite e del clero universitario e mediatico, la presenza inquietante del  "fatto totale", e apparentemente intrascendibile, costituito dal  capitalismo assoluto: il quale è programmaticamente  rivoluzionario e distruttore perché  fondato- è la grande lezione di  Costanzo Preve-  sul concetto di Apeiron, quindi sull'idea radicalmente anti-greca e anti-comunitaria di Illimite ,  il cui portato  è, con la follia del nichilismo, la "mobilitazione totale" di esseri e cose, e da ultimo, la "flessibilità" e la conseguente precarizzazione e virtualizzazione del senso dell' esistenza e dello stare al mondo.
 Michéa che ha manifestamente assimilato concetti cardine della feconda riflessione di Preve, ma anche di de Benoist e di Serge  Latouche, oltre che a Marx rimanda ai fondamentali studi  antropologici di Marcel Mauss ed Alain Caillé sulle civiltà 'antiutilitarie' premoderne (distrutte in Europa con l'avvento della società capitalistica ma che ancora sopravviverebbero in America Latina e in alcuni paesi africani),  fondate sull'etica del dono,  della comunità e dell' onore, oltre che a rinviare  alle opere dell'amato George Orwell, difensore, di fronte all'arroganza 'smisurata' del potere, della dignità della "gente ordinaria"  e di quei legami e scambi simbolici e identitari non oppressivi  in cui si costituisce e si svolge quella che lo scrittore inglese chiama common decency.

P.s.

Giunto al termine di questo articolo ho appreso della morte in un tragico incidente stradale alle porte di Perugia, dell'amico Diego Sozio,  di cui ricordero' sempre la tenace passione per la ricerca delle verità piu' scomode.Ciao Diego, continua il viaggio come sai!

Nessun commento:

Posta un commento