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giovedì 13 marzo 2014

STEFANO SANTACHIARA: Disinformazione: light, ordinary, shock (parte seconda)



Ringraziando i commenti al precedente post e i blog che l’hanno ripreso, ne approfitto per rispondere a Democraziaradicalpopolare di Gioele Magaldi, Gran Maestro del Grande Oriente Democratico, nel cui sito compare la recensione al mini-saggio.
Il confronto dialettico è il sale della democrazia, ormai assente nell’Italia dei tre livelli di “light, ordinary e shock disinformation”. Dunque rispetto i giudizi e le critiche anche più dure a cui rispondo nel modo seguente.
TESTO CONTESTATO: “Il filosofo Salvatore Veca coniò il termine migliorista per descrivere la corrente comunista che non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo, quella di Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, un’area che negli anni ’80, al contrario, ha esemplificato la degenerazione morale della sinistra: collaterale al corrotto Psi di Craxi, finanziata tramite il settimanale Il Moderno dalle società del piduista Berlusconi. Lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer…”
DEMOCRAZIARADICALPOPOLARE: Dobbiamo osservare che, al di là degli opportunismi di Napolitano ed altri (transitati concretamente da posizioni di bovino asservimento all’URSS che invadeva l’Ungheria nel 1956 a prospettive di dialogo ambiguamente socialdemocratico negli anni ‘70 – senza che potesse legittimamente definirsi tale, visto che i miglioristi permanevano nel PCI, un partito comunista – con l’establishment occidentale, per terminare in anni recenti con un nuovo acritico appecoronamento al pensiero unico neoliberista che egemonizza attualmente le istituzioni euro-tecnocratiche), il cosiddetto migliorismo aveva effettivamente il merito programmatico di volersi emancipare dall’orizzonte costitutivamente anti-capitalistico e rivoluzionario in senso marxiano del Comunismo italiano, europeo ed internazionale.
Inoltre, liquidare la storia del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi e dei suoi rapporti con gli ambienti miglioristi della “destra” PCI come coincidente con la “degenerazione morale della sinistra”, appare alquanto ingeneroso e superficiale.Gli anni ’80 saranno stati anche anni di esagerate tangenti e corruzioni (le stesse che avevano caratterizzato la storia italiana dal 1861 al Ventennio fascista- regime corrotto come pochi altri, checché ne pensino gli stralunati nostalgici del Duce e della mitologia in camicia nera- e poi dal Secondo Dopoguerra agli anni ’70; le stesse che sono connaturate ad ogni società industriale complessa, e che costituiscono anzitutto un problema di legalità e ordine pubblico, da arginare e prevenire mediante lungimiranti disposizioni legislative e prassi amministrative di controlli incrociati, non certo mediante “giaculatorie moralistiche”), ma furono anche un momento di straordinaria prosperità economica, di ampliamento pluralistico e modernizzazione del sistema mediatico sia entro la TV di Stato che oltre il monopolio RAI (pur con l’anomalia gradualmente realizzatasi dell’oligopolio privato berlusconiano), di consolidamento di un sistema repubblicano più maturo, forte e consapevole (dopo gli anni di piombo, con annessi e connessi) nel segno della democrazia dei partiti e delle correnti (essenziali al grado di pluralismo interno ai partiti stessi, anche se oggi va di moda demonizzarle), di progressiva emancipazione del PCI (dopo la morte di Berlinguer nel 1984 e l’avvento al potere di Gorbaciov in URSS nel 1985) dalle sue fisime di presunta “superiorità morale” e dalle sue ipocrite crociate contro la “democrazia liberale capitalista e imperialista”, magari nel segno del berlingueriano “eurocomunismo” austero e anti-consumista… (ricordiamo che Enrico Berlinguerpronunciò nel gennaio 1977 due importanti discorsi in “elogio dell’austerità”, raccolti e pubblicati nel 2010 da una casa editrice che si chiama significativamente Edizioni dell’Asino…: cfr. Enrico Berlinguer, La via dell’austerità. Per un nuovo modello di sviluppo, Edizioni dell’Asino, Roma 2010.) Quanto al “compromesso storico” di Berlinguer e Moro (vero precursore del consociativismo attuale benedetto dal Quirinale di Giorgio Napolitano), esso fu un poderoso e subdolo strumento per continuare a bloccare e a stabilizzare il sistema repubblicano italiano nel segno di una mancata dialettica tra forze alternative compiutamente democratiche. Il “compromesso storico” consentì il malinteso dell’”eurocomunismo” (formula ambigua e insensata che tanto piaceva a Enrico Berlinguer, ma che era priva di seria consistenza ideologica e politica entro un orizzonte democratico, liberale e libertario, incompatibile con qualunque prospettica comunista, europea o internazionale), ritardò l’evoluzione del PCI verso forme limpide e mature di socialdemocrazia, cristallizzò l’egemonia sulle istituzioni italiane della DC, impedì la prospettiva di una alternativa progressista che potesse portare al governo insieme PSI (+ altri partiti di centro-sinistra come PSDI, PRI, PR, etc.) e un PCI tramutato in qualcosa di diverso e migliore da sé.
MIA RISPOSTA ORA: Premessa. In un articolo siffatto, equivalente a 8 pagine Word scritte lunedì 3 marzo, ho necessariamente sintetizzato alcuni passaggi concentrandomi sugli aspetti che ritengo cruciali. Entrando nel merito, spiego subito che il migliorismo “non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo”, dunque era uno sbocco evolutivo fisiologico, condivisibile sic et simpliciter, aggiungendo che “lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer…”. La frase però continuava con “…ma prima ancora per effetto della leale collaborazione tra il predecessore Luigi Longo e il presidente dell’Eni Enrico Mattei, vero pioniere della pubblica innovazione e della crescita sistemica nazionale. Tra molte ombre e vizi endemici (clientelismo, familismo amorale, malaffare e sprechi a livello politico-amministrativo) lo Stato italiano seppe declinare in senso progressista la propria rivoluzione industriale, sospinto da diverse istanze, soprattutto la presa di coscienza giovanile nel 1968 e la crescita elettorale del Pci”. Dunque parliamo di uno sviluppo che contempli anche il professo sociale. In questa differenza enorme risiede la risposta alle obiezioni seguenti, ad esempio relativamente alla modernizzazione del Paese attraverso le televisioni generaliste. A mio avviso questi mezzi di comunicazione di massa sono instrumentum regni del Sistema, adoperati cioè per inculcare modelli superficiali e distraenti in una cittadinanza maggiormente consapevole e politicamente attiva. Mi riferisco all’uso deformante di un settore peculiare per l’informazione e dunque basilare per la democrazia partecipata, non certo allo strumento in sè che come ogni innovazione tecnologica è un fattore positivo. Nota: il concetto di austerità-sobrietà espresso da Berlinguer per denunciare le storture del consumismo non ha nulla a che vedere con la dottrina dell’austerity imposta da tecnocrati privi di legittimazione elettorale.
TESTO: “Malgrado le differenze di condizioni economiche e storico-culturali di un popolo che ha conosciuto tardive unificazione, alfabetizzazione e democratizzazione, nell’ Italia del boom hanno avuto un ruolo analogo le forze sindacali, il movimentismo studentesco, il femminismo, i comunisti e alcuni intellettuali d’avanguardia. Il risultato di questo combinato disposto con la nuova coscienza delle classi lavoratrici, solidificatosi non senza difficili mediazioni tra i diversi strati della politica e dell’imprenditoria illuminata, è stato appunto il progresso sociale: l’obbligo scolastico fino a 14 anni, i diritti civili, il Servizio sanitario nazionale, l’evoluzione del Diritto finalmente depurato da disparità di genere, lo Statuto dei lavoratori e la Scala mobile, il meccanismo di automatico adeguamento dei salari all’inflazione…”
DPR: Ora, sarebbe più equo e rigoroso, sul piano storico, riconoscere che per il progresso dei diritti civili in Italia la parte del leone l’hanno recitata i radicali, i socialisti e altri esponenti del mondo laico e democratico, non certo i vertici comunisti, originariamente indifferenti se non ostili a quelli che percepivano come “fisime borghesi, lontane dalla sensibilità del proletariato”…
E anche sugli altri progressi sociali ed economici citati da Santachiara, parrebbe improprio disconoscere – accanto a quello dei “comunisti” – il ruolo dei socialisti, dei socialdemocratici, di svariate componenti della sinistra democratica laica e cattolica molto attive sia all’esterno che all’interno dei sindacati. Per quel che concerne le critiche che Santachiara rivolge successivamente ai governi del pentapartito (dunque con DC, PSDI, PRI e PLI, oltre che con il PSI) guidati da Craxi e Amato (esecutivi del 1984 e del 1992) in riferimento all’abolizione della scala mobile, la questione rimane controversa sulla bontà o meno di quello specifico meccanismo di adeguamento del lavoro salariato (non sul principio in sé di tutelare sempre il potere d’acquisto dei salari, almeno per Noi che lo condividiamo), ma occorre anche notare che se nel 1984 anziché un pentapartito con la DC e il PLI avesse governato ad esempio un quadripartito con PSI, PSDI, PRI e un Partito della Sinistra già emancipato dalle ubbie comuniste e però saldo nella tutela dei ceti più deboli, magari anche la legislazione sul lavoro avrebbe risentito positivamente di una tale situazione…
RISPOSTA: Ammetto l’errore. Tra le spinte esogene dell’evoluzione della società italiana hanno avuto un ruolo importante anche i socialisti pre-craxiani e i radicali. Per quanto concerne la scala mobile permangono obiezioni pertinenti, ad esempio sull’effetto spirale relativo all’inflazione, ma il presidente Obama, benchè limitatamente ad alcuni settori pubblici, ha intrapreso questo percorso per rilanciare i consumi.
TESTO: “Lo scatto in avanti per il bene comune assume ancor più valore nel contesto storico in cui è maturato: l’emancipazione dell’Europa dallo strapotere degli Stati Uniti, tornati al 25% della ricchezza mondiale come negli anni ’20, e dunque indotti dal governo Nixon a svincolare le riserve auree dall’emissione del dollaro, il cui valore era legato fino al 1971 a quello dell’oro, e nei due anni successivi ad un rapporto di cambio fisso con tutte le valute mondiali; nella sfera geopolitica il gendarme del mondo, reduce da insuccessi politici e militari a Cuba e in Vietnam, fresco complice del golpe de estado del generale Augusto Pinochet in Cile, osservava con crescente preoccupazione, come d’altra parte l’Unione sovietica, l’anomalia italiana condizionata dall’unico partito “comunista democratico” che viaggiava oltre il 30% dei consensi, nel crocevia mediterraneo tra i blocchi della guerra fredda anche per lo snodo con il mondo arabo”
DPR: E qui ci permettiamo di osservare che se effettivamente in Cile la nera ombra dei “massoni neoaristocratici e reazionari” (copyright GOD) guidati da Henry Kissinger ed altri produsse la barbarie del regime di Pinochet e se nel Vietnam furono compiute nefandezze da tutte le parti in causa, almeno a Cuba saremmo stati (e ancora saremmo) lieti di vedere affermata una democrazia liberale sostanziale, lontana sia dal modello dispotico di Fulgencio Batista (fino al 1959) che dalla successiva dittatura dinastica pseudo-comunista della Famiglia Castro. Inoltre, ogni qual volta si evochino gli USA, sarebbe apprezzabile rammentare che se l’Italia e altre nazioni europee hanno potuto compiere negli anni ’60 e ’70 “uno scatto in avanti per il bene comune”, ciò è dovuto proprio al fatto che gli Stati Uniti hanno protetto le nazioni occidentali del Vecchio Continente prima dalla barbarie nazi-fascista e poi da quella sovietica, per di più implementando – a partire dal Piano Marshall – un fondamentale supporto economico e finanziario per la ripresa industriale e commerciale dei territori europei. Infine, ci si permetta di osservare che un qualunque Partito Comunista (compreso il PCI), fintanto che sia rimasto tale e non sia evoluto in senso compiutamente socialista riformista- abbandonando il massimalismo palingenetico della sua dottrina- può anche presentarsi come “democratico” tatticamente, in previsione di una rivoluzione futuribile che i tempi ancora non consentono, ma la sua weltanschauung strategica di fondo (comprensiva di lotta classista alla borghesia, abbattimento del capitalismo, annullamento della proprietà privata dei mezzi di produzione, dittatura del proletariato, formazione di una burocrazia di Stato onnipotente, unica interprete autorizzata di una presunta volontà generale e di un bene popolare astratto) rimane incompatibile con una organizzazione sociale libera, pluralista e democratica.
RISPOSTA: Non ho mai negato i fondamentali meriti degli Stati Uniti nella storia del Novecento ed è un bene che a seguito delle Politiche del 1948 l’Italia non sia finita nell’orbita del Patto di Varsavia giacchè avremmo perduto libertà e democrazia. E’ altrettanto scontato concordare sui crimini dell’Unione sovietica e della dittatura cubana ma non colgo il nesso con la ricostruzione del periodo storico preso in esame. Passando all’argomento successivo, mi chiedo perchè considerare il massimalismo palingenetico come una condizione permanente, almeno fintanto che non si è realizzata la svolta, forse tardiva, dell’ultimo segretario del Pci e primo del Pds Achille Occhetto. Secondo questa interpretazione, manichea e superficiale, non sarebbe possibile neppure descrivere quella mutazione antropologica di cui trattiamo nel libro I panni sporchi della sinistra.
Da un punto di vista storico, se ogni cambiamento concreto dettato da forze e soggetti diversi fosse da assimilare come un fattore ininfluente rispetto ai principi originari – quelli deteriori, ossia antidemocratici- della dottrina comunista, diverrebbe inutile qualsiasi analisi, anche sull’involuzione di etica civile e progettuale della sinistra italiana. In altri termini, nel caso specifico, come si possono ignorare le scelte democratiche e gli strappi che Enrico Berlinguer ha faticosamente maturato e consumato rispetto all’Unione sovietica, attribuendo dunque ai comunisti italiani tout court una visione di fondo ancorata all’ “annullamento della proprietà privata e all’instaurazione della dittatura del proletariato”?
TESTO: “Con la scomparsa di condottieri come Moro e Berlinguer l’involuzione della sinistra, della politica italiana e della società ha subìto un’ impressionante accelerazione. I keynesiani forniscono una chiave di lettura importante sul “divorzio” tra ministero del Tesoro e Bankitalia. Nel 1981, per volere del governatore Carlo Azeglio Ciampi e del ministro Beniamino Andreatta, mentore di Prodi, Enrico Letta e tuttora stella polare di Renzi, la banca centrale non poté più presentarsi come acquirente di prima istanza di Bot e Cct, consentendo agli istituti di credito di stabilire il prezzo del rendimento dei titoli di Stato, ovvero tassi d’interesse favorevoli per i loro bilanci e dannosi per i conti pubblici, in modo esponenziale e permanente. Il mutamento ha prodotto una buona fetta dell’indebitamento dello Stato italiano, soggetto inoltre, sempre per la mancata protezione di Bankitalia, all’assalto degli speculatori stranieri che nel 1992 costrinsero l’Italia a svalutare uscendo dal sistema monetario europeo.”
DPR: Tutto giusto e sacrosanto quello che viene osservato a proposito del divorzio (truffaldino, ai danni dell’interesse generale) tra Ministero del Tesoro e Bankitalia. Meno pregevole e condivisibile definire “Moro e Berlinguer” (pace all’anima loro) condottieri schierati contro l’involuzione della sinistra italiana o assimilarne la lezione a quella di due baluardi della visione keynesiana della società. Proprio Beniamino Andreatta deve la sua ascesa politica sin dagli anni ‘60 ad Aldo Moro (di cui fu autorevole consigliere economico) e il Berlinguer eurocomunista, anti-capitalista, anti-consumista ed elogiatore della via dell’austerità ha pochissimo in comune con quel sincero democratico e liberale progressista che fu John Maynard Keynes (difensore del libero mercato in armonia complementare con un ruolo stabilizzatore e regolatore dei poteri pubblici) appartenente a quel Liberal Party britannico che con il Rapporto Beveridge “sulla sicurezza sociale e i servizi connessi” (1942) tracciò la via maestra di ogni moderno sistema di welfare. Dalla stessa fucina democristiana morotea e andreattiana venne quel Romano Prodi cui giustamente Santachiara imputa la cattiva privatizzazione di molte aziende dell’IRI.
RISPOSTA: Anche Moro e Berlinguer hanno commesso errori. Apprezzo gli scritti di Keynes, che non ho associato a protagonisti del mini-saggio, leggo con attenzione gli studiosi che diffondono tale policy rispetto al ruolo decisivo dei poteri pubblici nell’ambito di un’economia ovviamente (repetita juvant) di libero mercato.

martedì 4 marzo 2014

STEFANO SANTACHIARA: La shock disinformation che sdogana il peggiorismo



Coloro i quali, per formazione culturale o predispozione, non appartengono alla categoria degli economisti che primeggiano nei media generalisti, nelle università e nei consessi esclusivi – talvolta contemporaneamente – potranno rilevare la particolare natura dei progetti di Matteo Renzi e le sofisticate tecniche di comunicazione di massa con cui si stanno dispiegando. Non possedendo il completo ventaglio di elementi per una valutazione approfondita delle infinite variabili insite nelle politiche economiche e monetarie, consiglio la lettura di studiosi di ogni orientamento per accrescere la propria consapevolezza. Credo però che ognuno debba infischiarsene della conditio sine qua non degli addetti ai lavori e possa contribuire al dibattito condividendo il proprio patrimonio di competenze, siano essere storiche, giuridiche, scientifiche o umanistiche. Sotto l’aspetto dell’informazione il veteroblairismo del giovine premier, terzo esemplare della tecnocrazia priva di legittimazione elettorale, è abilmente occultato sotto una miscela pirotecnica di annunci, finte provocazioni, specchietti per le allodole. Soltanto analizzando questa sfera fondamentale è possibile sviluppare un ragionamento compiuto sul vero obbiettivo di questa nuova generazione della politica con la p minuscola, la cui debolezza rispetto al potere economico affonda le radici nella mutazione antropologica e culturale, oltrechè di etica civile, della sinistra italiana. Cercheremo dunque di far emergere l’inaccessibile chiave di volta di tale strategia multilevel “light, ordinary and shock disinformation”, propedeutica allo “sdoganamento del peggiorismo”. Con la seconda locuzione intendo riferirmi al pensiero di Achille Occhetto, che di recente ha descritto l’attuale Pd come l’alchimia tra il “peggio delle tradizioni della Dc e del Pci”.
Il filosofo Salvatore Veca coniò il termine migliorista per descrivere la corrente comunista che non cercava di abbattere il capitalismo con la violenza ma di migliorarlo, quella di Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, un’area che negli anni ’80, al contrario, ha esemplificato la degenerazione morale della sinistra: collaterale al corrotto Psi di Craxi, finanziata tramite il settimanale Il Moderno dalle società del piduista Berlusconi. Lo scopo che si prefiggevano ontologicamente i miglioristi si era invece realizzato nel periodo di massimo sviluppo economico del Paese, negli anni ’70, in virtù del compromesso storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, ma prima ancora per effetto della leale collaborazione tra il predecessore Luigi Longo e il presidente dell’Eni Enrico Mattei, vero pioniere della pubblica innovazione e della crescita sistemica nazionale. Tra molte ombre e vizi endemici (clientelismo, familismo amorale, malaffare e sprechi a livello politico-amministrativo) lo Stato italiano seppe declinare in senso progressista la propria rivoluzione industriale, sospinto da diverse istanze, soprattutto la presa di coscienza giovanile nel 1968 e la crescita elettorale del Pci. In questo senso ci soccorre la ricostruzione di Noam Chomsky in Sistemi di potere (Ponte alle Grazie, 2013), nella misura in cui, secondo il linguista e politologo americano, le spinte endogene delle forze migliori della società favorirono il New Deal di Roosevelt. Malgrado le differenze di condizioni economiche e storico-culturali di un popolo che ha conosciuto tardive unificazione, alfabetizzazione e democratizzazione, nell’ Italia del boom hanno avuto un ruolo analogo le forze sindacali, il movimentismo studentesco, il femminismo, i comunisti e alcuni intellettuali d’avanguardia. Il risultato di questo combinato disposto con la nuova coscienza delle classi lavoratrici, solidificatosi non senza difficili mediazioni tra i diversi strati della politica e dell’imprenditoria illuminata, è stato appunto il progresso sociale: l’obbligo scolastico fino a 14 anni, i diritti civili, il Servizio sanitario nazionale, l’evoluzione del Diritto finalmente depurato da disparità di genere, lo Statuto dei lavoratori e la Scala mobile, il meccanismo di automatico adeguamento dei salari all’inflazione abbattuto dal Pentapartito dei governi Craxi e Amato, che ora il presidente Usa Barack Obama sta introducendo in alcune categorie del pubblico impiego. Il sistema italiano di tutele, in vigore nelle nazioni più progredite, si inserisce nel solco costituzionale dei diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione qualificata e all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Non a caso incarna il male assoluto per le forze delle reazione, non solo in ambito culturale e dunque di stampo clerico-fascista, ma soprattutto per il potere economico-finanziario. Lo scatto in avanti per il bene comune assume ancor più valore nel contesto storico in cui è maturato: l’emancipazione dell’Europa dallo strapotere degli Stati Uniti, tornati al 25% della ricchezza mondiale come negli anni ’20, e dunque indotti dal governo Nixon a svincolare le riserve auree dall’emissione del dollaro, il cui valore era legato fino al 1971 a quello dell’oro, e nei due anni successivi ad un rapporto di cambio fisso con tutte le valute mondiali; nella sfera geopolitica il gendarme del mondo, reduce da insuccessi politici e militari a Cuba e in Vietnam, fresco complice del golpe de estado del generale Augusto Pinochet in Cile, osservava con crescente preoccupazione, come d’altra parte l’Unione sovietica, l’anomalia italiana condizionata dall’unico partito “comunista democratico” che viaggiava oltre il 30% dei consensi, nel crocevia mediterraneo tra i blocchi della guerra fredda anche per lo snodo con il mondo arabo. Dal 1969 il nostro Paese è stato ostaggio della strategia della tensione, di terrorismi e mafie legati anche a poteri politico-istituzionali-militari dalle origini indefinite, opportunamente dimenticati dalla grande stampa che li banalizza ancora sbrigativamente come “deviati” (consiglio la lettura dei libri di Paolo Cucchiarelli “La strage di piazza Fontana” e di Stefania Limiti “Il doppio livello”), dunque è incapace di restituire giustizia e verità alle sue vittime. Per comprendere i meccanismi di selezione della classe dirigente italiana valga un esempio per tutti. Giorgio Napolitano fu accreditato come primo dirigente del Pci a tenere university lectures negli Stati Uniti, il viaggio fu concordato nel febbraio 1978 e si svolse durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro. Al netto di quello che la nuova verità giudiziaria potrà accertare e delle dichiarazioni su presunte responsabilità dei defunti Andreotti e Cossiga da parte del giudice Ferdinando Imposimato che si era occupato del caso, si può concordare che ci trovammo nella condizione di un vero e proprio colpo di Stato, dopo diversi altri falliti o inscenati per indurre i governi a svolte autoritarie. Il rapimento del presidente della Dc che già era scampato 4 anni prima alla strage del treno Italicus per un provvidenziale contrattempo, è stato eseguito dalle Brigate Rosse con una “geometrica potenza” tale da venire considerata dagli osservatori come parte di un piano noto alle Intelligence di mezzo mondo, quantomeno non ostacolato a livelli molto più alti. A ‘Re Giorgio’ non si può imputare null’altro che una questione di opportunità per la scelta, fortemente simbolica, di non rientrare in Italia in quei giorni terribili. Di certo la sua ascesa è inarrestabile: da ex burocrate favorevole persino all’invasione dell’Ungheria ad ambasciatore del Pci nel mondo, Napolitano salì alla presidenza della Camera sotto le bombe di Milano e Roma nel biennio nero della trattativa Stato-mafia e di Tangentopoli, poi si è trasferito al Viminale nel primo governo Prodi, dichiarando alla vigilia dell’insediamento di non avere alcuna intenzione “di aprire armadi”. Superfluo dunque ricordare, nel due mandati al Colle, le affinità del capo dello Stato con Berlusconi, fenomeno che come ogni raider politico di successo è stato prima sostenuto convintamente dai poteri forti e poi in parte scaricato, e il nodo gordiano delle prassi anomale di King George rispetto alle prerogative costituzionali. Nel 2001 Henry Kissinger confermerà in una pubblica cerimonia quanto i media conoscevano ma hanno sempre ignorato: ”Napolitano is my favourite communist”.
Con la scomparsa di condottieri come Moro e Berlinguer l’involuzione della sinistra, della politica italiana e della società ha subìto un’ impressionante accelerazione. I keynesiani forniscono una chiave di lettura importante sul “divorzio” tra ministero del Tesoro e Bankitalia. Nel 1981, per volere del governatore Carlo Azeglio Ciampi e del ministro Beniamino Andreatta, mentore di Prodi, Enrico Letta e tuttora stella polare di Renzi, la banca centrale non potè più presentarsi come acquirente di prima istanza di Bot e Cct, consentendo agli istituti di credito di stabilire il prezzo del rendimento dei titoli di Stato, ovvero tassi d’interesse favorevoli per i loro bilanci e dannosi per i conti pubblici, in modo esponenziale e permanente. Il mutamento ha prodotto una buona fetta dell’indebitamento dello Stato italiano, soggetto inoltre, sempre per la mancata protezione di Bankitalia, all’assalto degli speculatori stranieri che nel 1992 costrinsero l’Italia a svalutare uscendo dal sistema monetario europeo. La direzione unilateralmente intrapresa, quella della perdita di sovranità monetaria, risale al 1979 con l’adesione acritica allo Sme (ad eccezione di Napolitano, che all’epoca paventò il rischio di una regia germanocentrica) e all’Ecu, la moneta virtuale embrione dell’Euro, e passa per apposite riforme strutturali dei governi tecnici e di centrosinistra. Il professor Romano Prodi, tuttora celebrato come salvatore della patria e iconizzato dal leader della minoranza della sedicente sinistra del Pd, Pippo Civati, si era già distinto negli anni ’80 come dominus dell’Iri e manager preposto alla cessione di comparti significativi: Italsider fu venduta ai Riva previo creazione di una bad company per scaricare sulla collettività i debiti pregressi dell’acciaieria, l’agroalimentare Sme alla Cir di Carlo De Benedetti, Cirio finì nelle grinfie del finanziere Sergio Cragnotti, la casa automobilistica Alfa Romeo fagocitata dall’onnipotente Fiat. La nuova tornata, due lustri dopo, ha visto il passaggio di Autostrade alla holding della famiglia Benetton, la Telecom controllata prima dalla Ifi degli Agnelli e poi, sotto il governo D’Alema, scalata a debito dai capitani coraggiosi Roberto Colannino e Chicco Gnutti con il concorso esterno del superconsulente Gianni Consorte di Unipol.   Lo scenario non è neppure immaginabile nelle altre nazioni europee, sia a guida socialista che conservatrice: gli Stati non aderenti all’euro governano l’economia con banche centrali autonome, svalutano la moneta per favorire le esportazioni, sono privi di vincoli rispetto al debito pubblico e al disavanzo annuale, che sempre secondo i keynesiani rappresenta un fattore di salubrità per una comunità. Secondo questa concezione, se il denaro non viene adoperato dai governi per ridurre il deficit ma speso per investimenti cresce la ricchezza privata dei cittadini e delle imprese. All’interno dell’eurozona inoltre nessun governo si è mai sognato di privatizzare asset nazionali. Ancora nel 2007 l’ Italia partoriva nuovi progetti che restano blindati sul tavolo delle riforme auspicabili, l’allora vicesegretario del Pd Enrico Letta difatti invocava la cessione di quote di “Enel, Eni e Finmeccanica”. Persino gli Usa, che pure hanno una concezione anti-solidaristica dell’amministrazione, sono spesso ricorsi al protezionismo con dazi doganali ad hoc, hanno sviluppato politiche economiche statali con la leva della banca centrale e per effetto di una forte vocazione imperialista, sebbene oggi la perfetta macchina militare, a causa dell’indebolimento del dollaro e del debito pubblico nei confronti di Giappone e Cina, non riesca più ad assicurare l’assoluto dominio nelle aree ad alta intensità energetica nel Sudamerica e nel Medio Oriente. La ricerca e l’innovazione promossa dalla Casa Bianca favorisce da sempre le start up incarnando lo spirito non già del miracolo americano ma di qualsiasi realtà evoluta, che concepisce lo Stato come reale timone che alimenta, in costante confronto con la società civile, la propria Weltanschauung, elaborando progetti che possano fornire alternative e competizione vera, antidoto agli oligopoli. Al contrario un Paese senza sovranità monetaria e guida Politica come l’Italia, in balia delle disposizioni cogenti della troika, proseguirà con gli aumenti di imposizione fiscale e i tagli di risorse pubbliche in una spirale che riduce i consumi e le produzioni toccando vette di disoccupazione e pauperismo.
Onde evitare il dibattito vero, ossia fino a che punto la pubblica amministrazione debba spingersi nell’economia, i media autoctoni agitano lo spettro del debito pubblico dimenticando che si tratta di un male comune a potenze come gli Usa e il Giappone, e suggerendo per l’Italia “derubata e colpita al cuore” palliativi da malato terminale. La lotta agli sprechi e all’ evasione fiscale, alla corruzione e alle mafie darebbe certamente risultati tangibili ove ci fosse la volontà politica finora mancata: una efficace gestione dei beni confiscati che troppo spesso ritornano nelle mani dei boss, l’assenza del reato di autoriciclaggio introdotto nelle scorse settimane persino nella Repubblica di San Marino; la corruzione tra privati e il traffico d’influenze previsti dalla legge Severino sono reati non perseguibili poiché con pene da 1 a 3 anni non consentono intercettazioni, il falso in bilancio e l’abuso d’ufficio restano depenalizzati, reati ambientali e abusi edilizi si risolvono con semplici oblazioni, per la frode fiscale non si finisce in carcere neppure se reo-confessi di ruberie miliardarie. Il problema è che questa discussione nell’alveo dell’ indignazione mediatica e delle dichiarazioni d’intenti politiche non ha mai prodotto risultati per evidenti molteplici interessi, non soltanto le collusioni mafiose e le lobby parlamentari di indagati e avvocati, ma per ragioni storiche più profonde: le quattro organizzazioni criminali sono cresciute negli anni grazie a quelle cointeressenze affaristiche e strategiche. Su piani diversi ma con una logica non dissimile, certamente aggravata dalla deriva morale del berlusconismo, è spiegabile l’inerzia della classe politica, talvolta anche dopo l’intervento della magistratura, rispetto agli sperperi (vitalizi d’oro, consulenze dorate, stipendi record) relativi a cricche burocratiche che non sono sottoposte a spoil system, al clientelismo demeritocratico e ai fiumi di denaro legati a fenomeni di corruzione sempre più ingegnerizzati.
Se da un lato è sacrosanto insistere nelle denunce di ogni commistione, immoralità e reato, nell’impegno civico per l’educazione alla legalità, da tempo si sarebbero dovute affrontare le ragioni più profonde della crisi italiana. Roberto Saviano ha lanciato la consueta suddetta evergreen question per consentire a Renzi di fornire pronte promesse law and order, ma perlomeno non si è spinto oltre. Sul Corriere della Sera del 3 marzo 2014, in un editoriale intitolato “Le cause politiche della descrescita”, Ernesto Galli della Loggia si sofferma su quelle che considera le conseguenze negative molto importanti: ”L’espansione caotica e costosa dello Stato sociale, i sussidi indiscriminati alle imprese, il peggioramento della qualità dell’istruzione e della Pubblica amministrazione a causa di concessioni permissiviste dall’alto e pansindacalismi e agitazioni democraticiste dal basso (…)”.Additare l’eccesso di spesa sociale come causa dell’indebitamento pubblico è un esercizio di disonestà intellettuale se si evita di riferirsi ai fenomeni corruttivi, alle svendite di comparti fondamentali, agli alti tassi d’interesse dei titoli di Stato che le banche private hanno sfruttato dagli anni ’80. E soprattutto alla stretta dei vincoli europei. Basti considerare le conseguenze nefaste del pareggio in bilancio, introdotto in Costituzione nel luglio 2012, in sordina e con voto bipartisan dunque, senza neppure dover manomettere l’articolo 138 della suprema Carta. Si tratta del fiscal compact, che per riportare il debito pubblico italiano al 60% del Pil si manifesta come un cappio al collo da 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi venti. Ergo, volenti o nolenti, i governi non potranno favorire lo sviluppo attraverso riduzioni fiscali del costo del lavoro e incentivi che Confindustria e le altre associazioni di categoria continuano a chiedere, concentrandosi sulla macelleria sociale. In sostanza, la subalternità culturale della classe dirigente italiana, e il centrosinistra mutato antropologicamente più ancora del pregiudicato Berlusconi, continuerà a seguire pedissequamente i diktat della grande finanza internazionale. I proclami per l’uscita dall’euro, un pass-through le cui conseguenze negative sui movimenti di capitali e sui salari in relazione al nuovo tasso di cambio sono oggetto di complessi studi scientifici, favoriranno le ali nazionaliste dello scacchiere europeo ma rappresentano vacua retorica. I componenti della troika, ossia Fmi, Commissione Europea e Bce, parimenti al Consiglio d’Europa, sono costituiti da tecnocrati nominati dai governi, personalità di grande competenza ma prive di legittimazione popolare, tuttavia in larga parte appartenenti alle classi dominanti, aristocrazie moderne che si confrontano presso club esclusivi per banchieri, manager, boiardi di Stato, giornalisti selezionatissimi. Nessuno invece spiega che l’unico organo democraticamente eletto, il Parlamento Ue, è privo dei poteri legislativo ed esecutivo.
Torniamo dunque al tema dell’informazione, che fino all’altro ieri non aveva mai pronunciato sulle tv e i giornali nazionali le due parole magiche, “fiscal compact”, mentre oggi c’è grande fibrillazione per il rinnovo, pressochè ininfluente, dell’europarlamento. Negli ultimi anni stampa e Pd lancia (Renzi) in resta hanno avallato i progetti tayloristi dell’ad Fiat Sergio Marchionne e continuato a ripetere ossessivamente la necessità di privatizzare reti strategiche nazionali e locali: con la perdita delle prime si impedirà qualunque policy innovativa e progressista, con gli oligopoli misti delle multiutility si sedimenterà ulteriormente il profitto finanziario in beni e servizi pubblici. Eppure i disastri provocati nell’ossatura della piccola-media impresa e in termini di sperequazioni dei redditi erano visibili molti anni prima della crisi del 2008, fatta coincidere con il crac della Lehman Brothers. Come non notare che l’abolizione dello Steagall act voluta da Bill Clinton aveva eliminato in modo criminogeno la separazione tra banche d’affari e di risparmio, aprendo il varco ai piani d’investimento a rischio che hanno rovinato milioni di risparmiatori nel vortice dei derivati, il moderno gioco d’azzardo su titoli sottostanti? Wolfang Goethe nel 1830, scriveva: ”Vuoi moneta di zecca? Ecco la banca. E se non c’è, basta scavare un po’. Coppe e collane si vendono all’asta e la carta moneta subito ammortizzata fa vergogna all’incredulo che di noi se la ride”(Mefistofele, Faust II). Onde evitare di affrontare il merito delle questioni il mainstream ha propugnato assiomi indimostrati sull’efficienza del capitalismo finanziario, assunti neppure filosofici o ideologici ma psicologici: di fronte al contrarsi di salari, diritti del lavoro, investimenti pubblici in scuola e ricerca, il mercato finanziario sarà grato e dunque si spenderà per la collettività. Neppure Adam Smith era mai giunto a sostenere tanto. Difatti qualificava i mercanti inglesi dell’età vittoriana come i “principali architetti” della politica economica, non certo disinteressati creatori di benessere. Soltanto di recente dunque, di fronte alla protesta popolare per l’impoverimento delle classi medie e all’impegno di soggetti come il M5s e di Tsipras in Grecia, l’agenda mediatica ha concesso piccoli spazi di democrazia partecipata.
L’agenda politica, secondo il parlamentare Pd Corradino Mineo intervistato oggi nella trasmissione “Un giorno da Pecora”, sarà dettata da Matteo Renzi ancora a lungo. Il terzo premier nominato senza passare dalle elezioni né da un dibattito parlamentare che motivasse la sfiducia, possiede quello spago che mancava ai predecessori Monti e Letta invisi all’opinione pubblica: ben congegnate traiettorie mediatiche lo hanno ammantato di nuovismo e decisionismo, nondimeno caricato di una buona dote di alibi preconfezionati (il Ncd di Alfano, le burocrazie eterne, la sinistra interna, ect). Ai fini dell’esito positivo della congiura di palazzo che ha destituito Enrico “stai sereno” Letta, è stata decisivo lo “scoop” nel libro di Frieadman sugli incontri informali di Napolitano per sostituire Berlusconi con Monti nell’estate del 2011. Re Giorgio, che come abbiamo visto è il garante supremo degli interessi dei poteri forti atlantici, vaticani e finanziari, si è orientato come un barometro sulle condizioni meteorologiche favorevoli a Renzi, dischiudendogli le porte di palazzo Chigi dopo una votazione democratica che in altri tempi si sarebbe definita bulgara. Sarà un caso ma la scelta di non indire nuove elezioni dopo la caduta di Berlusconi nel novembre 2011 favorì, oltre al Cavaliere al minimo storico nei sondaggi, lo stesso rampante fiorentino. Il quale ha avuto tutto il tempo di preparare la sua campagna elettorale permanente per le primarie di fine 2012 contro il segretario Bersani, arrivato all’appuntamento con le Politiche del febbraio 2013 con lo scandalo Mps sul groppone. Lo stupore minimizzatorio degli osservatori per il recente endorsement del Fmi al Jobs act di Renzi appare surreale per il risaputo orientamento liberista del premier, in prima fila nell’ostentare deferenza ai sacerdoti dell’austerity mescolati ad elogi ai padri nobili dell’Europa come De Gasperi, Altiero Spinelli e Adenauer. Domenica 2 marzo il “compagno Matteo”, per lanciare “la sfida dell’education e della cultura”, ha citato l’esempio delle banche che “finanziarono gli artisti del Rinascimento”, esempio classico di paleocapitalismo elitario anglossassone. Puro afflato filantropico, amnesia temporanea per il profitto e lo spread tra borghesia finanziaria e ceti disagiati, o riverniciatina d’immagine veteroblairiana che consentirà di rilanciare la tesi tecnocratica dominante del cut-cut-cut per “il bene delle nuove generazioni”? Renzi pronunciato questo discorso in occasione dell’ingresso nel Partito socialista europeo del Pd, descritto da alcuni osservatori più realisti del re come l’ennesima medaglia del sindaco di Firenze. Un eccesso che ha costretto il fondatore del Pds Occhetto a ricordare come il partito fosse entrato nella famiglia socialista europea sotto la sua guida. Altro aspetto significativo è il ringraziamento che Renzi, sedicente rottamatore della vecchia classe dirigente dei Ds, ha inteso tributare pubblicamente a Bersani, D’Alema e Fassino, peraltro già degnamente rappresentati nella direzione del partito e nei ruoli di sottogoverno. Che si tratti di un’abile mossa tattica nei confronti di chi sta evidentemente trattando nuovi posti di potere, poco importa. Questa somma di ragioni induce a ritenere che le supposte richieste renziane di modificare i patti di stabilità, amplificate dagli esegeti bocconiani della prima ora e dai più frizzanti presenzialisti televisivi, non rappresentino altro che banali depistaggi informativi. Nel libro scritto con Ferruccio Pinotti per Chiarelettere, I panni sporchi della sinistra, abbiamo dedicato alcune pagine all’ascesa di Renzi, all’epoca ancora sindaco di Firenze e sfidante di Bersani alla segreteria democratica. Più che sulla variopinta galassia di cantanti, sportivi e scrittori ci siamo concentrati sui sostenitori di peso: il gotha dell’industria e della finanza, compresa la galassia berlusconiana di Giorgio Gori, Flavio Briatore, Fedele Confalonieri. Prima di rendere noti i finanziatori della fondazione Big Bang era stata una cena di autofinanziamento promossa da Davide Serra, golden boy della finanza a lungo all’opposizione nel colosso Generali e ideatore dell’hedge fund Algebris Investments Ltd, a svelare gli aficionados. Alla cena erano presenti imprenditori del calibro di Claudio Costamagna, presidente di Impregilo, Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, banchieri come Flavio Valeri di Deutsche Bank e Carlo Salvatori di Lazard Italia, ex Unipol, Intesa e Unicredit. All’uscita Guido Roberto Vitale, già presidente Lazard, regalò lo screenshot: «Renzi è l’unico uomo di sinistra che non ha letto Marx e per questo è da stimare”. Non abbiamo esitato a rivelare l’occhiuta presenza del potere atlantico per il tramite di Michael Leeden, falco repubblicano stratega dei servizi segreti, che unisce virtualmente il deus ex machina della politica italiana Giorgio Napolitano e il nuovo predestinato Matteo Renzi. Anche se c’è chi parla di viaggi transoceanici precedenti alla visita privata del sindaco di Firenze alla residenza di Berlusconi ad Arcore, Leeden si sarebbe avvicinato alla galassia renziana tramite il costruttore Marco Carrai, consigliere presso alcune ex municipalizzate che vanta buoni agganci negli Usa e in Israele, oltre che legami con l’Opus Dei. Leeden, presente alla Leopolda, pareva un fantasma per tv e stampa italiane benchè personaggio di una certa fama: trent’anni orsono, lo stimato consulente dei servizi italiani, prima di venire coinvolto (e scagionato) negli scandali Iran-contra e Niger-gate, si interessò dell’individuazione di Napolitano come l’affidabile nella fila del Pci. “I panni sporchi” ha dunque lanciato alcuni sassi nel silente stagno mediatico: scoop come la condanna alla Corte dei conti dello storico tesoriere Ds Ugo Sposetti, notizie confinate nelle cronache locali come il legame tra il luogotenente di D’Alema, l’ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano, e il capomafia della Sacra Corona Unita Rosario Padovano, le vicende censurate dei procedimenti trattati da magistrati scomodi come Clementina Forleo e Desireè Digeronimo sono rimasti “pezzi unici”. Eppure sono state vendute svariate migliaia di copie e gruppi di cittadini partecipano con passione alle presentazioni, sia quelle organizzate dagli attivisti del M5S sia ai dibattiti con colleghi come Antonello Cresti del Manifesto, o con l’autore di tre libri su Mps Raffaele Ascheri, o ancora “banditi” che da anni non danno tregua alle cosche come Christian Abbondanza della Casa della legalità. Forse qualche conduttore tv e quotidiano del salotto buono lo avrà sfogliato distrattamente, ad esempio potrebbe non essere stata una coincidenza la scelta del settimanale di Repubblica, Il Venerdì, di dedicare ai rapporti tra Napolitano e il mondo anglosassone la prima pagina del 13 dicembre 2013 Link all’operazione de Il venerdì.
Il meccanismo della shock disinformation è invisibile per effetto di un’oliata dissimulazione posta su tre livelli, vere e proprie ruote dentate sincronizzate: l’occupazione della comunicazione generalista con aspetti sovrastrutturali grazie a decine di figuranti entrati talmente bene nei rispettivi ruoli da rendere perfettamente credibili gli scontri polemici; la censura e, ove questa fosse impossibile, la minimizzazione e la manipolazione delle verità scomode; al terzo livello la shock disinformation. Il piatto centrale al desco dei manovratori del Risiko comunicativo, finalizzato allo sdoganamento del peggiorismo, è il terzo livello. Citiamo ad esempio la polemica di fine 2012 tra il finanziere Davide Serra e l’allora segretario del Pd Bersani, sulla società del primo operante con “base alla Cayman” contrapposta alla nomenclatura che stava boccheggiando con lo scoppio di scandali come Mps. Il quesito che s’insinuava in lettori ed elettori non era facilmente percepibile ma poneva di fatto sulla bilancia due realtà fino a qualche anno fa, a sinistra, incompatibili: sono più abietti i paradisi fiscali, la finanza speculativa, le grandi lobby che scaleranno e poi sosterranno (american trasparency) il partito della fu sinistra o i costi esorbitanti della Casta pubblica, il voluminoso rimborso pubblico ai partiti e ai giornali che infatti Renzi propone di abolire tout court sfruttando le proposte del Movimento 5 Stelle? Lo stesso Serra, quando il mese scorso la Elettrolux ha annunciato l’intenzione di chiudere lo stabilimento friulano se non avesse dimezzato i salari, ha ribadito la concezione classica dei liberisti del capitalismo finanziario globalizzato. In un tweet, poi bacchettato da Gad Lerner, ha legittimato la sparata della multinazionale svedese definendola razionale: “Costo del lavoro per azienda e triplo dopo oneri sociali. Per salvare lavoro deve abbassare 40% stipendi”. Il messaggio della shock disinformation deve essere esplosivo per incrinare i retaggi delle conquiste sociali, anche se è lo stesso concetto che sentiamo ripetere nelle università e nella pubblicistica da un trentennio a questa parte. Privato è bello, anche se la produzione delocalizza, se l’industria si finanziarizza, se l’economia reale si trasferisce da beni e servizi a giochi borsistici mentre le banche conducono il percorso inverso e perverso: prestando denaro creato dal nulla a famiglie, imprese e Stati realizzano strozzinaggio legalizzato. Quando la real competition, poiché la vera concorrenza nel mercato è fattore positivo, aggrava le condizioni dei “creatori di denaro” ecco subentrare gli aiuti della Bce e degli Stati: dopo il regalo della patrimonializzazione di Bankitalia posseduta da istituti privati che potranno vendere le quote eccedenti il 3%, ora il governatore Ignazio Visco suggerisce di creare una bad bank per rilevare i mutui subprime, i crediti difficilmente esigibili, delle banche private. Non è arduo prevedere che presto sarà la sanità pubblica a venire aggredita. Il sistema economico-finanziario promuove sottili campagne che amplificano i problemi del pubblico e occultano quelli oggettivamente maggiori dei network privati. Le catto-privatizzazioni e esternalizzazioni per interessi endogeni ed esogeni, dalla clinica locale alla multinazionale del farmaco, sono favorite dalla spending review che gli organismi internazionali impongono agli Stati, i quali a loro volta obbligano le Regioni a “razionalizzare” anche il numero dei posti letto. Dunque la difesa della sanità e degli ospedali pubblici da parte di pochi coraggiosi amministratori locali è una battaglia di civiltà.

A questo punto mi ricollego ad una tesi di Pier Paolo Pasolini, la cui visione si è dimostrata anticipatrice e neorealista, nel senso della capacità di rendere intellegibile un dato momento storico. Stiamo parlando di un intellettuale che allora incideva nella carne viva del Potere con i suoi ragionamenti profondi ed emancipati (usurpati ancora oggi, giocoforza senza citazione), scomodo poiché consentiva ai lettori del primo quotidiano italiano di sublimare concetti nobili, intrisi di grande logica e pragmaticità. Ad esempio il poeta bolognese, che pure non ha mai risparmiato sacrosanta irriverenza alle falsità clericali, considerava più pericolose le mode fintamente trasgressive e realmente nichiliste, indotte dalla società consumistica. In sostanza le critiche del ribellismo all’ipocrisia (il pubblico pudore che è il dazio pagato dal vizio alla virtù) di sinistra, sindacati o della stessa religione cristiana, in definitiva della struttura che ha idealmente valore pubblico, erano e sono utili alle forze politico-mediatiche capitaliste per inculcare modelli privi di etica civile. E’ ovviamente importante fare emergere malaffare, incoerenze e liturgie insensate per migliorare questi aspetti, gravi ma sovrastrutturali, ma lo è di più progettare una società migliore, classica o/e innovatrice, votata al bene collettivo e ambientale. Invece la geometrica potenza dei poteri forti amplifica mediante le apposite maschere politiche (panem et circenses) quegli aspetti negativi, dovuti alla natura predatoria e meschina dei singoli, con lo scopo malcelato di svilire e delegittimare i principi di uguaglianza e solidarietà da sempre nel mirino. Degli sdoganatori del peggiorismo.

venerdì 14 febbraio 2014

OLINDA MORO: Il golpe RCS-Napolitano Renzi? BASTA silenzio!




Un piccolo sfogo: probabilmente anche questa volta Napolitano avvierà consultazioni senza passare per il Parlamento perché in altre sedi si è già deciso quale sia il nuovo Governo. Cosa c'è dietro, questa volta? Niente di diverso in realtà, se non il fatto chel'operazione Monti e Letta ha esaurito il suo tempo e la sua produttività. Letta, in realtà, con un po' d'anticipo rispetto alle previsioni perché, a fronte di vicine elezioni europee e al netto delle deficienze comunicative, il fattore 5stelle sta facendo davvero paura.
L'operazione Renzi, il consueto zampino americano e sionista, la criminalizzazione dei 5s sono parte di un unico progetto di rinsaldamento del sistema di potere economico e finanziario italiano e internazionale, cui quei quattro ragazzotti fastidiosi ed impuntiti dei 5s stanno creando problemucci di non poco conto.
E la sinistra che fa? Delega se stessa all'estero, presa dai suoi cavilli e dalle sue misere questioni sulla referenzialità e rappresentanza ottimale, quasi noncurante della necessità di battagliare sul campo, di coinvolgere la gente sulla questione morale, sulla crisi del sistema democratico e sulla mortificazione del diritto al lavoro.
Il silenzio assordante di questa sinistra sugli avvenimenti dell'ultimo mese è imperdonabile. Come imperdonabile è non avere colto l'opportunità di sostenere quei parlamentari che sono stati mortificati e isolati dal sistema intero nonostante stessero agendo a tutela della democrazia e contro il più feroce potere massonico, lobbistico, economico e finanziario. Altrettanto imperdonabile è il mancato sostegno alla messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica.
Imperdonabile è la loro pubblica indifferenza salvo poi riconoscere, in confidenza, che sì, quei ragazzi 5s in fondo sono bravi ragazzi e fanno l'opposizione che solo il PCI seppe fare prima di loro. Pensano questo ma si vergognano di ammetterlo pubblicamente, salvo poi tifare per loro tra le quattro mura di casa.
Presi dalla loro viscerale lotta intestina, fatta d'invidia e di benpensanti, sono incapaci di avere quello scatto d'orgoglio necessario per far sì che la questione morale e sociale si ponga prepotentemente tra la gente, con la gente e per la gente. E la questione morale e sociale, per intima natura, deve essere condivisa con tutti, senza etichette e patentini, ovunque essa emerga e con la giusta coerenza ed onestà.
Il reiterato tentativo di creare dall'alto (e ora anche dall'estero) un movimento o partito di massa è sbagliato in partenza. L'unico collante possibile è la partecipazione spontanea della gente ad un movimento che, opportunamente informato e sostenuto, si muova su idee e istanze condivise e su problemi reali e contingenti.
L'esperienza di "rivoluzione civile", per quello che mi riguarda, è stato l'ultimo mio impegno in tal senso.

mercoledì 12 febbraio 2014

DIEGO FUSARO: Renzi? Il vuoto dietro cui sta il potere dei Mercati


Fusaro, ha visto le recenti indiscrezioni su Napolitano? Come le giudica?
«Le giudico malissimo, anche se va detto che è un modo di procedere perfettamente consono allo spirito del tempo. Oggi l’agenda politica è dettata dagli economisti. La politica è la continuazione dell’economia con altri mezzi. Nel 2011 è semplicemente salita al potere una giunta economico-militare di “stalinisti dell’economia”. Così come Stalin compiva crimini seguendo pretese “leggi della storia”, ora gli economisti privatizzano e distruggono popoli in nome delle “leggi dell’economia”. E non mi stupisce che nel 2011 abbia orchestrato tutto Napolitano, che non a caso ha seguito un tempo le “leggi della storia” e oggi quelle dell’economia con la stessa devozione».
La politica, ormai, insegue il responso dei “mercati” in modo quasi oracolare…
«L’economista, oggi, è il diretto successore del teologo. Così come il dogma religioso, anche il responso dell’economista non si può discutere. La politica si è svuotata e riconosce nell’economico l’unica fonte di senso. L’economia impone ormai il suo linguaggio a tutto e tutti, noi oggi siamo parlati dall’economia. Destra e sinistra sono superate perché entrambe ripropongono quello che Gramsci chiamava il “cretinismo economico”. Ma la politica non è amministrazione dell’economico. Lo dice bene Fichte: politica è mediazione fra reale e ideale».
In tutto questo, con i mercati che dettano regole e i politici che fungono da devoti sacerdoti, che ne è della democrazia?
«La democrazia è semplicemente non esistente. Già Marcuse denunciava la nostra “levigata, democratica non libertà”. Oggi non c’è democrazia se non nel senso degli ultimi uomini di Nietzsche, del “si dice” di Heidegger, con il quale “ciascuno è gli altri e nessuno è se stesso”. C’è, certo, il momento del sondaggio elettorale, ma il cui risultato è comunque svuotato di senso dai mercati. Mi fa ridere la sinistra quando, per dirsi democratica, agita la bandiera dell’antifascismo e poi accetta quel vero e proprio Attila che è il mercato».
L’interventismo di Napolitano ha introdotto un presidenzialismo di fatto. Perché non fare questo passo e diventare presidenzialisti a tutti gli effetti?
«Secondo me non risolverebbe nulla, tanto le vere decisioni vengono prese altrove. Il grande problema, oggi, è la sovranità nazionale. Prima va risolta questa questione, poi si può pensare se essere presidenzialisti o meno».
Intanto il Capo dello Stato si è incontrato con Renzi. A proposito, lei che idea si è fatto del sindaco di Firenze?
«Renzi è il vuoto che avanza. È il momento culminante di quello che il mio maestro, Costanzo Preve, chiamava “il serpentone metamorfico Pci-Ds-Pd”. Per dirla con Gaber: il liberalismo è di destra, oggi va bene anche per la sinistra. Da qui questa deriva che ha portato da Carlo Marx alla signora Dandini, da Federico Engels a Roberto Saviano. Per nascondere questo fallimento devono usare l’antifascismo, l’antiberlusconismo, il legalismo… Ora, se Bersani conservava ancora una certa ambiguità, accettando il capitalismo ma conservando un linguaggio da festa dell’Unità degli anni ’60, Renzi adotta direttamente un linguaggio manageriale. È uno che si vanta di non aver mai letto Marx, che non si stanca di dire che il Pd è il partito più europeista, più favorevole ai mercati».

lunedì 10 febbraio 2014

GIANLUIGI PARAGONE: Re Giorgio e Principe Monti. Emerge la Verità.




Com'è quella storiella che Napolitano sarebbe un presidente perfettamente in linea con la Costituzione? E che, di contro, chi sostiene il contrario lo fa per odio politico o ignoranza?
Ecco, il racconto di Friedman sui primi abboccamenti tra il Capo dello Stato e Mario Monti (prima della nomina a senatore a vita) conferma quello che già sarebbe sotto gli occhi di tutti: Re Giorgio pensa di essere in una Repubblica di tipo presidenziale dove i governi dipendono dal Quirinale e non dal parlamento. Quest'ultimo arriva dopo, come notaio. 
Mettendo in controluce siffatto scenario si vede la ragnatela di rapporti imperante in Italia e che ha in Mario Draghi il regista più forte. Mario Monti DOVEVA diventare il premier italiano. A prescindere. E non c'entrava nulla lo spread, la crisi e lo strappo nella maggioranza. Altri poteri (basterebbe guardare il curriculum del bocconiano) avevano deciso di prendersi l'Italia e di sacrificarla sull'altare delle speculazioni finanziarie.
Napolitano, voleva decidere lui. Come Presidente Re. Come politico che si ritiene migliore di tutti gli altri. Napolitano voleva superare il parlamento per imporre le larghe intese. Il tecnicismo che supera la politica. Il garante della Costituzione aveva deciso di interpretarla a suo modo. In un modo... regale.



dalla pagina facebook
del giornalista

lunedì 3 febbraio 2014

MASSIMO FINI: Pierluigi Battista e gli "indignati" a giorni alterni



Il 'boia', peraltro metaforico, affibbiato a Giorgio Napolitano dal deputato 5 Stelle Giorgio Sorial, ha suscitato uno «sdegno collettivo», bipartisan e tripartisan mentre la Procura della Repubblica di Roma ha incriminato il reprobo per 'vilipendio al Capo dello Stato'. Enrico Letta: «L'indegno attacco del Movimento 5 Stelle è un punto di non ritorno di deriva estremista inaccettabile per chiunque pratichi principi democratici». E Matteo Renzi (poteva mancare?): «E' un atteggiamento insopportabile...che non ha eguali nella storia repubblicana». Ma il più scandalizzato di tutti è Pierluigi Battista (Il Corriere della Sera, 29/1) per un vilipendio commesso da «Un parlamentare. Un uomo delle istituzioni». Silvio Berlusconi non era un semplice parlamentare ma il presidente del Consiglio italiano quando dichiaro', oltretutto all'estero, che «la magistratura è il cancro della democrazia». Che non è solo vilipendio alle Istituzioni, è un atto eversivo degno di un brigatista. Altro che «atteggiamento...che non ha eguali nella storia repubblicana», come dice Matteo Renzi, che ha appena patteggiato le Istituzioni con un pregiudicato in fase di condanna, questo si' che non si era visto mai (e se Berlusconi era in carcere o ai domiciliari o ai servizi sociali, come dovrebbe essere da tempo, come avrebbe trattato con lui, tramite dei 'pizzini'?). Pierluigi Battista sul 'cancro della democrazia' non battè ciglio. Battista si indigna anche perchè «Quando Napolitano fu votato per la seconda volta al Quirinale, nel movimento di Grillo si grido' apertamente al 'golpe'». Silvio Berlusconi, per dieci anni premier di questo Paese e per altri otto capo indiscusso dell'opposizione, ha testè dichiarato di essere stato «vittima di quattro colpi di Stato». Ma nemmeno questa volta Pierluigi Battista ha mosso orecchio.
Battista lamenta poi «la degenarazione del linguaggio politico: ci vorrà molto tempo per tentare di risanarlo». Avrebbe ragione se non dimenticasse disinvoltamente che il primo ad aprire la strada al vilipendio delle Istituzioni fu proprio, vent'anni fa, quel Francesco Cossiga che sembra goda della sua ammirazione. Comincio' definendo il Parlamento «un'accozzaglia di zombie e di superzombie» e passo' poi a insultare personalmente i suoi rappresentanti: «piccolo uomo e traditore» (Onorato), «Poveretto» (Flamigni), «zombie con i baffi» (Occhetto), «analfabeta di ritorno» (Zolla), «Cappone» (Galloni), «emerito mascalzone, piccolo e scemo» (Cabras). E non è che un piccolo florilegio.
Confesso che l'altro giorno quando ho visto nel cielo di San Pietro il nero corvo attaccare e inabissare 'la bianca colomba della Pace' liberata dal Papa ho avuto quasi un orgasmo. Perchè, in un colpo solo, faceva giustizia dell'insopportabile 'buonismo' di Bergoglio, degli animalisti, degli antivivisezionisti, dei vegetariani ideologici, dei vegani. E anche di quello di Pierluigi Battista.

fonte: Il Fatto Quotidiano,1 febbraio 2014

sabato 18 gennaio 2014

STEFANO SANTACHIARA: La degenerazione morale e culturale della "sinistra"


Intervista a cura di: Osvaldo Migotto

Nel vostro libro rimproverate a Giorgio Napolitano di essere intervenuto nella vita politica italiana ben oltre i limiti fissati dalla Costituzione. Nel caso della mancata nomina del nuovo capo dello Stato da parte del Parlamento, Napolitano non ha mostrato senso di responsabilità mettendosi a disposizione per un altro mandato?
«Non giudichiamo le intenzioni di Napolitano ma alcune prassi irrituali. Dopo le dimissioni di Berlusconi il capo dello Stato ha persuaso destra e sinistra a sostenere il tecnocrate Monti; con il pareggio elettorale dell’anno scorso ha inventato una sorta di pre-incarico collettivo, delegando a dieci saggi la stesura di una bozza di riforme istituzionali che creasse le condizioni per le ampie intese. Napolitano ha accettato il secondo mandato per l’assenza di un candidato unitario al sesto scrutinio. Si sarebbe potuto proseguire come avvenuto in passato (il socialdemocratico Giuseppe Saragat nel 1964 fu eletto alla 21.esima votazione), con nuovi candidati opposti al costituzionalista Stefano Rodotà indicato dal M5S».
Matteo Renzi vuole rappresentare il nuovo che avanza, ma così nuovo, considerati gli anni di militanza politica anche in altri schieramenti, non è. Un più rapido ricambio della classe politica potrebbe portare dei benefici al Paese?
«È il punto cruciale. Renzi è giovane anagraficamente ma neppure le moderne tecniche di comunicazione possono celare il suo tatticismo doroteo. Vedremo se manderà in pensione i dirigenti ex comunisti e democristiani che sono in politica da un trentennio benchè corresponsabili di una vera e propria degenerazione morale: accordi occulti con l’avversario Berlusconi, corruzione e inquinamento, commistione tra pubblico e privato, partito e banche. È come se la sinistra avesse sacrificato la Weltanschauung sull’altare del potere».
Visto quanto avvenuto in altri Paesi europei, si può dire che la metamorfosi della sinistra rappresenti un percorso obbligato. In cosa si differenzia il percorso compiuto dalla sinistra italiana, rispetto alle socialdemocrazie europee?
«Le socialdemocrazie europee hanno subìto l’influenza del liberismo e i dogmi dell’austerity. A differenza dell’Italia, però, la Francia ha sforato unilateralmente i vincoli UE sul rapporto deficit/PIL e nessuna nazione ha privatizzato reti strategiche. La subalternità culturale della sinistra italiana si desume anche dal silenzio sepolcrale che cala su iniziative come il referendum 1:12 sui salari dei manager tenutosi in Svizzera».
Mentre si discute di riforma elettorale, diversi politici italiani tessono le lodi del bipolarismo. Ma un sistema di voto che favorisca il bipolarismo riuscirà a unire la sinistra italiana che non solo ha visto a più riprese SEL e PD su posizioni distinte, ma anche un PD diviso al suo interno?
«Le divisioni sono talmente profonde che il PD non si è iscritto al PSE. SEL è un partito in crisi, il segretario Vendola ha perso appeal per alcuni scandali scoppiati nella regione di cui è presidente, la Puglia, dove le nomine della Sanità pubblica erano ripartite secondo logiche clientelari».
Enrico Letta e Matteo Renzi, posizioni diverse in uno stesso partito. Se il tandem si romperà sarà la fine di quella sinistra poco esaltante che emerge dal vostro libro?
«Letta è paragonato ad Andreotti per le capacità mediatorie e il ruolo di parafulmine rispetto alla pressione fiscale e ai tagli pubblici; Renzi può continuare a criticare l’immobilismo del Governo e a lanciare proposte come il job act. Eppure le sintonie sono molte: premier e segretario PD provengono dalla tradizione democristiana, sono liberisti e in rapporto con la galassia berlusconiana. Per queste ragioni, malgrado il dualismo alimentato dai media, ritengo poco probabile uno scontro che potrebbe provocare l’implosione del PD».