Libero spazio di anomalie culturali, fuori dalle convenzioni. Ideato da: Antonello Cresti e Luca Negri. ideeinoltre@gmail.com https://www.facebook.com/groups/ideeinoltre/
giovedì 2 ottobre 2014
crac: Antonello Cresti :: Solchi sperimentali
crac: Antonello Cresti :: Solchi sperimentali: Ordina qui il nuovo libro di Antonello Cresti Solchi sperimentali. Una guida alle musiche altre. Solo per chi ordina da qui fino al 1...
mercoledì 1 ottobre 2014
HELENA NORBERG-HODGE: L'unica crescita auspicabile è quella della felicità
ANTONELLO CRESTI - videointervista esclusiva con la attivista ecologista HELENA NORBERG-HODGE
INGLESE con SOTTOTITOLI ITALIANI
Riprese, foto e montaggio: ANDREA RUFFI
Grazie a: GLORIA GERMANI
venerdì 26 settembre 2014
ENRICO GALOPPINI: Siamo alla frutta, eppure... la frutta fa bene!
Un fatto di
scarsa rilevanza ma significativo dell’attuale clima da “crisi” è accaduto a
Piacenza, dove, stando a quanto riportato da alcuni
giornali, il sindaco (del Pd) e l’assessore all’Istruzione, hanno
deciso di sostituire, nelle locali scuole d’infanzia, le due merende di metà
mattina e metà pomeriggio con della frutta. Ciò consente un risparmio di 40mila
euro annui - affermano dal municipio - in nome della “revisione di spesa” (la “Spending
Review”, ndr) che tutti, dallo Stato ai condomini, si affannano a
rincorrere operando i “tagli” necessari per restare dentro i famosi ed
assillanti parametri e limiti di spesa.
Qui non
vogliamo entrare nel merito della politica piacentina perché non la conosciamo
(tutti i partiti si faranno scudo dei bambini per inscenare la solita
pretestuosa ed inconcludente polemica), ma una questione va sollevata perché è
d’interesse generale.
Se la frutta
va a sostituire le famigerate merendine, o comunque alimenti ricchi di
carboidrati, grassi idrogenati e zuccheri, ciò non può che essere considerato
positivamente.
I nostri
bambini, intortati dalla pubblicità e mal educati dai genitori, s’ingozzano
com’è noto di schifezze che in diversi casi provocano in essi un’obesità
davvero ingiustificabile. La frutta – e specialmente quella consumata fuori dai
pasti – fa bene, anzi benissimo. Punto e basta.
Senza
arrivare agli estremismi dei “fruttariani”, tutti quanti dovremmo consumare
diverse porzioni di frutta al giorno, possibilmente di stagione e biologica,
per stare in salute.
Lo sanno
benissimo dove sono “più indietro” di noi. In un Paese del Medio Oriente,
ospite d’un convegno, m’è capitato di trovare, ad ogni intervallo e con mia
grande sorpresa, delle montagne di frutta d’ogni genere. Persino all’aeroporto
i convenuti erano stati deliziati da un buffet a base di frutta.
Poi si può
discutere di tutto il resto. Che il provvedimento non venga preso a scopi
salutistici; che si potrebbe “tagliare” altrove; che altri disservizi del
sistema scolastico non vengono affrontati eccetera.
Ma la si
smetta di trovare sempre un motivo per far polemica, anche quando – quasi
sicuramente per scopi che esulano da una consapevolezza di come si dovrebbe
vivere sanamente – il risultato di un provvedimento in “tempo di crisi” va,
provvidenzialmente, nella direzione giusta.
Poi, a costo
di diventare ossessivo, è opportuno ribadire che se “non ci sono i soldi”, di
questo dobbiamo ringraziare chi ci ha progressivamente rinchiuso nella “gabbia”
del cosiddetto debito, di cui l’euro – come abbiamo avuto modo di dire recensendo
l’ultimo libro di Claudio Moffa – è lo strumento principale.
Ma non ci
s’illuda che, mentre i politici “nazionali” fanno notoriamente orecchie da
mercante (o non capiscono un tubo), quelli locali prendano atto del problema
dei problemi. Continueranno a bisticciare per la “merendina”, ché quello è il
loro orizzonte mentale oltre il quale altro non concepiscono.
Che dire,
siamo alla frutta, senz’altro, ma almeno i bambini delle scuole dell’infanzia
di Piacenza, anche grazie alla “crisi”, mangeranno più sano.
mercoledì 24 settembre 2014
ROBERTO FRANCO: La verità dell'ultimo neofascista
Figura estremamente atipica e controversa, quella del terrorista nero Vincenzo Vinciguerra. Catanese di nascita, muove i primi passi politici negli anni ‘60 nell’ambito del MSI e quindi di Ordine nuovo udinese, di cui diviene uomo di punta.
Si rende colpevole di una strage quando, il 31 maggio 1972,
alcuni carabinieri, avvertiti dal suo camerata Carlo Cicuttini cercano di
aprire una 500 abbandonata con fori di proiettili, in località Peteano di
Sagrado (Gorizia): tre di loro moriranno
nell’esplosione di quest’ultima, mentre un quarto rimarrà gravemente ferito.
Ancora nell’ottobre dello stesso anno, a scopo di
autofinanziamento, pianifica il dirottamento di un Fokker 27 nel quale troverà
la morte il sodale Ivano Boccaccio.
Fugge dall’Italia nel 1974 per scampare
l’arresto in relazione a quest’ultimo episodio. Ritiene tuttavia - e lo dichiarerà nel libro “La strategia del
depistaggio” (Il Fenicottero, 1993) – che militari dell'Arma e servizi
sapessero del coinvolgimento suo e di Cicuttini nell'attentato di Peteano. Sono
troppi gli elementi a portare in quella direzione, è la sua convinzione.
Intorno alla strage di carabinieri è fiorita una serie incredibile di
depistaggi (non va dimenticato che le vittime erano militari e colleghi di
molti fra quanti indagavano), culminati nell'attribuzione fittizia di
responsabilità ad alcuni malavitosi locali, incastrati sulla base di
testimonianze ben ricompensate e di indizi inesistenti.
La prima tappa della fuga di Vinciguerra è in Spagna, sotto
la protezione del regime franchista. Lì, a suo dire, comprende sino in fondo le
compromissioni di Ordine nuovo con il potere “democratico e atlantico” e decide di uscirne, legandosi ad Avanguardia
nazionale e al suo capo Stefano Delle Chiaie, conosciuto nella penisola
iberica.
Stando alla sua autobiografia, “Ergastolo per la libertà”
(Arnaud, 1989), anche i rapporti con i camerati di Avanguardia nazionale non
sono idilliaci, e ciò specialmente durante la latitanza argentina. Infatti dopo un soggiorno in Cile, Vinciguerra si era rifugiato
a Buenos Aires. Si tratta di permanenze molto sospette per uno che afferma di
avere compiuto una scelta attivamente anti-atlantista, soprattutto perché
resta inserito con funzioni operative
nel network di Avanguardia nazionale e, dunque, rimane al servizio quantomeno
dei regimi di Franco in Spagna e di Pinochet in Cile. Vinciguerra non ha mai
spiegato interamente cosa fosse successo nei lunghi anni della latitanza: nel
libro succitato sembra talora arrampicarsi un po’ sugli specchi, forse
anche per la necessità di coprire persone ancora in vita.
Rientrato in Italia nel ’79, nell’84 decide di dare notizia
alla magistratura (e non di “confessare”, precisa) del ruolo da lui ricoperto
nella strage di Peteano. Lo fa, a suo
dire, non per “pentimento”, ma per chiarire la collusione di Ordine nuovo e del
resto del neofascismo, parlamentare e non, con le istituzioni. Quelle stesse
istituzioni, democratiche e atlantiste che i neofascisti asserivano invece di
voler combattere. L’attentato di Peteano, secondo Vinciguerra, è stato l’unico
nella triste storia delle stragi ad essere compiuto “contro” lo Stato e i suoi
rappresentanti, proprio poiché rivolto a carabinieri in servizio e non a
civili.
Da detenuto intraprende a quel punto una battaglia per un
ergastolo che preveda la sua piena e autonoma responsabilità (non coinvolge il
telefonista Cicuttini, riconosciuto in una telefonata registrata dalla polizia,
finché la condanna di quest’ultimo non passa in giudicato), e la sua
indipendenza dalle vergognose omissioni
e dai depistaggi da parte dello Stato - carabinieri e polizia - attuati a sua
insaputa e, comunque, contro la sua volontà. Condannato all'ergastolo in primo grado,
rinuncia all’appello: dichiara di voler dimostrare così di non avere ammesso le
proprie responsabilità per ottenere benefici di sorta. Viene comunque
trascinato in appello, dove i giudici riconfermano la condanna alla massima
pena.
Da questo momento comincia una collaborazione con la
magistratura: vuole far uscire allo scoperto quella che lui considera la verità,
cioè la completa sottomissione del neofascismo extraparlamentare e non, alle
logiche dell’atlantismo e dei suoi rappresentanti in Italia.
Darà un importante contributo allo sforzo di comprensione
del giudice istruttore Guido Salvini, che grazie anche a lui può riaprire, a
metà anni Novanta, i processi sulle stragi attribuite a Ordine nuovo, a partire
da quella di Piazza Fontana. Anche se un solo imputato (Carlo Digilio) verrà
condannato in via definitiva, la sentenza-ordinanza del ‘95 del magistrato
milanese rimarrà uno spartiacque di estrema importanza nell’ambito della
storicizzazione della destra eversiva.
Ma Vinciguerra rifiuterà sempre il ruolo di “collaboratore”: non ritiene ad esempio di
parlare di quei camerati che egli considera aver agito in buona fede, indicando
solamente i “traditori” di un fascismo che per lui doveva essere anti-atlantico
e anti-sistema. E non altro.
Ma questa strategia finisce per forza di cose per diventare
troppo ambigua. Per questo, nel 1993, il neofascista interrompe per la seconda
volta il “dialogo” con la magistratura. Questa volta per sempre.
Non rinuncia tuttavia a portare avanti la sua battaglia di
“soldato politico” con la memorialistica. La sua ultima uscita si intitola
“Stato d’emergenza” (2013, edito in proprio), e raccoglie una serie di scritti
– dal 1999 al 2013 - sulla strage di piazza Fontana con l’intento di far luce
sulla carneficina avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969.
Queste episodio si colloca, secondo Vinciguerra, in uno
scenario di continuità con le stragi successive: quella alla Questura di Milano
(1973), dell’Italicus (1974), di piazza Loggia (1974) e finanche la strage di
Bologna (1980), oltre a un gran numero di attentati falliti per cui individua
vari centri operativi: Roma, Milano, Mestre-Venezia, Trieste, cui si aggiungerà
in seguito la Toscana. Per lui tali attentati sono parte di un unico disegno
criminoso: fa notare che gli imputati in tutti i processi scaturiti dalle
indagini di Salvini sono più o meno gli stessi, e sostiene che il non
raggruppare tutti i procedimenti in uno solo abbia costituito un grave handicap
per l’accertamento della verità. Vedremo più in là i punti salienti di questa
tesi
Innanzitutto Vinciguerra ravvisa un coordinamento fra le
azioni di MSI, Ordine nuovo, Avanguardia nazionale e Fronte nazionale di Junio
Valerio Borghese.
Avanguardia nazionale di scioglie nel ’65 ma solo
formalmente, e i suoi aderenti finiscono in parte negli altri gruppi eversivi.
Il loro scopo è soprattutto fare manovalanza “coperta” per azioni di guerra non
ortodossa, come l’operazione di affissione di manifesti “cinesi” (in realtà
filo-sovietici a dispetto del nome) nel febbraio ’66, promossa dal direttore
del “Borghese” Mario Tedeschi per conto dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero
degli Interni. Obiettivo di questa operazione è creare divisione nella
sinistra.
Avanguardia nazionale non mancherà di ricattare in seguito
Tedeschi (e, tramite lui, Umberto Federico D’Amato, capo dell’Ufficio Affari
Riservati) su questa questione.
Ordine nuovo invece rientra nel MSI alla vigilia della
strage di Piazza Fontana, per procurarsi un “ombrello” parlamentare in vista
del piano eversivo. Il Movimento politico ordine nuovo di Clemente Graziani si
scinderà dalla casa madre solo formalmente, mentre nel dicembre 1968 si
costituisce ufficialmente il Fronte nazionale di Borghese, il cui fallito golpe
della fine del ‘70 è ritenuto da Vinciguerra un mero
tentativo di replica di quello programmato per il fatale dicembre del ’69.
La famosa velina del Sid che a ridosso della strage del 12
dicembre indica in Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie e Yves Guérin Sérac i
responsabili degli attentati di Roma, non è frutto di una trappola del servizio
militare - da cui Ordine nuovo dipende -
contro Avanguardia nazionale (facente capo al Servizio civile), ma
rappresenta una forma di “avvertimento” e di “ricatto”. Per il fascista catanese,
nonostante la rivalità tra i due gruppi extraparlamentari (che culminano
persino, a suo avviso, nell’uccisione di Carmine Palladino figura di prestigio di Avanguardia
nazionale, da parte dell’ordinovista Pierluigi Concutelli nel carcere di Novara, nel 1982), le relative
azioni sono state sempre parte di un
unico disegno. Resterebbe da spiegare come mai per alcuni anni dopo
l’assunzione di responsabilità su Peteano, Vinciguerra si consideri ancora
legato ad Avanguardia nazionale e lanci le sue accuse praticamente solo verso
Ordine nuovo.
Secondo lui il modello dell’atto terroristico da attribuire
ad anarchici o comunisti (con successive e violente manifestazioni in piazza
del MSI e la proclamazione dello stato di pericolo pubblico da parte del
Presidente della Repubblica) sarebbero gli obiettivi di tutte le stragi.
Obiettivi peraltro simili in parte alle vicende di sangue che ebbero luogo
durante il governo Tambroni del 1960, appoggiato dal MSI.
La visita in Italia del Presidente
americano Nixon il 27 febbraio del 1968 è costellata di violente manifestazioni
in piazza e attentati, mentre il Secolo d’Italia dedica un’intera pagina del
giornale ad avvertire il Presidente repubblicano che “l’Italia si prepara a
tradire gli impegni atlantici sottoscritti con gli Stati Uniti e portare i
comunisti al potere”. E’ probabile che, a detta dell’autore, anche a causa di
questi eventi, Nixon dia a Saragat un assenso di massima al Regime change – non
si sa quanto “soft”, che si va preparando nel Paese.
Saragat, infatti, a ridosso della
strage del 12 dicembre 1969, tenterà di proclamare lo stato di “pericolo
pubblico”, con sospensione delle garanzie costituzionali; ma sarà bloccato dal
veto dell’allora Presidente del Consiglio Mariano Rumor (insieme al Ministro
degli Interni Restivo), che compie anche la mossa decisiva (forse suggerita
indirettamente dai servizi segreti britannici) di vietare le manifestazioni in
piazza su tutto il territorio nazionale, vanificando così totalmente la
strategia del “Partito del golpe”.
Ed è proprio questa per Vinciguerra la ragione
principale per cui Mariano Rumor sarà
oggetto di un attentato a Milano il 17 marzo 1973, durante la cerimonia di
scoprimento di un busto del commissario Calabresi. L’attentatore, il sedicente
anarchico Gianfranco Bertoli, lancia una bomba a mano ma manca il bersaglio,
provocando però una cinquantina tra morti e feriti.
Nonostante le rivendicazioni offerte – l' attentato sarebbe stato di stampo
anarchico, rivolto contro la memoria di Calabresi per vendicare Pinelli - Bertoli ha sicuramente lavorato per il SIFAR,
è stato membro del movimento golpista Pace e libertà di Edgardo Sogno, ed era
in contatto con militanti francesi di Jeune Révolution, oltre che con gli
ordinovisti veneti.
Questa strana “doppia” natura di Bertoli può ricollegarsi a
quanto suggerito da Vinciguerra in un'altra parte del libro: ovvero l'esistenza
di una minoranza di anarchici che non solo per questioni filosofiche, ma
politiche (le persecuzioni da parte dei comunisti),in quegli anni potrebbero
essersi schierata con l’estrema destra.
In questo elenco egli non pone però Valpreda: secondo il
neofascista siciliano, questi non sarebbe mai stato un anarchico, ma uno
sbandato perfettamente a conoscenza della militanza di Merlino in Avanguardia
nazionale. “Si dimentica” dice l’autore in proposito “ che il presunto
“fascista” e il presunto “anarchico” (Merlino e Valpreda, NdR), nei loro
interrogatori hanno mantenuto all’unisono una comune linea di accusa contro gli
anarchici. Insieme accusano Ivo della Savia di detenzione di esplosivi, e
Pietro Valpreda offre alla polizia addirittura la soluzione del caso: il 9
gennaio 1970, difatti, indica in tale “Gino”, facilmente individuabile, il suo
sosia cha avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura
di Milano.” Si tratta di Tommaso Gino
Liverani, anarchico anche lui.
Sono quindi forti (anche pur sempre passibili di critica) le
argomentazioni che Vinciguerra porta a sostegno di uno stretto legame tra la
strage alla Banca dell'Agricoltura a Milano e la strage alla Questura della
stessa città.
Meno convincenti, invece, sono le sue tesi circa un
parallelismo tra la strage di Piazza Fontana
e la manifestazione missina del
14 dicembre - poi vietata da Rumor – con i fatti del ‘73 che egli ritiene
corrispondenti: la mancata strage del 7 aprile sul direttissimo Torino-Roma (un
evento in cui Nico Azzi, legato all'organizzazione milanese Fenice di Giancarlo
Rognoni, si fa esplodere una bomba in mano nel tentativo di innescarla, dopo aver
fatto bella mostra del giornale “Lotta continua”), e ai successivi incidenti
alla manifestazione missina del 12: i lanci di bombe SRCM da parte di
neofascisti di San Babila al seguito dei quali perde la vita l'agente di
polizia Antonio Marino. Bombe che risulteranno poi fornite dallo stesso Azzi
La tesi dell’appartenenza dei due delitti a un unico piano è
stata fatta propria anche da studiosi di vaglia come Franco Ferraresi; ma pure
ammettendo l’esistenza di un complotto originario, i missini avrebbero
proseguito nel proprio piano anche dopo avere ottenuto, con Azzi, il risultato opposto
a quello auspicato, cioè la dimostrazione definitiva
dinnanzi al popolo italiano che i fascisti (o alcuni di essi perlomeno),
mettevano le bombe? Sarebbero stati tanto autolesionisti, i missini, da mandare
i sanbabilini a tirare bombe proprio in un frangente del genere (per
denunciarli poco dopo)? E, infatti, a ridosso di quei tragici fatti il MSI
rischia lo scioglimento.
Ci sarebbe ancora molto da dire sul libro di Vinciguerra,
soprattutto sugli acuti spunti di indagine che egli riesce ancora a offrire su
Piazza Fontana. Ho scelto gli episodi sopra commentati per rilevare da un lato
la logica e la sapienza dell’autore nel porre determinati temi, dall’altro la
sua tendenza al ragionamento induttivo, per cui, trovato un dato schema, tende
a replicarlo ad libitum. Forse perché l’intento di Vinciguerra, prima ancora di offrire una verità
disinteressata a costo di un ergastolo, è quello di lasciare un’eredità
politica di “lotta”: tra coloro che ripongono fiducia in lui e nella sua
ricostruzione si contano la Comunità Politica di Avanguardia e la Federazione nazionale
combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Vinciguerra si proclama a tutt'oggi un nazionalsocialista e
non indifferenti a questa scelta sembrano i suoi attacchi antisemiti, spesso al limite del
grottesco.
Restano i dubbi sul personaggio. Che cosa ha fatto realmente
negli anni di latitanza e perché, pur costituitosi nel ’79, ha parlato di
Peteano solo nel 1984? Cosa nasconde il suo strano rapporto con Delle Chiaie?
E’ da ribadire, inoltre, che nessuno, oltre lui e Digilio, è stato condannato
con sentenza definitiva nei processi originati, del tutto o in parte, dalle sue
rivelazioni. Ma l’assurdo boicottaggio di cui è fatto oggetto, in primis dal
sistema carcerario, va contro il diritto di verità di un intero popolo. La
mancanza di un vero editore per questo libro ce lo ricorda.
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lunedì 22 settembre 2014
MANFREDI SCANAGATTA: Israele e Palestina. Una proposta.
Il problema è che ognuno di noi sente la necessità di schierarsi; non si riesce ad uscire dall'inganno della dicotomia; o si è buoni o si è cattivi e tendenzialmente la parte in cui tutti si sceglie di stare è sempre quella dei buoni.
Ecco che ci troviamo subito davanti ad un primo problema di ordine logico, se ambo le due parti si schierano dalla parte del bene, dov'è il male?
Uso termini semplici perché è nella semplicità che è necessario ritrovare l'origine del nostro pensare.
Il nuovo, violento, atroce, conflitto israelo-palestinese si sta giocando mediaticamente sulla creazione di due fronti, apertamente contrastanti, dove l'impossibilità del dialogo è il perno su cui si mantiene l'equilibrio dell'ignoranza.
Pensiamo davvero che si possa comprendere qualcosa della situazione che sta sconvolgendo la Palestina se prima non proviamo a comprendere cosa sia la Palestina? Vedere video di manifestanti israeliani che urlano cori inneggiando alla morte di tutti gli arabi mi fa capire come troppo spesso non si abbia idea della propria storia. Gli ebrei sono anche arabi, come gli arabi sono musulmani, cristiani e ortodossi.
Ma non ci sbagliamo, la natura di questo conflitto non è religiosa, lo so, è sorprendente.
1890 Nathan Birbaum conia il termine Sionismo, un movimento nazionalista che vuole il ritorno del popolo ebraico nella propria terra. La collina di Sion, nella Bibbia gli israeliti vengono spesso definiti figli di Sion. Nella Bibbia vengono spesso definiti, il conflitto non è religioso, ma una delle radici del problema si.
Chi appartiene a questa terra? No, la domanda è sbagliata, come posso pensare di trovare una risposta. Chi vive in questa terra? Ecco, meglio, chi vive in questa terra?
La tregua tra Hamas e Israele è fallita, l'Egitto, un tempo fiero sostenitore di tutte le questioni arabe sembra non voglia prendere una posizione, sembra dire, questo confine è mio, ma la terra è vostra.
La terra è vostra, non di palestinesi, non di israeliani, la terrà è di chi in quel momento su quella terra ci sta vivendo, lavorando, coltivando, costruendo. Non ci può essere altro metro per definire la proprietà di qualcosa.
Quanto sarebbe bello se si potesse davvero pensare la vita in questi termini, ma non si può, perché Hamas non riconosce lo stato di Israele, dunque non attribuisce agli israeliani il diritto di esistere.
Come se un essere umano possa realmente avere il diritto di riconoscere o permettere l'esistenza di un altro. L'essere è. Parmenide ci mette davanti all'inevitabilità della semplicità.
L'errore sta nel voler osservare questo conflitto senza ascoltare i richiami della storia.
Torniamo lì, dichiarazione di Balfour, anzi no, 1948, lo stato di Israele sorge lì dove dove gli ebrei hanno la loro più antica origine, è la terra Santa.
Lì dove Erode fece costruire una sinagoga sotto richiesta dell'impero romano per placare le rivolte della popolazione ebraica, un tempio che accogliesse la tomba di Abramo, Hibrahim, un profeta la cui vita si trova scritta nell'Antico Testamento e nel Corano, perché è in questa terra che le tre grandi religioni monoteiste trovano le proprie radici.
Ma tutto ciò è troppo difficile da raccontare, è molto più semplice usare delle categorie, creare delle curve da cui fare il tifo.
E allora continuiamo a Parlare di Gaza dimenticandoci che la Palestina esiste ed è uno stato riconosciuto dalle Nazioni Unite. Gaza è una prigione, da lì non si entra e non si esce. Gaza si bombarda mentre nel resto del territorio palestinese coloni ebrei continuano a costruire insediamenti illegali, continuano ad abbattere case e villaggi. Non è lo stato di Israele, non può farlo, con i suoi organi giuridici ha confermato che quelle terre appartengono ai palestinesi. È l'ignoranza che fa muovere i bulldozer ed è la fatica del riconoscere l'altro che permette la distruzione di pozzi, il controllo dell'acqua.
Levare l'acqua è levare la vita e su questo non ci possono essere obiezioni.
Continuiamo pure a dire che Israele ha bisogno di difendersi, che uno degli eserciti più armati e meglio addestrati del mondo abbia la possibilità di compiere atti inumani, mandare un sms per avvertire che entro pochi minuti la tua vita sarà completamente sconvolta da un bombardamento serrato su un mucchio di rovine. Hamas ha le mani sporche di sangue, ma non possiamo continuare a credere che la resistenza palestinese sia solo Hamas e che sia necessariamente islamizzata, è un popolo che non può e non deve accettare i soprusi di una forza che si presenta come colonialista.
C'è chi parla di genocidio, di pulizia etnica, di apartheid, tutti termini che si perdono nell'onda d'urto di un missile che colpisce una scuola; non ci servono, se non a creare sempre più serrate fazioni. Esseri umani stanno morendo. Io sto morendo, le vostre famiglie stanno morendo, mio sorella, mio padre sono già morti.
Non è una guerra, altrimenti ci sarebbero due eserciti, lo stato della Palestina non ha un esercito.
Rappresaglie, rancori, rapimenti, omicidi. La Palestina è in un costante stato d'assedio, se sei palestinese non sei proprietario della tua vita, non puoi autodeterminarti, se sei israeliano vivi nel terrore del terrorismo.
Il problema non risiede nell'esistenza di Israele, ogni popolo ha diritto ad uno stato, ma in chi non riconosce la possibilità a chiunque di vivere libero su un territorio dove ha la sua storia, le sue radici.
I muri, lunghi, alti resistenti; un sistema meraviglioso per preservare non la pace, non la sicurezza, ma solo l'ignoranza. Ostruire la vista, impedire di comprendere; ecco come si mantiene il controllo su un popolo: dandogli solo una voce da ascoltare.
Ma le voci sono tante e anche se non le si vuole sentire non le si può far tacere, così basta poco per scoprire che esistono realtà come Hagar, una scuola bilingue che ha sede a Be'er Sheva, in Israele, con classi miste di bambini ebrei e arabi, fondata da genitori che volevano dare ai propri figli la possibilità di conoscere “l'altro”; o organizzazioni come Parent Circle, composta da chi ha perso dei parenti in un conflitto che dura da sessantasei anni; c'è il fratello di chi è morto fuori da una discoteca a Telaviv in seguito ad un attentato suicida o la madre di chi non è riuscito a scappare da una bomba che arrivava dal cielo, uniti insieme nella follia della perdita. Nel loro ultimo comunicato sono stati chiari, non vogliono che l'organizzazione cresca, il sogno è che presto non debba più esistere.
Riportiamo il tutto nell'uno, abbattiamo i muri, abbandoniamo la strada del terrorismo, chiudiamo i check point, alziamo due bandiere. Un territorio, due popoli, due stati.
lunedì 1 settembre 2014
ANTONELLO CRESTI: Uniamo il pensiero ribelle!
Intervista a cura di: PIOTR ZYGULSKI
Antonello Cresti, per iniziare, si presenti.
Come recitano le mie biografie standard sono un saggista e compositore, più in generale un appassionato di idee, creazioni ed ambientazioni “nascoste”. Le mie assolute passioni sono la cultura tradizionale britannica, la controcultura e la musica underground, e utilizzo questo bagaglio di conoscenze non propriamente “mainstream” per approcciare da un punto di vista eccentrico anche altre problematiche. Ho pubblicato CD, libri, ho fatto programmi radiofonici, ho organizzato festival … Le vie della comunicazione culturale, insomma, mi intrigano tutte allo stesso modo!
Lo scorso anno ha lanciato il progetto “Idee In/Oltre”. Per quale motivo si è lanciato in questa avventura?
Idee In/Oltre nasce soprattutto dall’esigenza di coagulare un po’ di forze attorno ad un progetto di informazione/divulgazione non massificato. Usando facebook e i social network ci si rende conto che vi sono intelletti e spiriti liberi, ma che è difficile riunirli sotto un’unica sigla. Il blog che ho creato è un tentativo in questo senso, ed è anche un esperimento per capire quanto impatto possa avere un articolo (anche a mia firma) senza il supporto della testata di riferimento. Devo dire che in periodo ancora invernale qualche piccolo “miracolo” è accaduto, con punte di svariate migliaia di lettori per singolo articolo. Conto quindi di continuare nel tentativo di affiancare mie collaborazioni esterne (da Il Manifesto a Aam teranuova, a Rockerilla etc…) a questo progetto più organico. E pluribus unum, insomma!
venerdì 29 agosto 2014
ENRICO GALOPPINI: Il “pericolo” si annida davvero in moschea?
Premesso che
chiunque anche solo incoraggi, per non dire pianifichi, sul nostro territorio
nazionale, azioni che vadano a ledere l’incolumità di persone e cose dev’essere
prontamente messo in condizione di non nuocere da parte degli organi preposti alla
pubblica sicurezza, c’è da chiedersi cosa frulli per la testa di quei politici
che avanzano proposte come quella che segue:
BOLOGNA, 27 AGO - Nelle moschee
emiliano-romagnole si preghi in italiano. E' la proposta di Forza Italia che,
attraverso i consiglieri regionali Gian Guido Bazzoni e Luigi Giuseppe Villani,
ha interrogato sul tema la Giunta. I consiglieri domandano alla Giunta "se
non ritiene di dover attuare iniziative che agevolino la prevenzione ed il
controllo verso i fenomeni di estremismo islamico nel territorio
regionale" e "come valuta l'iniziativa di porre l'obbligo di
proferire in lingua italiana preghiere e discorsi all'interno delle moschee o
comunque dei luoghi dove i credenti musulmani si riuniscono". Inoltre,
"se ritiene di farsi portavoce in Conferenza Stato Regioni della richiesta
al Ministero dell'Interno di aumentare i controlli verso il fanatismo islamico,
specie sui territori regionali dove risulta abbiano maggiore diffusione".
I consiglieri ricordano poi che in provincia di Ravenna, in passato, "si
sono verificati svariati fatti riguardanti l'estremismo islamico che avrebbero
dovuto preoccupare le istituzioni locali riguardo la scarsa attenzione verso
questo pericoloso fenomeno". (ANSA). Y9C-GIO 27-AGO-14 16:44 NNNN
Questo tipo di “preoccupazioni”
non sono certo una novità, inscrivendosi nel clima di paura verso l’Islam
innescato a partire dal fatidico 11 settembre 2001. Il grave pericolo pubblico,
oltre che esterno, dev’essere percepito in tutta la sua mefistofelica perfidia anche all’interno, altrimenti hai voglia a
coinvolgere gli italiani nello “scontro di civiltà”…
Nemmeno è una novità
prendere atto che ogni roboante caso di “terrorismo islamico” in Italia sin qui
agitato s’è poi limitato agli scoppiettii mediatici, com’è documentato
oltremisura dal volume dell’avv. Corbucci Il terrorismo islamico. Falsità e
mistificazione. Ma si può pretendere che un parlamentare o un consigliere
regionale si prendano la briga di consultare un’opera di quasi duemila pagine?
Ma adesso, “il caso” lo si
costruisce preventivamente, insinuando il dubbio su chissà quali mostruosità
verranno proferite alle nostre ignare spalle, ogni venerdì, da quei predicatori
barbuti malintenzionati e fuori controllo.
D’altra parte, l’immigrazione
di massa, buona parte della quale è costituita da individui di fede islamica,
ce l’hanno imposta con ogni mezzo gli stessi (di destra, di centro e di
sinistra) che ora gridano “al lupo al lupo”. Quindi, se non volevano perdere il
sonno al pensiero di chissà quali trame vengono ordite nelle “moschee”
(perlopiù locali inadeguati adattati allo scopo) non avevano altro da fare che
non accodarsi alla versione unica che non prevede alcun dissenso verso
l’inevitabile esito della “società multietnica”.
Ma se vogliamo introdurre
qualche elemento “specialistico” (che ovviamente non verrà minimamente
considerato dai nostri “rappresentanti istituzionali”) c’è da dire che è una
follia pura e semplice affermare che la preghiera in moschea debba essere recitata
in Italiano. Questo perché, da quando esiste la religione dell’Islam, la
preghiera, dal Marocco all’Indonesia, si recita in Arabo, dato che l’Arabo è la
lingua della rivelazione coranica (già solo la traduzione in altre lingue del
Corano pone seri problemi d’ordine “teologico”, o meglio “operativo” nel senso
che questo termine riveste nell’ambito della ricerca spirituale a fini
“realizzativi”).
So benissimo si scrivere
cose arcinote a chi mi segue abitualmente ed ha dimestichezza con un approccio
“tradizionale”, ma spero ancora ingenuamente che qualchedun altro, nelle
“stanze dei bottoni”, possa aprire gli occhi su alcune fesserie senza capo né
coda rimbalzate dalle agenzie.
D’altronde, a meno che
alla fine s’intenda dichiarare anche il Corano un “manuale terroristico” (e
poi, a seguire, anche tutti gli altri
testi sacri che certamente non tessono le lodi della “modernità” e dei “nostri
valori occidentali”!), si può ancora scusare la confusione tra la preghiera
vera e propria ed il sermone del venerdì (khutba) che la precede (di
regola dovrebbe seguirla, ma in Italia, per ragioni legate agli orari di lavoro
della maggioranza dei fedeli musulmani, il sermone precede la preghiera).
Oltretutto, bisognerebbe
anche sapere che il sermone è da considerare parte integrante della preghiera
del venerdì, tant’è vero che la normale preghiera del mezzodì (zhuhr) consta
di quattro unità di preghiera (rak‘ât), mentre quella del venerdì di
due, il sermone assumendo il valore delle due ‘mancanti’.
Ma qui mi rendo conto di
scrivere cose incomprensibili per quelli che spero di far ravvedere un minimo.
Dunque, stabilito che per
le sûre coraniche da recitare nella preghiera vera e propria non si può
prescindere dall’Arabo, da sempre ed in ogni luogo (non sono ammirati i “tradizionalisti
cattolici”?), si potrebbe fare qualcosa al riguardo della khutba, giusto
per par intendere definitivamente che nel 99,99% dei casi – giusto per
concedere il beneficio del dubbio - non c’è nulla nascondere.
Figuriamoci infatti se in
un luogo che di questi tempi calamita ogni sorta di agente delatore ci si possa
lasciar andare ad affermazioni che configurano un pericolo per l’intera
comunità. Sarebbe semplicemente da pazzi irresponsabili, ed infatti quelle
volte che (forse) è successo, il predicatore in questione è finito
immediatamente “attenzionato”.
Se poi l’esito di certo
“incendiari sermoni” dovesse essere l’arruolamento nella cosiddetta “guerra
santa” contro gli stessi obiettivi strategici della Nato, non si capisce
davvero dove starebbe il problema! Ben vengano questi personaggi: non è vero
cari amici del “partito americano”?
Ma non si speri di vivere
in un’epoca governata dalla logica, perché, anzi, si divertono a strapazzarci
con ogni sorta di sollecitazione in un senso o nell’altro, onde disorientarci e
non farci capire praticamente più nulla.
Ed uno che non ci capisce
più nulla alla fine s’affiderà a chi gli fornirà una spiegazione chiara,
lineare e alla portata delle sue limitate capacità.
Perché non ci vorrebbe
molto ad avanzare proposte sensate come questa: sermone nella lingua della
maggioranza dei frequentatori della tal moschea (mica sono tutti arabofoni) e
relativa traduzione in Italiano.
Sempre che, beninteso,
essa vada a beneficio di fedeli italofoni, altrimenti non è detto che
l’Italiano benefici, per esempio, una minoranza di senegalesi in una moschea a
maggioranza marocchina.
Altrimenti il sospetto è
che il sermone in Italiano serva solo a facilitare il lavoro di spie che, alla
faccia della “spending review”, potrebbero essere utilizzate con maggior
costrutto altrove.
E poi, chi dovrebbe
fornire, in ogni moschea, un abile interprete simultaneo? Non si farebbe prima,
se davvero siamo in pericolo, a stabilire l’obbligo della consegna di una
registrazione del sermone alle autorità competenti? Così si darebbe un po’ di
lavoro a tanti laureati in Lingue disoccupati cronici.
Stabilito poi il principio
della pericolosità di tutto ciò che viene dichiarato in luogo pubblico, di
culto e non, in lingue diverse dall’Italiano, non sarebbe il caso di procurarsi
il testo di alcuni conciliaboli che si tengono all’interno di alcune ambasciate
di paesi “alleati”?
A maggior ragione dopo la
scoperta che praticamente tutti i telefoni dei “nostri” capi di Stato e Primi
ministri sono sotto il loro controllo. Il che, se permettete, mi pare un tantino
più preoccupante dei sermoni nelle moschee.
lunedì 25 agosto 2014
ANTONELLO CRESTI: Ecologia profonda, un pensiero per disinnescare la crisi
Uno dei più lampanti episodi di “falsa coscienza” presenti nella nostra società è senza dubbio quello dato dalla illusione che il problema ecologico sia oggi più percepito e più conosciuto rispetto ad alcuni decenni fa:
domenica 10 agosto 2014
ENRICO GALOPPINI: La propaganda "gender" in parata sull’Ansa
Il 2 agosto
2014 il sito dell’Ansa ha pubblicato una rassegna fotografica intitolata Da Zurigo a
San Pietroburgo, in parata per le strade, la cui immagine d’apertura
era assai eloquente al riguardo del tipo di “parate” contemplatevi…
Sottotitolo:
Ad Amburgo manifestazione contro ogni discriminazione. Gay Pride ad
Amsterdam.
A questo
punto mi son detto: vuoi vedere che alla fine ce l’han fatta ad imporre “la
sfilata dell’orgoglio gay” anche in Russia?
La cosa
m’aveva lasciato per la verità alquanto sbigottito e sgomentato, sia perché non
avevo captato segnali in tal senso, sia perché a settembre, a Mosca, si terrà
una conferenza dal titolo “Large Family and the Future of the Humanity” che - ça
va sans dire – ribadirà la lapalissiana definizione di famiglia naturale e
normale, in opposizione a qualsiasi tentativo d’introdurre gli Ogm anche in
questo fondamentale e delicatissimo ambito che va tutelato da ogni tipo di
devianza, costi quel che costi.
A sovrintendere
all’evento, che si terrà nella capitale russa dal 10 al
12 settembre, sarà un’organizzazione che beneficia dell’imprimatur
della dirigenza di una Nazione che, attraverso il suo presidente Putin, ha
preso in mano le redini di quella che senza mezzi termini è una battaglia di
civiltà e per questo viene attaccata e
vilipesa senza pietà da quelle sentine a cielo aperto che sono i
“media” occidentali.
Così, senza
nascondermi la preoccupazione di fare una scoperta terribile, mi sono messo a
scorrere le foto, non prima però d’aver letto il testo che le accompagnava e
che, dopo aver menzionato in serie i vari appuntamenti all’insegna della lotta
“contro ogni forma di esclusione e discriminazione”, terminava con queste
parole: “A San Pietroburgo invece ex paracadutisti russi ricordano la nascita
del corpo militare avvenuto 84 anni fa”.
“E che
c’azzecca?”, avrebbe esclamato Antonio Di Pietro?
Infatti non
c’azzecca nulla, ma serve a mescolare, in un unico calderone, appuntamenti
osceni come il Gay Pride di Amsterdam e demenzial-voyeuristico come la Street
Parade di Zurigo con eventi e manifestazioni che in comune con essi hanno il
solo pretestuoso particolare di svolgersi “per le strade”.
I redattori
dell’Ansa potevano infatti menzionare un qualsiasi altro raduno o processione
che si tengono in questo periodo, ma non l’hanno fatto.
Il perché è
presto detto. Si è voluto associare sottilmente tutta la panoplia di maschere
leopardate, abiti sadomaso e carri arcobaleno che ogni città “europea” che
voglia dirsi tale deve periodicamente sorbirsi ad un appuntamento “reducistico”
di tipo militare che per l’appunto non c’azzecca nulla ma aveva il ‘pregio’ di
tenersi nella seconda città più importante di tutte le Russie e che da anni è
l’obiettivo di chi intende esportare anche colà l’ideologia di genere e “Gay-friendly”.
In poche
parole, subliminalmente è stata fatta un’associazione tra la Russia e tutto
questo schifo.
Ma gli
autori di questa subdola operazione di propaganda – ai quali farebbe senz’altro
bene la lettura del saggio di E.
Perucchietti e G. Marletta, Unisex. La creazione dell’uomo “senza identità”
(Arianna Editrice, 2014) - hanno voluto esagerare. La quarta foto, infatti,
ritrae due ex parà russi, uno dei quali completamente rasato e con la mano di
un commilitone sulla spalla, che potrebbe dare adito a qualche fraintendimento…
La foto
successiva, poi, conferma la prima impressione: un simulacro grottesco di un militare
russo che, appuntata sul petto, tiene un’immagine dell’odiato “zar” ritoccata
in maniera da trasformarlo in un pagliaccio “omosex”.
La triste e
sconfortante galleria porno… ehm, fotografica offerta dalla principale agenzia
giornalistica italiana prosegue con le solite trite e ritrite carnevalate, tra
emuli dei Village People e autentici fenomeni da Circo Barnum, culminando con
un augurio espresso da una coppia di donne (?), l’una con lo straccetto della
“pace” in mano, l’altra inalberando un cartello con su scritto: “One day, we’ll
march in Iran”.
Per ora, finché
durerà la sopportazione delle persone sane di mente, s’accontentino di sciamare
le nostre città, ché anche la loro “Onda Verde”, preludio di quella arcobaleno,
per adesso s’è infranta contro il provvidenziale frangiflutti della Repubblica
Islamica.
Che cosa non
si fa per introdurre l’“ideologia di genere”… Ma è proprio il caso di dire che
questa volta l’Ansa è proprio andata a… parare male!
LEONARDO VITTORIO ARENA: La filosofia di Robert Wyatt
Un drumming che
eludeva le asperità dei tempi dispari non portando il tempo, smentendo il
compito primario di ogni batterista “rispettabile”… Questa voce che, durante i
’60, nelle prime band di Robert, prima dei Soft, inclinava ai contorcimenti di
un Van Morrison, preso a modello delle cover nei locali da ballo, voce acerba,
che Robert non ama riascoltare nei nastri. Una voce con cui non si identifica,
e che è sempre cambiata, dal momento in cui ha scritto lui stesso le canzoni;
il lavoro di Robert nelle cover resta ancora oggi appassionante e sentito, come
nella sua struggente versione di What A Wonderful World, dove predomina questa
voce malinconica, e anche gaia a tratti, dove il miscuglio tra i due sentimenti
è talmente forte da non poterli distinguere. Come ricorda Nietzsche nella Gaia
scienza, dove c’è un grande piacere c’è un grande dolore, e viceversa, non
potendo mai darsi la loro assoluta separazione. Una voce che, anche nelle
occasionali stonature live, nelle prime esecuzioni dei Soft Machine, è sempre
convincente e incisiva. "Mi piace sapere come suonano le note, come sono le
parole di una canzone e il modo più efficace per accostarvisi. È determinante
che io non aspiri a una performance di tipo attoriale (in an actor kind of way)" [...]
tratto da:
La filosofia di Robert Wyatt. Dadaismo e voce. (Mimesis Edizioni)
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