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mercoledì 24 settembre 2014

ROBERTO FRANCO: La verità dell'ultimo neofascista




Figura estremamente atipica e controversa, quella del terrorista nero Vincenzo Vinciguerra. Catanese di nascita, muove i primi passi politici negli anni ‘60 nell’ambito del MSI e quindi di Ordine nuovo udinese, di cui diviene uomo di punta.
Si rende colpevole di una strage quando, il 31 maggio 1972, alcuni carabinieri, avvertiti dal suo camerata Carlo Cicuttini cercano di aprire una 500 abbandonata con fori di proiettili, in località Peteano di Sagrado  (Gorizia): tre di loro moriranno nell’esplosione di quest’ultima, mentre un quarto rimarrà gravemente ferito.
Ancora nell’ottobre dello stesso anno, a scopo di autofinanziamento, pianifica il dirottamento di un Fokker 27 nel quale troverà la morte il sodale Ivano Boccaccio.
Fugge dall’Italia nel 1974 per scampare l’arresto in relazione a quest’ultimo episodio. Ritiene tuttavia  - e lo dichiarerà nel libro “La strategia del depistaggio” (Il Fenicottero, 1993) – che militari dell'Arma e servizi sapessero del coinvolgimento suo e di Cicuttini nell'attentato di Peteano. Sono troppi gli elementi a portare in quella direzione, è la sua convinzione. Intorno alla strage di carabinieri è fiorita una serie incredibile di depistaggi (non va dimenticato che le vittime erano militari e colleghi di molti fra quanti indagavano), culminati nell'attribuzione fittizia di responsabilità ad alcuni malavitosi locali, incastrati sulla base di testimonianze ben ricompensate e di indizi inesistenti.
La prima tappa della fuga di Vinciguerra è in Spagna, sotto la protezione del regime franchista. Lì, a suo dire, comprende sino in fondo le compromissioni di Ordine nuovo con il potere “democratico e atlantico” e decide di uscirne, legandosi ad Avanguardia nazionale e al suo capo Stefano Delle Chiaie, conosciuto nella penisola iberica.
Stando alla sua autobiografia, “Ergastolo per la libertà” (Arnaud, 1989), anche i rapporti con i camerati di Avanguardia nazionale non sono idilliaci, e ciò specialmente durante la latitanza argentina. Infatti dopo un soggiorno in Cile, Vinciguerra si era rifugiato a Buenos Aires. Si tratta di permanenze molto sospette per uno che afferma di avere compiuto una scelta attivamente anti-atlantista, soprattutto perché resta  inserito con funzioni operative nel network di Avanguardia nazionale e, dunque, rimane al servizio quantomeno dei regimi di Franco in Spagna e di Pinochet in Cile. Vinciguerra non ha mai spiegato interamente cosa fosse successo nei lunghi anni della latitanza: nel libro succitato sembra talora arrampicarsi un po’ sugli specchi, forse anche per la necessità di coprire persone ancora in vita.
Rientrato in Italia nel ’79, nell’84 decide di dare notizia alla magistratura (e non di “confessare”, precisa) del ruolo da lui ricoperto nella strage di Peteano. Lo fa,  a suo dire, non per “pentimento”, ma per chiarire la collusione di Ordine nuovo e del resto del neofascismo, parlamentare e non, con le istituzioni. Quelle stesse istituzioni, democratiche e atlantiste che i neofascisti asserivano invece di voler combattere. L’attentato di Peteano, secondo Vinciguerra, è stato l’unico nella triste storia delle stragi ad essere compiuto “contro” lo Stato e i suoi rappresentanti, proprio poiché rivolto a carabinieri in servizio e non a civili.
Da detenuto intraprende a quel punto una battaglia per un ergastolo che preveda la sua piena e autonoma responsabilità (non coinvolge il telefonista Cicuttini, riconosciuto in una telefonata registrata dalla polizia, finché la condanna di quest’ultimo non passa in giudicato), e la sua indipendenza dalle vergognose  omissioni e dai depistaggi da parte dello Stato - carabinieri e polizia - attuati a sua insaputa e, comunque, contro la sua volontà. Condannato all'ergastolo in primo grado, rinuncia all’appello: dichiara di voler dimostrare così di non avere ammesso le proprie responsabilità per ottenere benefici di sorta. Viene comunque trascinato in appello, dove i giudici riconfermano la condanna alla massima pena.
Da questo momento comincia una collaborazione con la magistratura: vuole far uscire allo scoperto quella che lui considera la verità, cioè la completa sottomissione del neofascismo extraparlamentare e non, alle logiche dell’atlantismo e dei suoi rappresentanti in Italia.
Darà un importante contributo allo sforzo di comprensione del giudice istruttore Guido Salvini, che grazie anche a lui può riaprire, a metà anni Novanta, i processi sulle stragi attribuite a Ordine nuovo, a partire da quella di Piazza Fontana. Anche se un solo imputato (Carlo Digilio) verrà condannato in via definitiva, la sentenza-ordinanza del ‘95 del magistrato milanese rimarrà uno spartiacque di estrema importanza nell’ambito della storicizzazione della destra eversiva.
Ma Vinciguerra rifiuterà sempre il ruolo  di “collaboratore”: non ritiene ad esempio di parlare di quei camerati che egli considera aver agito in buona fede, indicando solamente i “traditori” di un fascismo che per lui doveva essere anti-atlantico e anti-sistema. E non altro.
Ma questa strategia finisce per forza di cose per diventare troppo ambigua. Per questo, nel 1993, il neofascista interrompe per la seconda volta il “dialogo” con la magistratura. Questa volta per sempre.
Non rinuncia tuttavia a portare avanti la sua battaglia di “soldato politico” con la memorialistica. La sua ultima uscita si intitola “Stato d’emergenza” (2013, edito in proprio), e raccoglie una serie di scritti – dal 1999 al 2013 - sulla strage di piazza Fontana con l’intento di far luce sulla carneficina avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969.
Queste episodio si colloca, secondo Vinciguerra, in uno scenario di continuità con le stragi successive: quella alla Questura di Milano (1973), dell’Italicus (1974), di piazza Loggia (1974) e finanche la strage di Bologna (1980), oltre a un gran numero di attentati falliti per cui individua vari centri operativi: Roma, Milano, Mestre-Venezia, Trieste, cui si aggiungerà in seguito la Toscana. Per lui tali attentati sono parte di un unico disegno criminoso: fa notare che gli imputati in tutti i processi scaturiti dalle indagini di Salvini sono più o meno gli stessi, e sostiene che il non raggruppare tutti i procedimenti in uno solo abbia costituito un grave handicap per l’accertamento della verità. Vedremo più in là i punti salienti di questa tesi
Innanzitutto Vinciguerra ravvisa un coordinamento fra le azioni di MSI, Ordine nuovo, Avanguardia nazionale e Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese.
Avanguardia nazionale di scioglie nel ’65 ma solo formalmente, e i suoi aderenti finiscono in parte negli altri gruppi eversivi. Il loro scopo è soprattutto fare manovalanza “coperta” per azioni di guerra non ortodossa, come l’operazione di affissione di manifesti “cinesi” (in realtà filo-sovietici a dispetto del nome) nel febbraio ’66, promossa dal direttore del “Borghese” Mario Tedeschi per conto dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni. Obiettivo di questa operazione è creare divisione nella sinistra.
Avanguardia nazionale non mancherà di ricattare in seguito Tedeschi (e, tramite lui, Umberto Federico D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati) su questa questione.
Ordine nuovo invece rientra nel MSI alla vigilia della strage di Piazza Fontana, per procurarsi un “ombrello” parlamentare in vista del piano eversivo. Il Movimento politico ordine nuovo di Clemente Graziani si scinderà dalla casa madre solo formalmente, mentre nel dicembre 1968 si costituisce ufficialmente il Fronte nazionale di Borghese, il cui fallito golpe della fine del ‘70 è ritenuto da Vinciguerra un mero tentativo di replica di quello programmato per il fatale dicembre del ’69.  
La famosa velina del Sid che a ridosso della strage del 12 dicembre indica in Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie e Yves Guérin Sérac i responsabili degli attentati di Roma, non è frutto di una trappola del servizio militare - da cui Ordine nuovo dipende -   contro Avanguardia nazionale (facente capo al Servizio civile), ma rappresenta una forma di “avvertimento” e di “ricatto”. Per il fascista catanese, nonostante la rivalità tra i due gruppi extraparlamentari (che culminano persino, a suo avviso, nell’uccisione di Carmine  Palladino figura di prestigio di Avanguardia nazionale, da parte dell’ordinovista Pierluigi Concutelli nel  carcere di Novara, nel 1982), le relative azioni  sono state sempre parte di un unico disegno. Resterebbe da spiegare come mai per alcuni anni dopo l’assunzione di responsabilità su Peteano, Vinciguerra si consideri ancora legato ad Avanguardia nazionale e lanci le sue accuse praticamente solo verso Ordine nuovo.
Secondo lui il modello dell’atto terroristico da attribuire ad anarchici o comunisti (con successive e violente manifestazioni in piazza del MSI e la proclamazione dello stato di pericolo pubblico da parte del Presidente della Repubblica) sarebbero gli obiettivi di tutte le stragi. Obiettivi peraltro simili in parte alle vicende di sangue che ebbero luogo durante il governo Tambroni del 1960, appoggiato dal MSI.
La visita in Italia del Presidente americano Nixon il 27 febbraio del 1968 è costellata di violente manifestazioni in piazza e attentati, mentre il Secolo d’Italia dedica un’intera pagina del giornale ad avvertire il Presidente repubblicano che “l’Italia si prepara a tradire gli impegni atlantici sottoscritti con gli Stati Uniti e portare i comunisti al potere”. E’ probabile che, a detta dell’autore, anche a causa di questi eventi, Nixon dia a Saragat un assenso di massima al Regime change – non si sa quanto “soft”, che si va preparando nel Paese.
Saragat, infatti, a ridosso della strage del 12 dicembre 1969, tenterà di proclamare lo stato di “pericolo pubblico”, con sospensione delle garanzie costituzionali; ma sarà bloccato dal veto dell’allora Presidente del Consiglio Mariano Rumor (insieme al Ministro degli Interni Restivo), che compie anche la mossa decisiva (forse suggerita indirettamente dai servizi segreti britannici) di vietare le manifestazioni in piazza su tutto il territorio nazionale, vanificando così totalmente la strategia del “Partito del golpe”.
Ed è proprio questa per Vinciguerra la ragione principale  per cui Mariano Rumor sarà oggetto di un attentato a Milano il 17 marzo 1973, durante la cerimonia di scoprimento di un busto del commissario Calabresi. L’attentatore, il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli, lancia una bomba a mano ma manca il bersaglio, provocando però una cinquantina tra morti e feriti.
Nonostante le rivendicazioni offerte –  l' attentato sarebbe stato di stampo anarchico, rivolto contro la memoria di Calabresi per vendicare Pinelli -  Bertoli ha sicuramente lavorato per il SIFAR, è stato membro del movimento golpista Pace e libertà di Edgardo Sogno, ed era in contatto con militanti francesi di Jeune Révolution, oltre che con gli ordinovisti veneti.
Questa strana “doppia” natura di Bertoli può ricollegarsi a quanto suggerito da Vinciguerra in un'altra parte del libro: ovvero l'esistenza di una minoranza di anarchici che non solo per questioni filosofiche, ma politiche (le persecuzioni da parte dei comunisti),in quegli anni potrebbero essersi schierata con l’estrema destra.
In questo elenco egli non pone però Valpreda: secondo il neofascista siciliano, questi non sarebbe mai stato un anarchico, ma uno sbandato perfettamente a conoscenza della militanza di Merlino in Avanguardia nazionale. “Si dimentica” dice l’autore in proposito “ che il presunto “fascista” e il presunto “anarchico” (Merlino e Valpreda, NdR), nei loro interrogatori hanno mantenuto all’unisono una comune linea di accusa contro gli anarchici. Insieme accusano Ivo della Savia di detenzione di esplosivi, e Pietro Valpreda offre alla polizia addirittura la soluzione del caso: il 9 gennaio 1970, difatti, indica in tale “Gino”, facilmente individuabile, il suo sosia cha avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura di  Milano.” Si tratta di Tommaso Gino Liverani, anarchico anche lui.
Sono quindi forti (anche pur sempre passibili di critica) le argomentazioni che Vinciguerra porta a sostegno di uno stretto legame tra la strage alla Banca dell'Agricoltura a Milano e la strage alla Questura della stessa città.
Meno convincenti, invece, sono le sue tesi circa un parallelismo tra la strage di Piazza Fontana  e  la manifestazione missina del 14 dicembre - poi vietata da Rumor – con i fatti del ‘73 che egli ritiene corrispondenti: la mancata strage del 7 aprile sul direttissimo Torino-Roma (un evento in cui Nico Azzi, legato all'organizzazione milanese Fenice di Giancarlo Rognoni, si fa esplodere una bomba in mano nel tentativo di innescarla, dopo aver fatto bella mostra del giornale “Lotta continua”), e ai successivi incidenti alla manifestazione missina del 12: i lanci di bombe SRCM da parte di neofascisti di San Babila al seguito dei quali perde la vita l'agente di polizia Antonio Marino. Bombe che risulteranno poi fornite dallo stesso Azzi
La tesi dell’appartenenza dei due delitti a un unico piano è stata fatta propria anche da studiosi di vaglia come Franco Ferraresi; ma pure ammettendo l’esistenza di un complotto originario, i missini avrebbero proseguito nel proprio piano anche dopo avere ottenuto, con Azzi, il risultato opposto a quello auspicato, cioè la dimostrazione definitiva dinnanzi al popolo italiano che i fascisti (o alcuni di essi perlomeno), mettevano le bombe? Sarebbero stati tanto autolesionisti, i missini, da mandare i sanbabilini a tirare bombe proprio in un frangente del genere (per denunciarli poco dopo)? E, infatti, a ridosso di quei tragici fatti il MSI rischia lo scioglimento.
Ci sarebbe ancora molto da dire sul libro di Vinciguerra, soprattutto sugli acuti spunti di indagine che egli riesce ancora a offrire su Piazza Fontana. Ho scelto gli episodi sopra commentati per rilevare da un lato la logica e la sapienza dell’autore nel porre determinati temi, dall’altro la sua tendenza al ragionamento induttivo, per cui, trovato un dato schema, tende a replicarlo ad libitum. Forse perché l’intento di Vinciguerra,  prima ancora di offrire una verità disinteressata a costo di un ergastolo, è quello di lasciare un’eredità politica di “lotta”: tra coloro che ripongono fiducia in lui e nella sua ricostruzione si contano la Comunità Politica di Avanguardia e la Federazione nazionale combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Vinciguerra si proclama a tutt'oggi un nazionalsocialista e non indifferenti a questa scelta sembrano i suoi  attacchi antisemiti, spesso al limite del grottesco.
Restano i dubbi sul personaggio. Che cosa ha fatto realmente negli anni di latitanza e perché, pur costituitosi nel ’79, ha parlato di Peteano solo nel 1984? Cosa nasconde il suo strano rapporto con Delle Chiaie? E’ da ribadire, inoltre, che nessuno, oltre lui e Digilio, è stato condannato con sentenza definitiva nei processi originati, del tutto o in parte, dalle sue rivelazioni. Ma l’assurdo boicottaggio di cui è fatto oggetto, in primis dal sistema carcerario, va contro il diritto di verità di un intero popolo. La mancanza di un vero editore per questo libro ce lo ricorda.
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mercoledì 26 febbraio 2014

ANDREA VIRGA: I neofascisti e la crisi ucraina



Senza ambiguità, i due principali movimenti di matrice neofascista in Italia, hanno sposato la causa dei nazionalisti ucraini. Forza Nuova era da anni in buoni rapporti con i nazionalisti di Svoboda, come testimoniano i numerosi incontri tra dirigenti dei due partiti, sia in Italia sia in Ucraina. Sul loro sito, hanno dato voce ad Andriy Voloshyn[1], rappresentante di Svoboda. Inoltre, il 21 febbraio, Roberto Fiore ha espresso sulla sua pagina facebook[2]vicinanza al loro alleato ucraino e giustificato l’abbattimento del governo di Yanukovych, accusato di essere corrotto e criminale.
CasaPound Italiaaveva anch’essacontatti con nazionalisti ucraini, come prova il caso di DmytroYakovets, militante di Leopoli morto in un incidente il 5 febbraio 2013, mentre affiggeva uno striscione di solidarietà per CPI.Già a dicembre, sul giornale online “Il Primato Nazionale”, de facto vicino al movimento (per tematiche e autori), era comparsa l’intervista ad un nazionalista ucraino di Tryzub, il movimento alla base diPravySektor[3]. Dopo l’accordo del 21 febbraio, un comunicato sulla pagina facebook di CPI[4]esprimeva soddisfazione per la presunta riconquista della sovranità. Anche l’intellettuale Gabriele Adinolfi ha continuamente argomentato a favore del sostegno ai nazionalisti ucraini e della loro «terza via»[5]. Non risultano pronunciamenti da parte della Fiamma Tricolore, però, anch’essa ha avuto in passato rapporti con Svoboda.
Entrambi hanno messo in guardia, è vero, contro il rischio di strumentalizzazione delle rivolte da parte delle forze europeiste e atlantiste a scapito della Russia e della stessa Ucraina. Allo stesso modo, non si può negare che Yanukovych fosse un oligarca corrotto, che nel corso degli anni aveva perso ampia parte del consenso di cui godeva, a causa della sua politica ondivaga e clientelare. Tuttavia, le loro posizioni restano inaccettabili, ed è perciòil caso di confutare gli argomenti addotti a loro sostegno. Alla loro base, c’è stata l’ingenuità di ascoltare la sola campana dei nazionalisti ucraini, a cui si è voluto dare maggiore credito, in quanto “camerati” e in quanto autoctoni, senza vagliare criticamente la loro propaganda antirussa. Per quanto sia comprensibile la loro opposizione alla dominazione sovietica, molte delle loro accuse sono storicamente false. La scarsa conoscenza del contesto storico-culturale da parte degli Italiani ha fatto il resto.

Il mito dell’oppressione russa

Innanzitutto, gli Ucraini, come popolo, hanno una genesi molto simile ai loro vicini Russi e Bielorussi. La culla della civiltà russa fu proprio Kiev, primo Stato fondato dalle tribù slave orientali con il concorso dei vichinghi svedesi, a cui seguirono varie altre città stato, come Mosca e Novgorod. Lo sviluppo di una differente lingua e cultura fu dovuto in particolar modo a secoli di dominazione polacca, la quale “occidentalizzò” gli Ucraini, ma essi rimangono in ampia parte affini ai loro vicini Russi, per lingua, religione (russo ortodossa), ceppo etnico, storia. Inoltre, non si può non tenere conto della presenza di milioni di Ucraini in Russia (specialmente nelle regioni dell’alto Don e del Kuban) e viceversa la forte presenza russa nell’Ucraina meridionale e orientale, che fanno sì che sia difficile tracciare un confine netto tra le due nazioni.
In secondo luogo, le politiche di russificazione furono iniziate dagli Zar, ben prima dell’URSS, ma procedettero a fasi alterne. Nella prima metà del XIX secolo, ad esempio, i patrioti ucraini fuggiti dalla Galizia austriaca trovavano rifugio in suolo russo. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, fino all’inizio degli anni ’30, addirittura, era invalso un processo di ucrainizzazione, a favore della cultura e dell’identità nazionale ucraina, a partire dalla costituzione di una Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, cofondatrice dell’Unione e seconda per importanza solo alla RSFS Russa. Dopo Stalin, salirono al potere un ucraino, Nikita Chruscev, e un russo-ucraino, Leonid Brezhnev.
Anche la dekulakizzazione e la terribile carestia (Holodomor) causata dalla collettivizzazione forzata dell’agricoltura non possonopropriamente essere considerate un genocidio mirato a distruggere gli Ucraini, dato che colpirono tutta la parte meridionale dell’URSS, uccidendo anche Russi, Kazaki ed altri. Lo stesso numero dei mortiviene spesso gonfiato addirittura oltre i 10 milioni, quando più probabilmente, considerando le sole vittime ucraine in Ucraina si scende ad un terzo di questa cifra.
Viceversa,unmito da sfatare è quello di una pacifica occupazione dell’Ucraina da parte delle forze dell’Asse. Se è vero che inizialmente i Tedeschi furono visti come liberatori, tuttavia, questi non si fecero scrupolo di reprimere con la violenza ogni forma di resistenza, coinvolgendo la popolazione civile, e di sfruttare le risorse locali per il proprio sforzo bellico. Addirittura, il sistema sovietico di fattorie collettive fu mantenuto per rendere più efficiente la produzione agricola. Gli stessi nazionalisti ucraini dell’Esercito Insurgente Ucraino finirono per combattere anche contro i Tedeschi, nonostante vi fossero stati anche rapporti di collaborazione.Il costo dell’invasione tedesca ammontò a 6 milioni di civili e 1,7 milioni di militari ucraini morti.Non ho visto il minimo accenno a questa tragedia. Certo è che se si vuole far del negazionismo a buon mercato, cosa che nell’area non manca, pur di esaltare l’eroica crociata antibolscevica, è un altro discorso.
In sintesi, non è falso che vi siano state politiche di assimilazione da parte dei governanti russi, ma non possono essere addebitate alla sola URSS e la loro entità effettiva risulta alquanto esagerata da parte dei nazionalisti ucraini. Parlando di dati e cifre, secondo il censimento del 1926, 80% della popolazione dello Stato era di etnia ucraina, mentre nel 1939 questa percentuale era scesa al 76,5% e nel 1989 al 72,7%: un calo di proporzioni certo non drammatiche. Inoltre, nel corso degli anni, gruppi etnici misti, come i Cosacchi del Kuban, cessarono di identificarsi come Ucraini per considerarsi invece Russi, data anche la vicinanza tra queste due nazioni.

Il mito dell’autodeterminazione

Il secondo grave errore di valutazione riguarda l’attuale rapporto tra Federazione Russa e Ucraina. Si è parlato con incredibile leggerezza di «imperialismo russo», considerandolo equivalente a quello statunitense che attanaglia l’Europa. Addirittura, CPI, nella sua nota, afferma: «auspichiamo che gli ucraini lottino per avere uno stato sovrano, con una banca nazionale pubblica e una propria moneta, che faccia accordi commerciali con chicchessia ma nell'esclusivo interesse dell'Ucraina». Sarebbe bastato informarsi rapidamente, per rendersi conto che la Banca Nazionale di Ucraina è già pubblica[6],ed emette una propria moneta, la Grivnia.
Anche relativamente ai rapporti con la Russia, va detto che questi sono stati piuttosto alterni: solo le presidenze di Leonid Kuchma (1994 – 2005) e di Viktor Yanukovych (dal 2010) hanno mostrato una chiara vicinanza politica a Mosca. Entrambi, però, pur provenendo dalle regioni russofone, hanno cercato una conciliazione con il resto del Paese. Non a caso, nel 1999, il principale sfidante di Kuchma è stato il comunista filo-russo Petro Symonenko. Anche loro, infatti, hanno portato avanti politiche di apertura verso il libero mercato e gli investimenti stranieri, specialmente europei. Queste tendenze occidentaliste sono state più forti durante la presidenza di Leonid Kravchuk (1991 – 1994) e Viktor Yushchenko (2005 – 2010), i quali hanno assunto posizioni a volte antagoniste nei confronti della Russia, come il sostegno alla Georgia durante il conflitto del 2008 e la vicinanza alla NATO e alla UE, oltre alle dispute territoriali nel Mare di Azov e in Crimea. Insomma, è tutto fuorché uno Stato vassallo, come sostenuto da certi sciovinisti locali.
Che esista una forte interdipendenza economica tra Ucraina e Russia è un dato di fatto, eredità di secoli d’integrazione di queste regioni nello spazio russo, il quale ha lasciato una serie di questioni aperte al momento dell’indipendenza ucraina: prima di tutto, la presenza di armi nucleari e basi militari sovietiche, a partiredalla sede della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli. In secondo luogo, le industrie turistiche, cantieristiche, siderurgiche ed estrattive dell’Ucraina meridionale e orientale erano inserite nel sistema produttivo sovietico. Ad oggi comunque, il principale partner commerciale dell’Ucraina è l’Unione Europea, con il 26,6% delle esportazioni e il 31,2% delle importazioni[7], insieme con la Federazione Russa (rispettivamente 23,3% e 19,2%). Anche negli investimenti stranieri, la Russia è in compagnia di Stati Uniti, Germania e Olanda (la Shell). Anche la dipendenza dell’Ucraina, per oltre tre quarti, dal gas e dal petrolio russo è un’arma a doppio taglio, dato che questo Paese controlla parte degli oleodotti che collegano Russia ed Europa (da cui la necessità dei progetti North Stream e South Stream).
Perciò, non si vede proprio come si possa sostenere che la Russia eserciti un dominio imperialista sull’Ucraina o limiti in qualche modo la sua sovranità. È vero che c’è una base militare a Sebastopoli, città abitata in grande maggioranza da Russi, regolarmente affittata per vent’anni dal 1997 al 2017, tuttavia non è forse lo stesso per la Siria, dove vi sono installazioni navali russe a Tartus? Eppure, nessuno si è sognato di dire che la sovranità siriana sia oppressa dalla presenza militare russa. Tanto meno, ciò può essere paragonato all’occupazione militare dell’Europa occidentale (in particolare Germania e Italia), seguita all’invasione statunitense. D’altra parte, Bielorussia e Kazakistan, membri a tutti gli effetti dell’Unione Eurasiatica, e stretti alleati della Russia, conservano gelosamente la propria sovranità, rimanendo più indipendenti di quanto non siano i vari Paesi europei nei confronti della UE.
Infine, la presenza russa in Ucraina è stata erroneamente attribuita alle politiche sovietiche, ma anche questo non risponde al vero. Le regioni dell’Ucraina meridionale e orientali furono popolate da coloni russi già nel XVIII secolo, dopo che la sconfitta dei Tartari e dei Turchi che controllavano l’area. Circa un secolo dopo, lo sviluppo industriale attirò numerosi immigrati provenienti dalle regioni ucraine più interne. Tuttavia, ancora durante la guerra civile russa, nemmeno i nazionalisti ucraini rivendicarono la Crimea e la costa del Mar Nero, territori che erano peraltro occupati dalle Armate Bianche zariste, mentre le forze nazionaliste ucraine controllavano i territori occidentali e settentrionali, divisi poi tra Polonia e URSS.Questi territori furono comunque annessi alla R.S.S. Ucraina dopo la Guerra Civile, seguiti dalla Crimea nel 1954, ad opera dell’ucraino Chruscev, e in parte ucrainizzati.
Quindi, oggi, in Ucraina vi è una popolazione mista tra Ucraini ucrainofoni, Ucraini russofoni e Russi veri e propri. Questi ultimi, secondo l’ultimo censimento (2001), ammontavano al 17,2% della popolazione, mentre i russofoni totali erano il 30% della popolazione, per un totale di oltre 5 milioni di Ucraini che parlano principalmente russo. Russi e russofoni sono maggioritari solo in Crimea e nelle province di Donetsk e Luhansk, ma superano il 10% in tutte le province orientali e meridionali, e costituiscono un quarto della popolazione di Kiev.Questo mostra che candidati “filorussi” alla Presidenza come Kuchma, Yanukovych, e persino il comunista Symonenko, hanno goduto di un consenso decisamente più ampio rispetto alla semplice minoranza etnolinguistica, pur avendo la loro base elettorale in queste regioni.
Anche la presunta antipatia degli Ucraini nel loro insieme verso i Russi è minore di quanto non si affermi. Secondo un sondaggio, il 96% degli Ucraini avrebbe una buona opinione dei Russi[8]. Si tratterebbe quindi di una minoranza della popolazione, per quanto forte e agguerrita, a voler «autodeterminarsi» rompendo i legami con la Russia, non certo della popolazione ucraina nel suo insieme. Senza contare che l’assimilazione forzata o la cacciata dei Russi autoctoni, sarebbe moralmente deprecabile e difficilmente praticabile.

Il mito della Terza Via

Il grande totem dietro cui i neofascisti italiani si sono trincerati per giustificare la loro posizione è quello della terza posizione. Il problema è che questo modello aveva senso in un mondo bipolare. Tra il 1917 e il 1989, la presenza di un fronte comunista internazionale, guidato dalla superpotenza sovietica, opposto alle democrazie liberali e capitaliste dell’Occidente, poteva giustificare la costruzione di una terza via nazional-rivoluzionaria ed europeista.In realtà, già la scelta hitleriana di tradire l’alleanza con l’URSS per combattere su due fronti, si era rivelata materialmente insostenibile, e quindi catastrofica.
Nel dopoguerra, la presenza di due blocchi,per alcuni versi equivalenti,costituiva l’occasione per il sostegno meditato sia alle varie esperienze terziste (es. la Jugoslavia di Tito o l’India di Nehru), sia ai tentativi di autonomia all’interno dei blocchi (es. la Francia di De Gaulle o la Romania di Ceausescu), ma anche alle battaglie che indebolivano le due superpotenze, come la resistenza di Cuba o del Vietnam oppure dell’Afghanistan e dell’Ungheria. Nonostante la vittoria finale dell’Occidente, grazie anche alla sua capacità di dividere i suoi nemici (ragion per cui non è facile agire come una terza forza), questa prassi aveva liberato spazi di autonomia e sovranità nazionale rispetto agli imperialismi occidentali o sovietico.
Oggi, però, viviamo in un mondo unipolare dominato dall’egemonia politica, militare ed economica dell’Occidente liberalcapitalista, guidato dagli Stati Uniti. Le forze multipolari che avanzano, con i BRICS in testa, non sono ancora in grado di fronteggiare apertamente il nemico. Non lo è la Cina, ancora confinata nelle proprie acque territoriali, né la Russia, la cui potenza militare è un’ombra rispetto all’URSS. Non esiste quindi nessuna “seconda posizione”, da contrastare. La pretesa di una terza posizione, quindi, finisce per favorire il più forte.
Nel caso ucraino, vediamo chiaramente, che lo sforzo militante dei nazionalisti, i meglio organizzati e i più aggressivi nelle piazze, finora ha portato alla scarcerazione della Timoshenko, un’oligarca corrotta tanto quanto Yanukovych, e al predominio del suo partito e di quello del cittadino tedesco Klitschko.Bisognerebbe peraltro esaminare quanto le proteste siano rivolte contro il precedente governo, insostenibile anche agli occhi di Mosca, e quanto invece siano mosse da un’autentica avversione anti-russa, che è più probabilmente retaggio di una minoranza ideologizzata.
Le cose non vanno certo meglio per il principale partito nazionalista (l’unico presente in Parlamento), Svoboda. Nelloro programma,si dicono apertamente disposti a negoziare l’ingresso nella NATO e achiedere sostegno agli USA e al Regno Unito per difendere l’Ucraina e costituire un arsenale nucleare, nonché a militarizzare e rafforzare il Paese in chiave antirussa, concedendo addirittura basi militari alla NATO[9]. Inoltre, vorrebbero rafforzare i legami economici con la UE, incuranti dei disastri causati dalle politiche finanziarie europee in Paesi come la Grecia. Questi presunti nazionalisti sostengono senza mezzi termini l’assoggettamento della loro nazione!
Mentre FN si dichiara vicina a Svoboda, CPI simpatizza per movimenti più estremisti come SpilnaPrava (“Causa Comune”) ePravySektor (“Settore Destro”), i quali sono effettivamente fautori di una terza posizione equidistante tra Occidente e Russia, e intendono «utilizzare la strategia evoliana del “cavalcare la tigre”, cercando di utilizzare l’ondata di proteste e dirigerle verso posizioni rivoluzionarie nazionaliste». Tuttavia, essi stessi ammettono che «il “Right Sector” è però praticamente senza risorse economiche, perché non è sostenuto da nessun oligarca». L’affermazione più grave è però quella secondo cui «riteniamo comunque l’attuale opposizione liberale come un male minore e la consideriamo come un alleato temporaneo». In questo modo, si prestano ad essere loro stessi sfruttati come bassa manovalanza dalle forze liberali.
Ragioniamo però per assurdo e ipotizziamo che, nonostante tutto, i nazionalisti riescano a prendere il potere. Come sposterebbero la bilancia commerciale del Paese, già adesso in equilibrio tra Europa e Russia? Come tratterebbero la cospicua minoranza russofona, specie alla luce dei numerosi proclami riguardo alla destituzione del russo dallo status di lingua ufficiale? Se dovessero, come è probabile, peggiorare i rapporti con la Russia, come reagirebbero, se non intensificando i rapporti con l’Occidente, entrando quindi a far parte della sfera europea? Queste sono domande che ci si dovrebbe porre prima di manifestare il proprio sostegno, non dopo, una volta che il danno è fatto!
In conclusione, la causa nazionalista ucraina non pare certo nelle condizioni, visto il contesto politico e internazionale, di trasformare l’Ucraina in una potenza autonoma. Rinnegare la naturale alleanza alla pari con la Russia, non può che gettare il Paese nelle grinfie della più forte alleanza atlantica. Da vent’anni, la NATO avanza verso oriente, installando basi militari volte a minacciare e strangolare la Federazione Russa. Non si farà quindi sfuggire nessuna occasione per soggiogare l’Ucraina, a maggior ragione, se questa pretende di combattere da sola.L’«indipendenza ucraìna nella collaborazione ferma con la Russia di Putin» di cui parla Adinolfi non potrà certo essere realizzata da chi esprime posizioni antirusse!
D’altra parte, per la Russia, la caduta dell’Ucraina costituirebbe una grave sconfitta, con ripercussioni anche sugli altri teatri di resistenza contro l’imperialismo statunitense. Senza la base navale di Sebastopoli risulterebbe indebolita proprio la stessa Flotta del Mar Nero, deputata alle operazioni nel Mediterraneo, a sostegno della Repubblica Araba di Siria. Allo stesso modo, la presenza di basi atlantiche o uno stato di guerra civile in Ucraina indebolirebbero la potenza russa, già costretta alla difensiva, impedendole di rinforzare adeguatamente la Siria o l’Iran o l’America Latina.Coloro che, con una serie di iniziative e manifestazioni, finora hanno sempre sostenuto Assad e il suo popolo, dovrebbero tenerlo bene a mente.

Conclusione

In fin dei conti, ciò che colpisce è come molti neofascisti abbiano ragionato in termini non già politici, bensì tribali. Lo stesso errore compiuto da ampia parte della sinistra radicale a proposito delle fantomatiche masse proletarie arabe viene ora commesso dalla loro controparte. Adinolfi parla apertamente di «abbandonare le categorie del tifo e anche quelle dell’astrazione teorica per raggiungere un’empatia reale con chi ci è idealmente ed antropologicamente affine». Si tratta, sic et simpliciter, della rinuncia all’analisi razionale in nome di legami istintivi e personali, della negazione del realismo politico in favore dell’utopia romantica!Non basta riconoscersi in un comune universo di simboli o condividere ideali astratti per combattere fianco a fianco: sono le scelte concrete quelle che contano. E non è certo abbattendo le statue di Lenin o minacciando i negozianti ebrei, che si conduce una politica autenticamente nazional-rivoluzionaria e anticapitalista!
Bisognerebbe avere il coraggio di rompere anche con i presunti nazionalisti se si dimostrano essere strumenti del nemico. Invece, si presume che, solo perché sono “idealmente e antropologicamente affini” (senza tener conto delle differenze etnoculturali!) e indigeni del luogo, le loro narrazioni e le loro esperienze siano da prendere come oro colato. Questa è una grave ingenuità, che non può essere giustificata dalla pretesa attualista di anteporre la prassi alla teoria, pena il cadere in errori marchiani come questo. Naturalmente, il mio discorso presuppone che si tratti di una serie di equivoci e di malintesi, comprensibili se solo si tiene conto di quello che è il livello generale del neofascismo italiano.Se fossi più cinico o prevenuto, ammetterei senza mezzi termini che quest’area non è altro che la bassa manovalanza dell’atlantismo e della borghesia.