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mercoledì 24 settembre 2014

ROBERTO FRANCO: La verità dell'ultimo neofascista




Figura estremamente atipica e controversa, quella del terrorista nero Vincenzo Vinciguerra. Catanese di nascita, muove i primi passi politici negli anni ‘60 nell’ambito del MSI e quindi di Ordine nuovo udinese, di cui diviene uomo di punta.
Si rende colpevole di una strage quando, il 31 maggio 1972, alcuni carabinieri, avvertiti dal suo camerata Carlo Cicuttini cercano di aprire una 500 abbandonata con fori di proiettili, in località Peteano di Sagrado  (Gorizia): tre di loro moriranno nell’esplosione di quest’ultima, mentre un quarto rimarrà gravemente ferito.
Ancora nell’ottobre dello stesso anno, a scopo di autofinanziamento, pianifica il dirottamento di un Fokker 27 nel quale troverà la morte il sodale Ivano Boccaccio.
Fugge dall’Italia nel 1974 per scampare l’arresto in relazione a quest’ultimo episodio. Ritiene tuttavia  - e lo dichiarerà nel libro “La strategia del depistaggio” (Il Fenicottero, 1993) – che militari dell'Arma e servizi sapessero del coinvolgimento suo e di Cicuttini nell'attentato di Peteano. Sono troppi gli elementi a portare in quella direzione, è la sua convinzione. Intorno alla strage di carabinieri è fiorita una serie incredibile di depistaggi (non va dimenticato che le vittime erano militari e colleghi di molti fra quanti indagavano), culminati nell'attribuzione fittizia di responsabilità ad alcuni malavitosi locali, incastrati sulla base di testimonianze ben ricompensate e di indizi inesistenti.
La prima tappa della fuga di Vinciguerra è in Spagna, sotto la protezione del regime franchista. Lì, a suo dire, comprende sino in fondo le compromissioni di Ordine nuovo con il potere “democratico e atlantico” e decide di uscirne, legandosi ad Avanguardia nazionale e al suo capo Stefano Delle Chiaie, conosciuto nella penisola iberica.
Stando alla sua autobiografia, “Ergastolo per la libertà” (Arnaud, 1989), anche i rapporti con i camerati di Avanguardia nazionale non sono idilliaci, e ciò specialmente durante la latitanza argentina. Infatti dopo un soggiorno in Cile, Vinciguerra si era rifugiato a Buenos Aires. Si tratta di permanenze molto sospette per uno che afferma di avere compiuto una scelta attivamente anti-atlantista, soprattutto perché resta  inserito con funzioni operative nel network di Avanguardia nazionale e, dunque, rimane al servizio quantomeno dei regimi di Franco in Spagna e di Pinochet in Cile. Vinciguerra non ha mai spiegato interamente cosa fosse successo nei lunghi anni della latitanza: nel libro succitato sembra talora arrampicarsi un po’ sugli specchi, forse anche per la necessità di coprire persone ancora in vita.
Rientrato in Italia nel ’79, nell’84 decide di dare notizia alla magistratura (e non di “confessare”, precisa) del ruolo da lui ricoperto nella strage di Peteano. Lo fa,  a suo dire, non per “pentimento”, ma per chiarire la collusione di Ordine nuovo e del resto del neofascismo, parlamentare e non, con le istituzioni. Quelle stesse istituzioni, democratiche e atlantiste che i neofascisti asserivano invece di voler combattere. L’attentato di Peteano, secondo Vinciguerra, è stato l’unico nella triste storia delle stragi ad essere compiuto “contro” lo Stato e i suoi rappresentanti, proprio poiché rivolto a carabinieri in servizio e non a civili.
Da detenuto intraprende a quel punto una battaglia per un ergastolo che preveda la sua piena e autonoma responsabilità (non coinvolge il telefonista Cicuttini, riconosciuto in una telefonata registrata dalla polizia, finché la condanna di quest’ultimo non passa in giudicato), e la sua indipendenza dalle vergognose  omissioni e dai depistaggi da parte dello Stato - carabinieri e polizia - attuati a sua insaputa e, comunque, contro la sua volontà. Condannato all'ergastolo in primo grado, rinuncia all’appello: dichiara di voler dimostrare così di non avere ammesso le proprie responsabilità per ottenere benefici di sorta. Viene comunque trascinato in appello, dove i giudici riconfermano la condanna alla massima pena.
Da questo momento comincia una collaborazione con la magistratura: vuole far uscire allo scoperto quella che lui considera la verità, cioè la completa sottomissione del neofascismo extraparlamentare e non, alle logiche dell’atlantismo e dei suoi rappresentanti in Italia.
Darà un importante contributo allo sforzo di comprensione del giudice istruttore Guido Salvini, che grazie anche a lui può riaprire, a metà anni Novanta, i processi sulle stragi attribuite a Ordine nuovo, a partire da quella di Piazza Fontana. Anche se un solo imputato (Carlo Digilio) verrà condannato in via definitiva, la sentenza-ordinanza del ‘95 del magistrato milanese rimarrà uno spartiacque di estrema importanza nell’ambito della storicizzazione della destra eversiva.
Ma Vinciguerra rifiuterà sempre il ruolo  di “collaboratore”: non ritiene ad esempio di parlare di quei camerati che egli considera aver agito in buona fede, indicando solamente i “traditori” di un fascismo che per lui doveva essere anti-atlantico e anti-sistema. E non altro.
Ma questa strategia finisce per forza di cose per diventare troppo ambigua. Per questo, nel 1993, il neofascista interrompe per la seconda volta il “dialogo” con la magistratura. Questa volta per sempre.
Non rinuncia tuttavia a portare avanti la sua battaglia di “soldato politico” con la memorialistica. La sua ultima uscita si intitola “Stato d’emergenza” (2013, edito in proprio), e raccoglie una serie di scritti – dal 1999 al 2013 - sulla strage di piazza Fontana con l’intento di far luce sulla carneficina avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969.
Queste episodio si colloca, secondo Vinciguerra, in uno scenario di continuità con le stragi successive: quella alla Questura di Milano (1973), dell’Italicus (1974), di piazza Loggia (1974) e finanche la strage di Bologna (1980), oltre a un gran numero di attentati falliti per cui individua vari centri operativi: Roma, Milano, Mestre-Venezia, Trieste, cui si aggiungerà in seguito la Toscana. Per lui tali attentati sono parte di un unico disegno criminoso: fa notare che gli imputati in tutti i processi scaturiti dalle indagini di Salvini sono più o meno gli stessi, e sostiene che il non raggruppare tutti i procedimenti in uno solo abbia costituito un grave handicap per l’accertamento della verità. Vedremo più in là i punti salienti di questa tesi
Innanzitutto Vinciguerra ravvisa un coordinamento fra le azioni di MSI, Ordine nuovo, Avanguardia nazionale e Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese.
Avanguardia nazionale di scioglie nel ’65 ma solo formalmente, e i suoi aderenti finiscono in parte negli altri gruppi eversivi. Il loro scopo è soprattutto fare manovalanza “coperta” per azioni di guerra non ortodossa, come l’operazione di affissione di manifesti “cinesi” (in realtà filo-sovietici a dispetto del nome) nel febbraio ’66, promossa dal direttore del “Borghese” Mario Tedeschi per conto dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni. Obiettivo di questa operazione è creare divisione nella sinistra.
Avanguardia nazionale non mancherà di ricattare in seguito Tedeschi (e, tramite lui, Umberto Federico D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati) su questa questione.
Ordine nuovo invece rientra nel MSI alla vigilia della strage di Piazza Fontana, per procurarsi un “ombrello” parlamentare in vista del piano eversivo. Il Movimento politico ordine nuovo di Clemente Graziani si scinderà dalla casa madre solo formalmente, mentre nel dicembre 1968 si costituisce ufficialmente il Fronte nazionale di Borghese, il cui fallito golpe della fine del ‘70 è ritenuto da Vinciguerra un mero tentativo di replica di quello programmato per il fatale dicembre del ’69.  
La famosa velina del Sid che a ridosso della strage del 12 dicembre indica in Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie e Yves Guérin Sérac i responsabili degli attentati di Roma, non è frutto di una trappola del servizio militare - da cui Ordine nuovo dipende -   contro Avanguardia nazionale (facente capo al Servizio civile), ma rappresenta una forma di “avvertimento” e di “ricatto”. Per il fascista catanese, nonostante la rivalità tra i due gruppi extraparlamentari (che culminano persino, a suo avviso, nell’uccisione di Carmine  Palladino figura di prestigio di Avanguardia nazionale, da parte dell’ordinovista Pierluigi Concutelli nel  carcere di Novara, nel 1982), le relative azioni  sono state sempre parte di un unico disegno. Resterebbe da spiegare come mai per alcuni anni dopo l’assunzione di responsabilità su Peteano, Vinciguerra si consideri ancora legato ad Avanguardia nazionale e lanci le sue accuse praticamente solo verso Ordine nuovo.
Secondo lui il modello dell’atto terroristico da attribuire ad anarchici o comunisti (con successive e violente manifestazioni in piazza del MSI e la proclamazione dello stato di pericolo pubblico da parte del Presidente della Repubblica) sarebbero gli obiettivi di tutte le stragi. Obiettivi peraltro simili in parte alle vicende di sangue che ebbero luogo durante il governo Tambroni del 1960, appoggiato dal MSI.
La visita in Italia del Presidente americano Nixon il 27 febbraio del 1968 è costellata di violente manifestazioni in piazza e attentati, mentre il Secolo d’Italia dedica un’intera pagina del giornale ad avvertire il Presidente repubblicano che “l’Italia si prepara a tradire gli impegni atlantici sottoscritti con gli Stati Uniti e portare i comunisti al potere”. E’ probabile che, a detta dell’autore, anche a causa di questi eventi, Nixon dia a Saragat un assenso di massima al Regime change – non si sa quanto “soft”, che si va preparando nel Paese.
Saragat, infatti, a ridosso della strage del 12 dicembre 1969, tenterà di proclamare lo stato di “pericolo pubblico”, con sospensione delle garanzie costituzionali; ma sarà bloccato dal veto dell’allora Presidente del Consiglio Mariano Rumor (insieme al Ministro degli Interni Restivo), che compie anche la mossa decisiva (forse suggerita indirettamente dai servizi segreti britannici) di vietare le manifestazioni in piazza su tutto il territorio nazionale, vanificando così totalmente la strategia del “Partito del golpe”.
Ed è proprio questa per Vinciguerra la ragione principale  per cui Mariano Rumor sarà oggetto di un attentato a Milano il 17 marzo 1973, durante la cerimonia di scoprimento di un busto del commissario Calabresi. L’attentatore, il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli, lancia una bomba a mano ma manca il bersaglio, provocando però una cinquantina tra morti e feriti.
Nonostante le rivendicazioni offerte –  l' attentato sarebbe stato di stampo anarchico, rivolto contro la memoria di Calabresi per vendicare Pinelli -  Bertoli ha sicuramente lavorato per il SIFAR, è stato membro del movimento golpista Pace e libertà di Edgardo Sogno, ed era in contatto con militanti francesi di Jeune Révolution, oltre che con gli ordinovisti veneti.
Questa strana “doppia” natura di Bertoli può ricollegarsi a quanto suggerito da Vinciguerra in un'altra parte del libro: ovvero l'esistenza di una minoranza di anarchici che non solo per questioni filosofiche, ma politiche (le persecuzioni da parte dei comunisti),in quegli anni potrebbero essersi schierata con l’estrema destra.
In questo elenco egli non pone però Valpreda: secondo il neofascista siciliano, questi non sarebbe mai stato un anarchico, ma uno sbandato perfettamente a conoscenza della militanza di Merlino in Avanguardia nazionale. “Si dimentica” dice l’autore in proposito “ che il presunto “fascista” e il presunto “anarchico” (Merlino e Valpreda, NdR), nei loro interrogatori hanno mantenuto all’unisono una comune linea di accusa contro gli anarchici. Insieme accusano Ivo della Savia di detenzione di esplosivi, e Pietro Valpreda offre alla polizia addirittura la soluzione del caso: il 9 gennaio 1970, difatti, indica in tale “Gino”, facilmente individuabile, il suo sosia cha avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura di  Milano.” Si tratta di Tommaso Gino Liverani, anarchico anche lui.
Sono quindi forti (anche pur sempre passibili di critica) le argomentazioni che Vinciguerra porta a sostegno di uno stretto legame tra la strage alla Banca dell'Agricoltura a Milano e la strage alla Questura della stessa città.
Meno convincenti, invece, sono le sue tesi circa un parallelismo tra la strage di Piazza Fontana  e  la manifestazione missina del 14 dicembre - poi vietata da Rumor – con i fatti del ‘73 che egli ritiene corrispondenti: la mancata strage del 7 aprile sul direttissimo Torino-Roma (un evento in cui Nico Azzi, legato all'organizzazione milanese Fenice di Giancarlo Rognoni, si fa esplodere una bomba in mano nel tentativo di innescarla, dopo aver fatto bella mostra del giornale “Lotta continua”), e ai successivi incidenti alla manifestazione missina del 12: i lanci di bombe SRCM da parte di neofascisti di San Babila al seguito dei quali perde la vita l'agente di polizia Antonio Marino. Bombe che risulteranno poi fornite dallo stesso Azzi
La tesi dell’appartenenza dei due delitti a un unico piano è stata fatta propria anche da studiosi di vaglia come Franco Ferraresi; ma pure ammettendo l’esistenza di un complotto originario, i missini avrebbero proseguito nel proprio piano anche dopo avere ottenuto, con Azzi, il risultato opposto a quello auspicato, cioè la dimostrazione definitiva dinnanzi al popolo italiano che i fascisti (o alcuni di essi perlomeno), mettevano le bombe? Sarebbero stati tanto autolesionisti, i missini, da mandare i sanbabilini a tirare bombe proprio in un frangente del genere (per denunciarli poco dopo)? E, infatti, a ridosso di quei tragici fatti il MSI rischia lo scioglimento.
Ci sarebbe ancora molto da dire sul libro di Vinciguerra, soprattutto sugli acuti spunti di indagine che egli riesce ancora a offrire su Piazza Fontana. Ho scelto gli episodi sopra commentati per rilevare da un lato la logica e la sapienza dell’autore nel porre determinati temi, dall’altro la sua tendenza al ragionamento induttivo, per cui, trovato un dato schema, tende a replicarlo ad libitum. Forse perché l’intento di Vinciguerra,  prima ancora di offrire una verità disinteressata a costo di un ergastolo, è quello di lasciare un’eredità politica di “lotta”: tra coloro che ripongono fiducia in lui e nella sua ricostruzione si contano la Comunità Politica di Avanguardia e la Federazione nazionale combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Vinciguerra si proclama a tutt'oggi un nazionalsocialista e non indifferenti a questa scelta sembrano i suoi  attacchi antisemiti, spesso al limite del grottesco.
Restano i dubbi sul personaggio. Che cosa ha fatto realmente negli anni di latitanza e perché, pur costituitosi nel ’79, ha parlato di Peteano solo nel 1984? Cosa nasconde il suo strano rapporto con Delle Chiaie? E’ da ribadire, inoltre, che nessuno, oltre lui e Digilio, è stato condannato con sentenza definitiva nei processi originati, del tutto o in parte, dalle sue rivelazioni. Ma l’assurdo boicottaggio di cui è fatto oggetto, in primis dal sistema carcerario, va contro il diritto di verità di un intero popolo. La mancanza di un vero editore per questo libro ce lo ricorda.
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