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giovedì 22 maggio 2014

Napolitano, il capo della banda



Ugo M. Tassinari, “Napolitano il capo della banda”, Edizioni Sì, Cesena.
Recensione a cura di: DAVIDE GONZAGA

“(...) vi è solo biografia. Ogni uomo deve riconoscere l'intero suo compito”.
F. Nietzsche, “Frammenti postumi”.

Il peggiore.
Così doveva intitolarsi l'agile, puntuta e irriverente biografia di Giorgio Napolitano del vulcanico Ugo M. Tassinari.
Per evitare sovrapposizioni, però, con il “peggiore” di recente conio travagliesco per Massimo D'Alema l'editore ha deciso di optare per il comunque efficace “Capo della banda”.
A pagina quattro del libro, pubblicato dalle Edizioni Sì di Cesena, Tassinari scrive:”Se la classe politica italiana è in effetti corrotta e imbelle, Giorgio Napolitano ne è l'esponente più autorevole e rappresentativo”.
Parole forti che aprono squarci interpretativi che si snodano nelle pagine di questa biografia dal forte sapore giornalistico, ma con giudizi che, a mio avviso, non stenteranno a entrare, confermate, nei “veri” libri di storia.
Il libro consta di un centinaio di pagine con un ritmo serrato e cinematografiamente molto dinamico.
Si apre con un ricordo personale dell'autore.
Settembre 1973. Il giovane compagno Tassinari baldanzoso e pieno di belle speranze parte da Napoli per andare alla Festa Nazionale dell'Unità di Milano. Tra peripezie di ogni genere, complice una micro epidemia di colera, il futuro blogger trascorre addirittura alcuni notti in Stazione Centrale prima di riprendere la strada di casa. Dall'altra parte del mondo, intanto, per la precisione in Cile gli aerei di Pinochet bombardano il palazzo della Moncada per destituire Allende.
Dopo qualche giorno alla Chiaia Posillipo, la sezione del Pci più chic di Napoli, arriva Giorgio Napolitano.
Il responsabile culturale del Partito arriva per dettare la linea ufficiale del Partito.
Il gelido, affilato, raffinato ragionare del futuro Presidente. In quella circostanza, chiosa l'autore, Napolitano:”(...) infrange le mie velleità politiche e mi consegna a una lunga pratica ribellistica”.
Napolitano, oggi, ci racconta Tassinari, è lo stesso di quarant'anni fa: l'idea di un potere immobile che trasforma la mummia di sè nel corpo del potere.
Tassinari nei capitoli che seguono ripercorre la vicenda biografica di Napolitano confutando dicerie (la parentela con l'ultimo Re d'Italia), introducendo dubbi (la presunta affiliazione con le logge massoniche) e inserendo la figura del Presidente della Repubblica nel contesto del Nuovo Ordine Mondiale.
Scorrono in queste pagine le figure dei Presidenti che lo hanno preceduto, vengono analizzati i meccanismi elettivi, le diverse circostanze politiche interne e internazionali, come pure le pressioni di lobby e apparati di potere più o meno torbidi.
Ciò che emerge è un quadro complesso che il lettore può cogliere e imprimere nella sua memoria.
Ad accompagnarne le analisi di Tassinari alcuni compagni di viaggio di formazione e collocazione eterogenea: nel capitolo intitolato “Il riformista” troviamo il direttore de Gli Altri Piero Sansonetti; lo studioso Pasquale Chessa compare nei capitoli “Il comunista” e nel capitolo “Monti”; fino allo scomparso Ministro Padoa Schioppa che fa capolino nel capitolo “Prodi”.
Questi sono solo alcuni dei contributi che l'autore ha saputo con acume utilizzare per strutturare l'impalcatura del testo. Va detto che nell'insieme l'estrema eterogeneità non sempre convince, perchè necessariamente ciascuno è portatore di un disegno di mondo che seppur non cozza nella contingenza del ragionamento di fronte a un approfondimento non tarderebbe a risultare contradditorio.
Il giudizio generale del libro è, però, ampiamente positivo in particolare riguardo a tre macroquestioni.
La prima la si ritrova nel capitolo “L'America”.
Tassinari, utilizzando le tesi del professor La Grassa e del blogger Gianni Petrosillo, ricostruisce quello che è stato il “cambio di campo” del Pci degli anni '70 che si sposta sull'Asse Atlantico molto prima, dunque, del crollo del Muro di Berlino e dell'implosione dell' Urss.
Napolitano, leader della corrente migliorista del Pci, nel 1978 vola negli Stati Uniti per una serie di conferenze proprio mentre Moro si trova nel “Tribunale del Popolo” delle Br. Queste conferenze preparate con cura, nella convinzione di molti, sanciscono una vera e propria alleanza tra la sinsitra ormai post comunista e i poteri forti americani fino alla “finta rivoluzione” di Mani Pulite e non solo.
Rimane, a mio avviso, un po' troppo sullo sfondo la figura di Enrico Berlinguer.
Faccio fatica a pensare che il segretario del Pci non avesse un ruolo più decisivo in questo passaggio.
La seconda questione in continuità con la precedente si trova nel capitolo “Monti”.
In questo passaggio forte rimane l'impressione che l'operato, ai limiti del dettato costituzionale, del Presidente della Repubblica risenta del passaggio internazionale della sinistra istituzionale, ormai supina ai voleri e ai desiderata della Ue in prima battuta, ma soprattutto dell'alleato americano tanto da lasciar ipotizzare in molti l'idea che il passaggio dal governo Berlusconi al tecnico Monti rientri nella casistica di un vero e proprio golpe bianco.
Forte dell'opinione dello studioso Chomsky ma in particolare dell'inviato del Sole 24 Ore Augusto Grandi, il nostro ricostruisce con sapienza quei giorni convulsi e le conseguenze che quel Governo ha prodotto nel paese.
La terza questione la si può ritrovare nel capitolo “Antimafia”.
In poche e densissime pagine Tassinari ricostruisce quella che giornalisticamente è passata sotto il nome di “trattativa” tra pezzi dello Stato e la mafia per chiudere la stagione delle stragi di mafia attraverso l'attenuazione dell'articolo 41 bis.
In un susseguirsi di colpi di scena che vedono a un certo punto coinvolto il consigliere giuridico del Presidente Napolitano e suo amico personale D'Ambrosio veniamo introdotti in una selva di imbarazzi, ritrosie e silenzi di personalità di rilievo come l'ex Presidente del Senato ed ex Vicepresidente del Csm Nicola Mancino e l'attuale Presidente del Senato Pietro Grasso.
Il colpo di scena, però, arriva quando si arriva a coinvolgere direttamente Napolitano che viene convocato dal Tribunale di Palermo per spiegare perchè D'Ambrosio poco prima di morire di crepacuore aveva scritto una lettera nella quale si sentiva come: “un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”.
Il momento è delicato: tra intercettazioni secretate, battaglie giornalistiche e richieste di chiarimenti politici si arriva alla decisione del Quirinale di sollevare il conflitto di attribuzione ordinando la distruzione delle bobine registrate.
Tassinari conclude, non senza amarezza, che la decisione di estendere alcune guarentigie presidenziali per evitare la deposizione in tribunale va intesa come qualcosa che va ben al di là di quanto previsto dalla Costituzione.
Riemerge, dunque, ancora in questo passaggio quanto raccontato all'inizio da Tassinari a proposito di Napolitano freddo ancorchè lucido dirigente di partito dei lontani anni '70.
Oggi come ieri.








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