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venerdì 25 aprile 2014

ALBERTO LODI: L'intellettuale e la crisi


 Secondo un recente sondaggio, in Italia sei persone su dieci non leggono libri; il mondo culturale è così agonizzante che, se potessimo, vorremmo essere sia artisti che scrittori che filosofi, e come filosofi vorremmo essere sia marxisti che idealisti o nichilisti – questo per contribuire a rivitalizzare un mondo annientato, laddove se i più vogliono prostrarsi al conformismo, noi vorremmo farci carico di tutte le opzioni radicali e veder saltare in aria tutto, in un grande fuoco d’artificio. Ora, tra tutte le strade che ci si parano innanzi, il momento della crisi, col disfacimento che porta, ci ripresenta lo spettro delle difficoltà materiali e della povertà stessa. Non sono tempi di vacche grasse. Men che meno, lo sono per l’intellettuale; spesso, invero, per mancanza di radicalità nella comprensione. Le lamentele degli intellettuali su come questa società non si occupi di loro fanno tristemente sorridere. Come potrebbe andare diversamente? La nostra è una società ormai integralmente “democratizzata”, livellata dal denaro, in cui il valore di ogni cosa si misura in termini monetari, secondo leggi di domanda e offerta. Per sopravvivere è necessario possedere un certo “potere contrattuale” , in modo che un certo numero di persone abbia bisogno di ciò che noi offriamo loro; parrebbe una constatazione di una banalità disarmante, ma non lo è quando si parla di “cultura”, e gli intellettuali pretendono anzi che gli stessi individui che disprezzano e scherniscono a causa della loro ignoranza, si occupino di loro. Anche questo è il segno di una cultura morta, mummificata e ormai del tutto incapace di ogni slancio di vitalità ed autenticità. Come può comportarsi, dunque, l’intellettuale al tempo della crisi? Abbiamo già nominato un’opzione: aderire al codice di pensiero dominante. Fatevi fautori del politicamente corretto, e con un certo bagaglio di letture in tasca potrete tirare a campare, il più delle volte dicendo sciocchezze. Va da sé, tuttavia, che questa non è la nostra strada: non per una diversa adesione ideologica, ma per istinto. Davvero non possiamo adeguarci al presente: già vediamo la noia assalirci, dilaniarci, la banalità di pensatori innominabili (per inattuale buon gusto) causarci nausee mortali. Ma arriviamo al punto: noi crediamo che la crisi possa fornire, in certi spiriti “ricettivi”, il contraccolpo necessario a rimettere in moto la macchina del pensiero che parrebbe essersi inceppata. Vent’anni fa si credeva, con il discusso saggio del 1992 di Francis Fukuyama The end of the history and the last man, che in seguito al disfacimento dell’Unione Sovietica si potesse decretare “la fine della storia”, andata a sfociare in una definitiva tendenza globale al liberalismo ed alla prassi democratica. Non si è fatto in tempo ad azzardare l’ipotesi, che la vicenda umana (anche attraverso la crisi) in un sussulto si è riattivata, e risvegliati dal torpore abbiamo scoperto che la storia non è un passato lontano raccontato nei libri, ma è carne e sangue: siamo noi nel nostro immediato vivere. Il pensiero sembra tuttavia essere ancora preso dal torpore. Non è all’altezza del risveglio dalla storia: si tratta spesso di un pensiero accademico sterile, laddove gli studenti, trattati alla stregua di dementi con paterna benevolenza dai professori, si rassegnano (e del resto anche serenamente, constatando la difficoltà dell’altra opzione) a commentare per l’eternità i classici, certo imprescindibili, ma non meritevoli del supplizio di tali soporiferi commenti. L’altra opzione a cui abbiamo accennato, temiamo non possa, al momento, trovare spazio nell’ambiente accademico, se non marginalmente: è la strada della critica, dell’interpretazione della realtà presente, nella cui prospettiva certamente è necessario un confronto radicale sulla base dei classici del pensiero; ma che ci porti, questo sapere, a squarciare il velo, e che sia il nostro vivere, e anch’esso carne e sangue, e conflitto. Come diceva Friedrich Hölderlin: “Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”.

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