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giovedì 3 aprile 2014

ANDREA DEGL'INNOCENTI: L'epoca della biofobia



Tempo fa mi trovavo a dormire nella mia casa di famiglia nella campagna fiorentina, cosa che mi capita piuttosto di rado. Mi giravo e rigiravo sotto le coperte stentando a prendere sonno, percorso da una leggera inquietudine. Davo la colpa al caffè, poi alla cena troppo abbondante, poi a questa o a quella preoccupazione. D'un tratto mi resi conto della vera ragione per cui restavo sveglio: il silenzio. Quel silenzio buio, interrotto solo a tratti dal canto di un grillo, dallo scricchiolio di una trave, dal gracidare di una rana mi turbava nel profondo. Mi riportava ad una dimensione troppo naturale a cui non ero più abituato.
Eppure, mi dicevo, da piccolo trascorrevo lunghe estati in campagna, giocavo a rotolarmi nei campi e inseguivo cavallette, mantidi e insetti stecco; mi sentivo pienamente parte di quel mondo del quale adesso la sola eco mi incute timore. Cosa è cambiato in me?
Ho riflettuto a lungo su quella sensazione, che ho provato ancora e ancora in altre situazioni, e ne ho tratto alcune conclusioni. Viviamo in un'epoca strana, in cui tutto ciò che dovrebbe essere più familiare e naturale ci risulta estraneo e sinistro. Viceversa l'artificiale è diventato naturale. Temiamo la terra perché è sporca e in essa si annidano germi pronti ad attaccarci. Abbiamo il culto dell'igiene totale: i luoghi che abitiamo devono essere asettici, privi di qualsiasi forma di vita all'infuori di quelle scelte da noi. Alle forme naturali, in cui mai niente è uguale a nient'altro, preferiamo quelle artificiali, standardizzate e indistinguibili. Alla frutta dell'albero, ammaccata e irregolare, preferiamo quella ben più rassicurante contenuta in scatole di plastica, già tagliata e confezionata. Mangiamo carne affettata che non ricorda più in niente l'animale da cui proviene, perché se ne avesse ancora le sembianze probabilmente non riusciremmo a mandarne giù nemmeno un boccone. Il nostro stesso corpo è diventato un estraneo, ne abbiamo quasi paura, lo osserviamo intimoriti di trovarvi qualcosa che non va, lo nutriamo male, non vi prestiamo attenzione per poi bombardarlo di “cure” non appena avvertiamo i sintomi di qualche disagio.
In altre parole, temiamo la vita. Ecco, viviamo nell'era della biofobia.
Ma come siamo arrivati fin qui? Per capirlo basta dare uno sguardo alla storia, o ancora meglio  all'idea stessa di storia. Ad essa nel corso dei secoli sono state associate varie immagini. Nell'antichità la storia aveva un andamento ciclico, conferitogli dai movimenti rotatori caratteristici della natura. Essa altro non era che il continuo ripetersi dei giorni, delle stagioni, delle ere geologiche. All'interno di questi cerchi concentrici si inseriva, unico tratto lineare, la vita umana. «Questo è l’essere mortale – scrive Hannah Arendt nello spiegare il concetto di storia nell'antichità greca –: muoversi in linea retta in un universo dove tutto ciò che si muove segue, semmai, un moto ciclico».
È stato il cristianesimo a conferire per la prima volta alla storia un andamento lineare. Ecco apparire un termine destinato ad accompagnare l'umanità per un lungo periodo: progresso. L'idea di progresso rompe il cerchio naturale della storia. L'umanità – in verità una sua parte – sale su un treno salvifico che muove verso luoghi sempre migliori, di cui si conosce solo la partenza, mentre l'arrivo è situato all'infinito.
Questo concetto di storia lineare può essere letto anche come un progressivo affrancamento dell'uomo dalle leggi naturali. Questo affrancamento, iniziato con la rottura simbolica del legame fra idea di storia e ciclicità naturale, ha trovato compimento secoli dopo nei concetti di sviluppo tecnologico e di crescita economica. Lo sviluppo ha rotto le catene che legavano l'uomo ai ritmi della natura, alle stagioni, ai raccolti; il teorema della crescita economica, assieme col suo principale corollario, il consumismo, ha spezzato il ciclo di rigenerazione della materia e introdotto al suo posto un meccanismo lineare, che inizia con l'estrazione della materia e finisce con la creazione di rifiuto (concetto, quest'ultimo, del tutto inedito).
Oggi però anche questa concezione lineare della storia è entrata in crisi. Dal punto di vista filosofico, la fede nel progresso ha subito un duro colpo nella prima metà del secolo scorso. Le due guerre mondiali hanno svelato d'un tratto al mondo intero il lato oscuro della tecnica. Così se negli anni fra le due guerre ancora Marinetti gridava «Abbiate fiducia nel progresso, che ha sempre ragione, anche quando ha torto, perché è il movimento, la vita, la lotta, la speranza», qualche anno dopo Elias Canetti commentava laconico «Il progresso ha i suoi svantaggi; di tanto in tanto esplode». Ci siamo spinti tanto oltre nel distaccarci dalla natura che oramai siamo al paradosso che dobbiamo noi preoccuparci di essa. Se un tempo la natura era vissuta come una madre presente e oppressiva, che legava l'uomo ai suoi ritmi e ai suoi capricci, oggi può essere al massimo una nonna indifesa, che abbiamo abbandonato e verso la quale proviamo un misto di pietà e senso di colpa. Dominiamo le leggi naturali, viviamo al di sopra di esse. Così ogni volta che abbiamo a che fare con tali leggi più da vicino ci sentiamo turbati, come ci capita a volte nell'osservare una nostra vecchia foto appartenente ad un passato da cui ci sentiamo ormai estranei. L'unico concetto riconducibile alla linearità storica che aveva resistito fino ad oggi, quello di crescita economica, vacilla adesso di fronte ad una crisi che ne mette a nudo tutte le debolezze e le contraddizioni.
Il problema è che ormai  Le linee dritte dei binari sono sempre meno marcate, all'orizzonte si scorgono nubi sempre più nere. L'emergenza climatico-ambientale ci dice che uno stile di vita planetario basato sul consumo è insostenibile. È vero, resiste in noi una vaga idea di progresso, ma ha perso ogni accezione positiva e si associa piuttosto ad uno stato di ansia costante, alla «minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che – scrive Bauman – invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua». Sentiamo che continuiamo a muoverci, e velocemente, ma ci è divenuto ignoto il fine ultimo della folle corsa; il treno si è trasformato in una bestia impazzita che ansima e brancola nel buio, e noi restiamo aggrappati sulla sua groppa irsuta, col timore che possa schiantarsi o precipitare da un momento all'altro.
«Fermiamoci! Torniamo indietro!», verrebbe da gridare. Ma se, impauriti e nudi come il Re della celebre favola, corriamo alla ricerca dei nostri vecchi abiti, della nostra vecchia madre, la natura, troviamo un'estranea nei cui occhi non scorgiamo ormai neppure un briciolo dell'antica familiarità. Una vecchia esausta e maltrattata, a cui vorremmo tornare ad appartenere ma che apparentemente non ci vuole più. Ne siamo estranei, ne abbiamo paura.
Ma allora siamo senza speranza? Potremo mai riaggiustare il meccanismo, piegare la barra della storia facendo combaciare di nuovo le due estremità in un nuovo cerchio? Tornare ad appartenere alla natura e ai suoi meccanismi?

Non ci resta che riacciuffare quei vincoli strappati dal progresso e iniziare a tesserne le cime fra loro, lentamente. Incollare i cocci esplosi finché al loro interno non torneremo a vedere un'immagine coerente. Sarà un processo individuale e collettivo al tempo stesso. E anche piuttosto lungo. Sperando di essere ancora in tempo. 

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