mercoledì 24 settembre 2014

ROBERTO FRANCO: La verità dell'ultimo neofascista




Figura estremamente atipica e controversa, quella del terrorista nero Vincenzo Vinciguerra. Catanese di nascita, muove i primi passi politici negli anni ‘60 nell’ambito del MSI e quindi di Ordine nuovo udinese, di cui diviene uomo di punta.
Si rende colpevole di una strage quando, il 31 maggio 1972, alcuni carabinieri, avvertiti dal suo camerata Carlo Cicuttini cercano di aprire una 500 abbandonata con fori di proiettili, in località Peteano di Sagrado  (Gorizia): tre di loro moriranno nell’esplosione di quest’ultima, mentre un quarto rimarrà gravemente ferito.
Ancora nell’ottobre dello stesso anno, a scopo di autofinanziamento, pianifica il dirottamento di un Fokker 27 nel quale troverà la morte il sodale Ivano Boccaccio.
Fugge dall’Italia nel 1974 per scampare l’arresto in relazione a quest’ultimo episodio. Ritiene tuttavia  - e lo dichiarerà nel libro “La strategia del depistaggio” (Il Fenicottero, 1993) – che militari dell'Arma e servizi sapessero del coinvolgimento suo e di Cicuttini nell'attentato di Peteano. Sono troppi gli elementi a portare in quella direzione, è la sua convinzione. Intorno alla strage di carabinieri è fiorita una serie incredibile di depistaggi (non va dimenticato che le vittime erano militari e colleghi di molti fra quanti indagavano), culminati nell'attribuzione fittizia di responsabilità ad alcuni malavitosi locali, incastrati sulla base di testimonianze ben ricompensate e di indizi inesistenti.
La prima tappa della fuga di Vinciguerra è in Spagna, sotto la protezione del regime franchista. Lì, a suo dire, comprende sino in fondo le compromissioni di Ordine nuovo con il potere “democratico e atlantico” e decide di uscirne, legandosi ad Avanguardia nazionale e al suo capo Stefano Delle Chiaie, conosciuto nella penisola iberica.
Stando alla sua autobiografia, “Ergastolo per la libertà” (Arnaud, 1989), anche i rapporti con i camerati di Avanguardia nazionale non sono idilliaci, e ciò specialmente durante la latitanza argentina. Infatti dopo un soggiorno in Cile, Vinciguerra si era rifugiato a Buenos Aires. Si tratta di permanenze molto sospette per uno che afferma di avere compiuto una scelta attivamente anti-atlantista, soprattutto perché resta  inserito con funzioni operative nel network di Avanguardia nazionale e, dunque, rimane al servizio quantomeno dei regimi di Franco in Spagna e di Pinochet in Cile. Vinciguerra non ha mai spiegato interamente cosa fosse successo nei lunghi anni della latitanza: nel libro succitato sembra talora arrampicarsi un po’ sugli specchi, forse anche per la necessità di coprire persone ancora in vita.
Rientrato in Italia nel ’79, nell’84 decide di dare notizia alla magistratura (e non di “confessare”, precisa) del ruolo da lui ricoperto nella strage di Peteano. Lo fa,  a suo dire, non per “pentimento”, ma per chiarire la collusione di Ordine nuovo e del resto del neofascismo, parlamentare e non, con le istituzioni. Quelle stesse istituzioni, democratiche e atlantiste che i neofascisti asserivano invece di voler combattere. L’attentato di Peteano, secondo Vinciguerra, è stato l’unico nella triste storia delle stragi ad essere compiuto “contro” lo Stato e i suoi rappresentanti, proprio poiché rivolto a carabinieri in servizio e non a civili.
Da detenuto intraprende a quel punto una battaglia per un ergastolo che preveda la sua piena e autonoma responsabilità (non coinvolge il telefonista Cicuttini, riconosciuto in una telefonata registrata dalla polizia, finché la condanna di quest’ultimo non passa in giudicato), e la sua indipendenza dalle vergognose  omissioni e dai depistaggi da parte dello Stato - carabinieri e polizia - attuati a sua insaputa e, comunque, contro la sua volontà. Condannato all'ergastolo in primo grado, rinuncia all’appello: dichiara di voler dimostrare così di non avere ammesso le proprie responsabilità per ottenere benefici di sorta. Viene comunque trascinato in appello, dove i giudici riconfermano la condanna alla massima pena.
Da questo momento comincia una collaborazione con la magistratura: vuole far uscire allo scoperto quella che lui considera la verità, cioè la completa sottomissione del neofascismo extraparlamentare e non, alle logiche dell’atlantismo e dei suoi rappresentanti in Italia.
Darà un importante contributo allo sforzo di comprensione del giudice istruttore Guido Salvini, che grazie anche a lui può riaprire, a metà anni Novanta, i processi sulle stragi attribuite a Ordine nuovo, a partire da quella di Piazza Fontana. Anche se un solo imputato (Carlo Digilio) verrà condannato in via definitiva, la sentenza-ordinanza del ‘95 del magistrato milanese rimarrà uno spartiacque di estrema importanza nell’ambito della storicizzazione della destra eversiva.
Ma Vinciguerra rifiuterà sempre il ruolo  di “collaboratore”: non ritiene ad esempio di parlare di quei camerati che egli considera aver agito in buona fede, indicando solamente i “traditori” di un fascismo che per lui doveva essere anti-atlantico e anti-sistema. E non altro.
Ma questa strategia finisce per forza di cose per diventare troppo ambigua. Per questo, nel 1993, il neofascista interrompe per la seconda volta il “dialogo” con la magistratura. Questa volta per sempre.
Non rinuncia tuttavia a portare avanti la sua battaglia di “soldato politico” con la memorialistica. La sua ultima uscita si intitola “Stato d’emergenza” (2013, edito in proprio), e raccoglie una serie di scritti – dal 1999 al 2013 - sulla strage di piazza Fontana con l’intento di far luce sulla carneficina avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969.
Queste episodio si colloca, secondo Vinciguerra, in uno scenario di continuità con le stragi successive: quella alla Questura di Milano (1973), dell’Italicus (1974), di piazza Loggia (1974) e finanche la strage di Bologna (1980), oltre a un gran numero di attentati falliti per cui individua vari centri operativi: Roma, Milano, Mestre-Venezia, Trieste, cui si aggiungerà in seguito la Toscana. Per lui tali attentati sono parte di un unico disegno criminoso: fa notare che gli imputati in tutti i processi scaturiti dalle indagini di Salvini sono più o meno gli stessi, e sostiene che il non raggruppare tutti i procedimenti in uno solo abbia costituito un grave handicap per l’accertamento della verità. Vedremo più in là i punti salienti di questa tesi
Innanzitutto Vinciguerra ravvisa un coordinamento fra le azioni di MSI, Ordine nuovo, Avanguardia nazionale e Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese.
Avanguardia nazionale di scioglie nel ’65 ma solo formalmente, e i suoi aderenti finiscono in parte negli altri gruppi eversivi. Il loro scopo è soprattutto fare manovalanza “coperta” per azioni di guerra non ortodossa, come l’operazione di affissione di manifesti “cinesi” (in realtà filo-sovietici a dispetto del nome) nel febbraio ’66, promossa dal direttore del “Borghese” Mario Tedeschi per conto dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni. Obiettivo di questa operazione è creare divisione nella sinistra.
Avanguardia nazionale non mancherà di ricattare in seguito Tedeschi (e, tramite lui, Umberto Federico D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati) su questa questione.
Ordine nuovo invece rientra nel MSI alla vigilia della strage di Piazza Fontana, per procurarsi un “ombrello” parlamentare in vista del piano eversivo. Il Movimento politico ordine nuovo di Clemente Graziani si scinderà dalla casa madre solo formalmente, mentre nel dicembre 1968 si costituisce ufficialmente il Fronte nazionale di Borghese, il cui fallito golpe della fine del ‘70 è ritenuto da Vinciguerra un mero tentativo di replica di quello programmato per il fatale dicembre del ’69.  
La famosa velina del Sid che a ridosso della strage del 12 dicembre indica in Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie e Yves Guérin Sérac i responsabili degli attentati di Roma, non è frutto di una trappola del servizio militare - da cui Ordine nuovo dipende -   contro Avanguardia nazionale (facente capo al Servizio civile), ma rappresenta una forma di “avvertimento” e di “ricatto”. Per il fascista catanese, nonostante la rivalità tra i due gruppi extraparlamentari (che culminano persino, a suo avviso, nell’uccisione di Carmine  Palladino figura di prestigio di Avanguardia nazionale, da parte dell’ordinovista Pierluigi Concutelli nel  carcere di Novara, nel 1982), le relative azioni  sono state sempre parte di un unico disegno. Resterebbe da spiegare come mai per alcuni anni dopo l’assunzione di responsabilità su Peteano, Vinciguerra si consideri ancora legato ad Avanguardia nazionale e lanci le sue accuse praticamente solo verso Ordine nuovo.
Secondo lui il modello dell’atto terroristico da attribuire ad anarchici o comunisti (con successive e violente manifestazioni in piazza del MSI e la proclamazione dello stato di pericolo pubblico da parte del Presidente della Repubblica) sarebbero gli obiettivi di tutte le stragi. Obiettivi peraltro simili in parte alle vicende di sangue che ebbero luogo durante il governo Tambroni del 1960, appoggiato dal MSI.
La visita in Italia del Presidente americano Nixon il 27 febbraio del 1968 è costellata di violente manifestazioni in piazza e attentati, mentre il Secolo d’Italia dedica un’intera pagina del giornale ad avvertire il Presidente repubblicano che “l’Italia si prepara a tradire gli impegni atlantici sottoscritti con gli Stati Uniti e portare i comunisti al potere”. E’ probabile che, a detta dell’autore, anche a causa di questi eventi, Nixon dia a Saragat un assenso di massima al Regime change – non si sa quanto “soft”, che si va preparando nel Paese.
Saragat, infatti, a ridosso della strage del 12 dicembre 1969, tenterà di proclamare lo stato di “pericolo pubblico”, con sospensione delle garanzie costituzionali; ma sarà bloccato dal veto dell’allora Presidente del Consiglio Mariano Rumor (insieme al Ministro degli Interni Restivo), che compie anche la mossa decisiva (forse suggerita indirettamente dai servizi segreti britannici) di vietare le manifestazioni in piazza su tutto il territorio nazionale, vanificando così totalmente la strategia del “Partito del golpe”.
Ed è proprio questa per Vinciguerra la ragione principale  per cui Mariano Rumor sarà oggetto di un attentato a Milano il 17 marzo 1973, durante la cerimonia di scoprimento di un busto del commissario Calabresi. L’attentatore, il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli, lancia una bomba a mano ma manca il bersaglio, provocando però una cinquantina tra morti e feriti.
Nonostante le rivendicazioni offerte –  l' attentato sarebbe stato di stampo anarchico, rivolto contro la memoria di Calabresi per vendicare Pinelli -  Bertoli ha sicuramente lavorato per il SIFAR, è stato membro del movimento golpista Pace e libertà di Edgardo Sogno, ed era in contatto con militanti francesi di Jeune Révolution, oltre che con gli ordinovisti veneti.
Questa strana “doppia” natura di Bertoli può ricollegarsi a quanto suggerito da Vinciguerra in un'altra parte del libro: ovvero l'esistenza di una minoranza di anarchici che non solo per questioni filosofiche, ma politiche (le persecuzioni da parte dei comunisti),in quegli anni potrebbero essersi schierata con l’estrema destra.
In questo elenco egli non pone però Valpreda: secondo il neofascista siciliano, questi non sarebbe mai stato un anarchico, ma uno sbandato perfettamente a conoscenza della militanza di Merlino in Avanguardia nazionale. “Si dimentica” dice l’autore in proposito “ che il presunto “fascista” e il presunto “anarchico” (Merlino e Valpreda, NdR), nei loro interrogatori hanno mantenuto all’unisono una comune linea di accusa contro gli anarchici. Insieme accusano Ivo della Savia di detenzione di esplosivi, e Pietro Valpreda offre alla polizia addirittura la soluzione del caso: il 9 gennaio 1970, difatti, indica in tale “Gino”, facilmente individuabile, il suo sosia cha avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura di  Milano.” Si tratta di Tommaso Gino Liverani, anarchico anche lui.
Sono quindi forti (anche pur sempre passibili di critica) le argomentazioni che Vinciguerra porta a sostegno di uno stretto legame tra la strage alla Banca dell'Agricoltura a Milano e la strage alla Questura della stessa città.
Meno convincenti, invece, sono le sue tesi circa un parallelismo tra la strage di Piazza Fontana  e  la manifestazione missina del 14 dicembre - poi vietata da Rumor – con i fatti del ‘73 che egli ritiene corrispondenti: la mancata strage del 7 aprile sul direttissimo Torino-Roma (un evento in cui Nico Azzi, legato all'organizzazione milanese Fenice di Giancarlo Rognoni, si fa esplodere una bomba in mano nel tentativo di innescarla, dopo aver fatto bella mostra del giornale “Lotta continua”), e ai successivi incidenti alla manifestazione missina del 12: i lanci di bombe SRCM da parte di neofascisti di San Babila al seguito dei quali perde la vita l'agente di polizia Antonio Marino. Bombe che risulteranno poi fornite dallo stesso Azzi
La tesi dell’appartenenza dei due delitti a un unico piano è stata fatta propria anche da studiosi di vaglia come Franco Ferraresi; ma pure ammettendo l’esistenza di un complotto originario, i missini avrebbero proseguito nel proprio piano anche dopo avere ottenuto, con Azzi, il risultato opposto a quello auspicato, cioè la dimostrazione definitiva dinnanzi al popolo italiano che i fascisti (o alcuni di essi perlomeno), mettevano le bombe? Sarebbero stati tanto autolesionisti, i missini, da mandare i sanbabilini a tirare bombe proprio in un frangente del genere (per denunciarli poco dopo)? E, infatti, a ridosso di quei tragici fatti il MSI rischia lo scioglimento.
Ci sarebbe ancora molto da dire sul libro di Vinciguerra, soprattutto sugli acuti spunti di indagine che egli riesce ancora a offrire su Piazza Fontana. Ho scelto gli episodi sopra commentati per rilevare da un lato la logica e la sapienza dell’autore nel porre determinati temi, dall’altro la sua tendenza al ragionamento induttivo, per cui, trovato un dato schema, tende a replicarlo ad libitum. Forse perché l’intento di Vinciguerra,  prima ancora di offrire una verità disinteressata a costo di un ergastolo, è quello di lasciare un’eredità politica di “lotta”: tra coloro che ripongono fiducia in lui e nella sua ricostruzione si contano la Comunità Politica di Avanguardia e la Federazione nazionale combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Vinciguerra si proclama a tutt'oggi un nazionalsocialista e non indifferenti a questa scelta sembrano i suoi  attacchi antisemiti, spesso al limite del grottesco.
Restano i dubbi sul personaggio. Che cosa ha fatto realmente negli anni di latitanza e perché, pur costituitosi nel ’79, ha parlato di Peteano solo nel 1984? Cosa nasconde il suo strano rapporto con Delle Chiaie? E’ da ribadire, inoltre, che nessuno, oltre lui e Digilio, è stato condannato con sentenza definitiva nei processi originati, del tutto o in parte, dalle sue rivelazioni. Ma l’assurdo boicottaggio di cui è fatto oggetto, in primis dal sistema carcerario, va contro il diritto di verità di un intero popolo. La mancanza di un vero editore per questo libro ce lo ricorda.
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lunedì 22 settembre 2014

MANFREDI SCANAGATTA: Israele e Palestina. Una proposta.




Il problema è che ognuno di noi sente la necessità di schierarsi; non si riesce ad uscire dall'inganno della dicotomia; o si è buoni o si è cattivi e tendenzialmente la parte in cui tutti si sceglie di stare è sempre quella dei buoni.
Ecco che ci troviamo subito davanti ad un primo problema di ordine logico, se ambo le due parti si schierano dalla parte del bene, dov'è il male?
Uso termini semplici perché è nella semplicità che è necessario ritrovare l'origine del nostro pensare.
Il nuovo, violento, atroce, conflitto israelo-palestinese si sta giocando mediaticamente sulla creazione di due fronti, apertamente contrastanti, dove l'impossibilità del dialogo è il perno su cui si mantiene l'equilibrio dell'ignoranza.
Pensiamo davvero che si possa comprendere qualcosa della situazione che sta sconvolgendo la Palestina se prima non proviamo a comprendere cosa sia la Palestina? Vedere video di manifestanti israeliani che urlano cori inneggiando alla morte di tutti gli arabi mi fa capire come troppo spesso non si abbia idea della propria storia. Gli ebrei sono anche arabi, come gli arabi sono musulmani, cristiani e ortodossi.
Ma non ci sbagliamo, la natura di questo conflitto non è religiosa, lo so, è sorprendente.
1890 Nathan Birbaum conia il termine Sionismo, un movimento nazionalista che vuole il ritorno del popolo ebraico nella propria terra. La collina di Sion, nella Bibbia gli israeliti vengono spesso definiti figli di Sion. Nella Bibbia vengono spesso definiti, il conflitto non è religioso, ma una delle radici del problema si.
Chi appartiene a questa terra? No, la domanda è sbagliata, come posso pensare di trovare una risposta. Chi vive in questa terra? Ecco, meglio, chi vive in questa terra?
La tregua tra Hamas e Israele è fallita, l'Egitto, un tempo fiero sostenitore di tutte le questioni arabe sembra non voglia prendere una posizione, sembra dire, questo confine è mio, ma la terra è vostra.
La terra è vostra, non di palestinesi, non di israeliani, la terrà è di chi in quel momento su quella terra ci sta vivendo, lavorando, coltivando, costruendo. Non ci può essere altro metro per definire la proprietà di qualcosa.
Quanto sarebbe bello se si potesse davvero pensare la vita in questi termini, ma non si può, perché Hamas non riconosce lo stato di Israele, dunque non attribuisce agli israeliani il diritto di esistere.
Come se un essere umano possa realmente avere il diritto di riconoscere o permettere l'esistenza di un altro. L'essere è. Parmenide ci mette davanti all'inevitabilità della semplicità.
L'errore sta nel voler osservare questo conflitto senza ascoltare i richiami della storia.
Torniamo lì, dichiarazione di Balfour, anzi no, 1948, lo stato di Israele sorge lì dove dove gli ebrei hanno la loro più antica origine, è la terra Santa.
Lì dove Erode fece costruire una sinagoga sotto richiesta dell'impero romano per placare le rivolte della popolazione ebraica, un tempio che accogliesse la tomba di Abramo, Hibrahim, un profeta la cui vita si trova scritta nell'Antico Testamento e nel Corano, perché è in questa terra che le tre grandi religioni monoteiste trovano le proprie radici.
Ma tutto ciò è troppo difficile da raccontare, è molto più semplice usare delle categorie, creare delle curve da cui fare il tifo.
E allora continuiamo a Parlare di Gaza dimenticandoci che la Palestina esiste ed è uno stato riconosciuto dalle Nazioni Unite. Gaza è una prigione, da lì non si entra e non si esce. Gaza si bombarda mentre nel resto del territorio palestinese coloni ebrei continuano a costruire insediamenti illegali, continuano ad abbattere case e villaggi. Non è lo stato di Israele, non può farlo, con i suoi organi giuridici ha confermato che quelle terre appartengono ai palestinesi. È l'ignoranza che fa muovere i bulldozer ed è la fatica del riconoscere l'altro che permette la distruzione di pozzi, il controllo dell'acqua.
Levare l'acqua è levare la vita e su questo non ci possono essere obiezioni.
Continuiamo pure a dire che Israele ha bisogno di difendersi, che uno degli eserciti più armati e meglio addestrati del mondo abbia la possibilità di compiere atti inumani, mandare un sms per avvertire che entro pochi minuti la tua vita sarà completamente sconvolta da un bombardamento serrato su un mucchio di rovine. Hamas ha le mani sporche di sangue, ma non possiamo continuare a credere che la resistenza palestinese sia solo Hamas e che sia necessariamente islamizzata, è un popolo che non può e non deve accettare i soprusi di una forza che si presenta come colonialista.
C'è chi parla di genocidio, di pulizia etnica, di apartheid, tutti termini che si perdono nell'onda d'urto di un missile che colpisce una scuola; non ci servono, se non a creare sempre più serrate fazioni. Esseri umani stanno morendo. Io sto morendo, le vostre famiglie stanno morendo, mio sorella, mio padre sono già morti.
Non è una guerra, altrimenti ci sarebbero due eserciti, lo stato della Palestina non ha un esercito.
Rappresaglie, rancori, rapimenti, omicidi. La Palestina è in un costante stato d'assedio, se sei palestinese non sei proprietario della tua vita, non puoi autodeterminarti, se sei israeliano vivi nel terrore del terrorismo.
Il problema non risiede nell'esistenza di Israele, ogni popolo ha diritto ad uno stato, ma in chi non riconosce la possibilità a chiunque di vivere libero su un territorio dove ha la sua storia, le sue radici.
I muri, lunghi, alti resistenti; un sistema meraviglioso per preservare non la pace, non la sicurezza, ma solo l'ignoranza. Ostruire la vista, impedire di comprendere; ecco come si mantiene il controllo su un popolo: dandogli solo una voce da ascoltare.
Ma le voci sono tante e anche se non le si vuole sentire non le si può far tacere, così basta poco per scoprire che esistono realtà come Hagar, una scuola bilingue che ha sede a Be'er Sheva, in Israele, con classi miste di bambini ebrei e arabi, fondata da genitori che volevano dare ai propri figli la possibilità di conoscere “l'altro”; o organizzazioni come Parent Circle, composta da chi ha perso dei parenti in un conflitto che dura da sessantasei anni; c'è il fratello di chi è morto fuori da una discoteca a Telaviv in seguito ad un attentato suicida o la madre di chi non è riuscito a scappare da una bomba che arrivava dal cielo, uniti insieme nella follia della perdita. Nel loro ultimo comunicato sono stati chiari, non vogliono che l'organizzazione cresca, il sogno è che presto non debba più esistere.
Riportiamo il tutto nell'uno, abbattiamo i muri, abbandoniamo la strada del terrorismo, chiudiamo i check point, alziamo due bandiere. Un territorio, due popoli, due stati.

lunedì 1 settembre 2014

ANTONELLO CRESTI: Uniamo il pensiero ribelle!



Intervista a cura di: PIOTR ZYGULSKI
Antonello Cresti, per iniziare, si presenti.
Come recitano le mie biografie standard sono un saggista e compositore, più in generale un appassionato di idee, creazioni ed ambientazioni “nascoste”. Le mie assolute passioni sono la cultura tradizionale britannica, la controcultura e la musica underground, e utilizzo questo bagaglio di conoscenze non propriamente “mainstream” per approcciare da un punto di vista eccentrico anche altre problematiche. Ho pubblicato CD, libri, ho fatto programmi radiofonici, ho organizzato festival … Le vie della comunicazione culturale, insomma, mi intrigano tutte allo stesso modo!
Lo scorso anno ha lanciato il progetto “Idee In/Oltre”. Per quale motivo si è lanciato in questa avventura?
Idee In/Oltre nasce soprattutto dall’esigenza di coagulare un po’ di forze attorno ad un progetto di informazione/divulgazione non massificato. Usando facebook e i social network ci si rende conto che vi sono intelletti e spiriti liberi, ma che è difficile riunirli sotto un’unica sigla. Il blog che ho creato è un tentativo in questo senso, ed è anche un esperimento per capire quanto impatto possa avere un articolo (anche a mia firma) senza il supporto della testata di riferimento. Devo dire che in periodo ancora invernale qualche piccolo “miracolo” è accaduto, con punte di svariate migliaia di lettori per singolo articolo. Conto quindi di continuare nel tentativo di affiancare mie collaborazioni esterne (da Il Manifesto a Aam teranuova, a Rockerilla etc…) a questo progetto più organico. E pluribus unum, insomma!

venerdì 29 agosto 2014

ENRICO GALOPPINI: Il “pericolo” si annida davvero in moschea?



Premesso che chiunque anche solo incoraggi, per non dire pianifichi, sul nostro territorio nazionale, azioni che vadano a ledere l’incolumità di persone e cose dev’essere prontamente messo in condizione di non nuocere da parte degli organi preposti alla pubblica sicurezza, c’è da chiedersi cosa frulli per la testa di quei politici che avanzano proposte come quella che segue:

BOLOGNA, 27 AGO - Nelle moschee emiliano-romagnole si preghi in italiano. E' la proposta di Forza Italia che, attraverso i consiglieri regionali Gian Guido Bazzoni e Luigi Giuseppe Villani, ha interrogato sul tema la Giunta. I consiglieri domandano alla Giunta "se non ritiene di dover attuare iniziative che agevolino la prevenzione ed il controllo verso i fenomeni di estremismo islamico nel territorio regionale" e "come valuta l'iniziativa di porre l'obbligo di proferire in lingua italiana preghiere e discorsi all'interno delle moschee o comunque dei luoghi dove i credenti musulmani si riuniscono". Inoltre, "se ritiene di farsi portavoce in Conferenza Stato Regioni della richiesta al Ministero dell'Interno di aumentare i controlli verso il fanatismo islamico, specie sui territori regionali dove risulta abbiano maggiore diffusione". I consiglieri ricordano poi che in provincia di Ravenna, in passato, "si sono verificati svariati fatti riguardanti l'estremismo islamico che avrebbero dovuto preoccupare le istituzioni locali riguardo la scarsa attenzione verso questo pericoloso fenomeno". (ANSA). Y9C-GIO 27-AGO-14 16:44 NNNN

Questo tipo di “preoccupazioni” non sono certo una novità, inscrivendosi nel clima di paura verso l’Islam innescato a partire dal fatidico 11 settembre 2001. Il grave pericolo pubblico, oltre che esterno, dev’essere percepito in tutta la sua mefistofelica perfidia  anche all’interno, altrimenti hai voglia a coinvolgere gli italiani nello “scontro di civiltà”…
Nemmeno è una novità prendere atto che ogni roboante caso di “terrorismo islamico” in Italia sin qui agitato s’è poi limitato agli scoppiettii mediatici, com’è documentato oltremisura dal volume dell’avv. Corbucci Il terrorismo islamico. Falsità e mistificazione. Ma si può pretendere che un parlamentare o un consigliere regionale si prendano la briga di consultare un’opera di quasi duemila pagine?
Ma adesso, “il caso” lo si costruisce preventivamente, insinuando il dubbio su chissà quali mostruosità verranno proferite alle nostre ignare spalle, ogni venerdì, da quei predicatori barbuti malintenzionati e fuori controllo.
D’altra parte, l’immigrazione di massa, buona parte della quale è costituita da individui di fede islamica, ce l’hanno imposta con ogni mezzo gli stessi (di destra, di centro e di sinistra) che ora gridano “al lupo al lupo”. Quindi, se non volevano perdere il sonno al pensiero di chissà quali trame vengono ordite nelle “moschee” (perlopiù locali inadeguati adattati allo scopo) non avevano altro da fare che non accodarsi alla versione unica che non prevede alcun dissenso verso l’inevitabile esito della “società multietnica”.
Ma se vogliamo introdurre qualche elemento “specialistico” (che ovviamente non verrà minimamente considerato dai nostri “rappresentanti istituzionali”) c’è da dire che è una follia pura e semplice affermare che la preghiera in moschea debba essere recitata in Italiano. Questo perché, da quando esiste la religione dell’Islam, la preghiera, dal Marocco all’Indonesia, si recita in Arabo, dato che l’Arabo è la lingua della rivelazione coranica (già solo la traduzione in altre lingue del Corano pone seri problemi d’ordine “teologico”, o meglio “operativo” nel senso che questo termine riveste nell’ambito della ricerca spirituale a fini “realizzativi”).
So benissimo si scrivere cose arcinote a chi mi segue abitualmente ed ha dimestichezza con un approccio “tradizionale”, ma spero ancora ingenuamente che qualchedun altro, nelle “stanze dei bottoni”, possa aprire gli occhi su alcune fesserie senza capo né coda rimbalzate dalle agenzie.
D’altronde, a meno che alla fine s’intenda dichiarare anche il Corano un “manuale terroristico” (e poi,  a seguire, anche tutti gli altri testi sacri che certamente non tessono le lodi della “modernità” e dei “nostri valori occidentali”!), si può ancora scusare la confusione tra la preghiera vera e propria ed il sermone del venerdì (khutba) che la precede (di regola dovrebbe seguirla, ma in Italia, per ragioni legate agli orari di lavoro della maggioranza dei fedeli musulmani, il sermone precede la preghiera).
Oltretutto, bisognerebbe anche sapere che il sermone è da considerare parte integrante della preghiera del venerdì, tant’è vero che la normale preghiera del mezzodì (zhuhr) consta di quattro unità di preghiera (rak‘ât), mentre quella del venerdì di due, il sermone assumendo il valore delle due ‘mancanti’.
Ma qui mi rendo conto di scrivere cose incomprensibili per quelli che spero di far ravvedere un minimo.
Dunque, stabilito che per le sûre coraniche da recitare nella preghiera vera e propria non si può prescindere dall’Arabo, da sempre ed in ogni luogo (non sono ammirati i “tradizionalisti cattolici”?), si potrebbe fare qualcosa al riguardo della khutba, giusto per par intendere definitivamente che nel 99,99% dei casi – giusto per concedere il beneficio del dubbio - non c’è nulla nascondere.
Figuriamoci infatti se in un luogo che di questi tempi calamita ogni sorta di agente delatore ci si possa lasciar andare ad affermazioni che configurano un pericolo per l’intera comunità. Sarebbe semplicemente da pazzi irresponsabili, ed infatti quelle volte che (forse) è successo, il predicatore in questione è finito immediatamente “attenzionato”.
Se poi l’esito di certo “incendiari sermoni” dovesse essere l’arruolamento nella cosiddetta “guerra santa” contro gli stessi obiettivi strategici della Nato, non si capisce davvero dove starebbe il problema! Ben vengano questi personaggi: non è vero cari amici del “partito americano”?
Ma non si speri di vivere in un’epoca governata dalla logica, perché, anzi, si divertono a strapazzarci con ogni sorta di sollecitazione in un senso o nell’altro, onde disorientarci e non farci capire praticamente più nulla.
Ed uno che non ci capisce più nulla alla fine s’affiderà a chi gli fornirà una spiegazione chiara, lineare e alla portata delle sue limitate capacità.
Perché non ci vorrebbe molto ad avanzare proposte sensate come questa: sermone nella lingua della maggioranza dei frequentatori della tal moschea (mica sono tutti arabofoni) e relativa traduzione in Italiano.
Sempre che, beninteso, essa vada a beneficio di fedeli italofoni, altrimenti non è detto che l’Italiano benefici, per esempio, una minoranza di senegalesi in una moschea a maggioranza marocchina.
Altrimenti il sospetto è che il sermone in Italiano serva solo a facilitare il lavoro di spie che, alla faccia della “spending review”, potrebbero essere utilizzate con maggior costrutto altrove.
E poi, chi dovrebbe fornire, in ogni moschea, un abile interprete simultaneo? Non si farebbe prima, se davvero siamo in pericolo, a stabilire l’obbligo della consegna di una registrazione del sermone alle autorità competenti? Così si darebbe un po’ di lavoro a tanti laureati in Lingue disoccupati cronici.
Stabilito poi il principio della pericolosità di tutto ciò che viene dichiarato in luogo pubblico, di culto e non, in lingue diverse dall’Italiano, non sarebbe il caso di procurarsi il testo di alcuni conciliaboli che si tengono all’interno di alcune ambasciate di paesi “alleati”?

A maggior ragione dopo la scoperta che praticamente tutti i telefoni dei “nostri” capi di Stato e Primi ministri sono sotto il loro controllo. Il che, se permettete, mi pare un tantino più preoccupante dei sermoni nelle moschee.

lunedì 25 agosto 2014

ANTONELLO CRESTI: Ecologia profonda, un pensiero per disinnescare la crisi



Uno dei più lampanti episodi di “falsa coscienza” presenti nella nostra società è senza dubbio quello dato dalla illusione che il problema ecologico sia oggi più percepito e più conosciuto rispetto ad alcuni decenni fa:


domenica 10 agosto 2014

ENRICO GALOPPINI: La propaganda "gender" in parata sull’Ansa



Il 2 agosto 2014 il sito dell’Ansa ha pubblicato una rassegna fotografica intitolata Da Zurigo a San Pietroburgo, in parata per le strade, la cui immagine d’apertura era assai eloquente al riguardo del tipo di “parate” contemplatevi…
Sottotitolo: Ad Amburgo manifestazione contro ogni discriminazione. Gay Pride ad Amsterdam.
A questo punto mi son detto: vuoi vedere che alla fine ce l’han fatta ad imporre “la sfilata dell’orgoglio gay” anche in Russia?
La cosa m’aveva lasciato per la verità alquanto sbigottito e sgomentato, sia perché non avevo captato segnali in tal senso, sia perché a settembre, a Mosca, si terrà una conferenza dal titolo “Large Family and the Future of the Humanity” che - ça va sans dire – ribadirà la lapalissiana definizione di famiglia naturale e normale, in opposizione a qualsiasi tentativo d’introdurre gli Ogm anche in questo fondamentale e delicatissimo ambito che va tutelato da ogni tipo di devianza, costi quel che costi.
A sovrintendere all’evento, che si terrà nella capitale russa dal 10 al 12 settembre, sarà un’organizzazione che beneficia dell’imprimatur della dirigenza di una Nazione che, attraverso il suo presidente Putin, ha preso in mano le redini di quella che senza mezzi termini è una battaglia di civiltà e per questo viene attaccata e vilipesa senza pietà da quelle sentine a cielo aperto che sono i “media” occidentali.
Così, senza nascondermi la preoccupazione di fare una scoperta terribile, mi sono messo a scorrere le foto, non prima però d’aver letto il testo che le accompagnava e che, dopo aver menzionato in serie i vari appuntamenti all’insegna della lotta “contro ogni forma di esclusione e discriminazione”, terminava con queste parole: “A San Pietroburgo invece ex paracadutisti russi ricordano la nascita del corpo militare avvenuto 84 anni fa”.
“E che c’azzecca?”, avrebbe esclamato Antonio Di Pietro?
Infatti non c’azzecca nulla, ma serve a mescolare, in un unico calderone, appuntamenti osceni come il Gay Pride di Amsterdam e demenzial-voyeuristico come la Street Parade di Zurigo con eventi e manifestazioni che in comune con essi hanno il solo pretestuoso particolare di svolgersi “per le strade”.
I redattori dell’Ansa potevano infatti menzionare un qualsiasi altro raduno o processione che si tengono in questo periodo, ma non l’hanno fatto.
Il perché è presto detto. Si è voluto associare sottilmente tutta la panoplia di maschere leopardate, abiti sadomaso e carri arcobaleno che ogni città “europea” che voglia dirsi tale deve periodicamente sorbirsi ad un appuntamento “reducistico” di tipo militare che per l’appunto non c’azzecca nulla ma aveva il ‘pregio’ di tenersi nella seconda città più importante di tutte le Russie e che da anni è l’obiettivo di chi intende esportare anche colà l’ideologia di genere e “Gay-friendly”.
In poche parole, subliminalmente è stata fatta un’associazione tra la Russia e tutto questo schifo.
Ma gli autori di questa subdola operazione di propaganda – ai quali farebbe senz’altro bene la lettura del saggio di E. Perucchietti e G. Marletta, Unisex. La creazione dell’uomo “senza identità” (Arianna Editrice, 2014) - hanno voluto esagerare. La quarta foto, infatti, ritrae due ex parà russi, uno dei quali completamente rasato e con la mano di un commilitone sulla spalla, che potrebbe dare adito a qualche fraintendimento…
La foto successiva, poi, conferma la prima impressione: un simulacro grottesco di un militare russo che, appuntata sul petto, tiene un’immagine dell’odiato “zar” ritoccata in maniera da trasformarlo in un pagliaccio “omosex”.
La triste e sconfortante galleria porno… ehm, fotografica offerta dalla principale agenzia giornalistica italiana prosegue con le solite trite e ritrite carnevalate, tra emuli dei Village People e autentici fenomeni da Circo Barnum, culminando con un augurio espresso da una coppia di donne (?), l’una con lo straccetto della “pace” in mano, l’altra inalberando un cartello con su scritto: “One day, we’ll march in Iran”.
Per ora, finché durerà la sopportazione delle persone sane di mente, s’accontentino di sciamare le nostre città, ché anche la loro “Onda Verde”, preludio di quella arcobaleno, per adesso s’è infranta contro il provvidenziale frangiflutti della Repubblica Islamica.

Che cosa non si fa per introdurre l’“ideologia di genere”… Ma è proprio il caso di dire che questa volta l’Ansa è proprio andata a… parare male!

LEONARDO VITTORIO ARENA: La filosofia di Robert Wyatt



Un drumming che eludeva le asperità dei tempi dispari non portando il tempo, smentendo il compito primario di ogni batterista “rispettabile”… Questa voce che, durante i ’60, nelle prime band di Robert, prima dei Soft, inclinava ai contorcimenti di un Van Morrison, preso a modello delle cover nei locali da ballo, voce acerba, che Robert non ama riascoltare nei nastri. Una voce con cui non si identifica, e che è sempre cambiata, dal momento in cui ha scritto lui stesso le canzoni; il lavoro di Robert nelle cover resta ancora oggi appassionante e sentito, come nella sua struggente versione di What A Wonderful World, dove predomina questa voce malinconica, e anche gaia a tratti, dove il miscuglio tra i due sentimenti è talmente forte da non poterli distinguere. Come ricorda Nietzsche nella Gaia scienza, dove c’è un grande piacere c’è un grande dolore, e viceversa, non potendo mai darsi la loro assoluta separazione. Una voce che, anche nelle occasionali stonature live, nelle prime esecuzioni dei Soft Machine, è sempre convincente e incisiva. "Mi piace sapere come suonano le note, come sono le parole di una canzone e il modo più efficace per accostarvisi. È determinante che io non aspiri a una performance di tipo attoriale (in an actor kind of way)" [...]

tratto da: 

La filosofia di Robert Wyatt. Dadaismo e voce. (Mimesis Edizioni)

lunedì 28 luglio 2014

MICHAEL NEUMANN: Cos'è l'antisemitismo?


Ogni tanto qualche intellettuale ebreo di sinistra fa un bel respiro, ci apre il suo buon cuore e ci comunica che criticare Israele o il sionismo non vuol dire essere antisemiti. Tra sé e sé, si congratula con se stesso per il proprio coraggio. E, con un sospiro, scaccia la preoccupazione che forse non sia un bene mettere questa pericolosa informazione nelle mani dei gentili – per non parlare di quelle degli arabi.

Altre volte lo fanno invece i gentili al loro seguito,: quelli il cui ethos, se non la cui identità, aspira all’ebraicità. Per non sbilanciarsi troppo, si affrettano poi a ricordarci che l’antisemitismo va comunque preso molto sul serio. Il fatto che Israele, appoggiato da una nutrita maggioranza di ebrei, stia combattendo una guerra razziale contro i Palestinesi, è il motivo fondamentale per cui stare in guardia. Non si sa mai. Metti che ciò provochi del risentimento!
Io la vedo in modo diverso. Penso che non dovremmo quasi mai prendere l’antisemitismo sul serio e che forse dovremmo perfino riderci su. Penso che l’antisemitismo sia particolarmente irrilevante nel conflitto israelo-palestinese, se non forse come distrazione dalle questioni reali. E passo a dimostrare che quello che dico è vero e anche sensato, e certo non gratuitamente malvagio come, chessò, strappare le ali a un insetto.
“Antisemitismo”, in senso stretto, non significa odio per i semiti: questo è confondere l’etimologia con le definizioni. Antisemitismo significa odio per gli ebrei. Ma su questo, immediatamente, ci ritroviamo dinanzi al vecchio gioco delle tre carte dell’identità ebraica: “Guarda! La nostra è una religione! No! E’ un’etnia! No! E’ un’entità culturale! Scusate, è una religione!” Non appena ci stanchiamo di questo gioco veniamo subito risucchiati nell’altro: “L’antisionismo è antisemitismo!”, che un attimo dopo si alterna con: “Non confondiamo sionismo con ebraismo! Come osi, antisemita?!”
Ora, cerchiamo di essere sportivi. Proviamo a definire l’antisemitismo nel più esteso dei sensi che gli potrebbe dare un qualsiasi sostenitore di Israele: l’antisemitismo può essere odio per la razza ebraica o per la sua cultura o religione, o anche odio per il sionismo. E non solo odio, ma anche disapprovazione o opposizione o leggera antipatia.
I sostenitori di Israele, però, non troveranno questo gioco divertente come si aspettano. Gonfiare il significato di “antisemitismo” fino a includere qualunque cosa che possa danneggiare politicamente Israele è una spada a doppio taglio. Può essere comodo per colpire i propri nemici, ma il problema è che l’inflazione dei termini, come qualunque altra inflazione, svaluta la moneta. Quante più cose vengono definite antisemite, meno orribile ci suonerà l’antisemitismo. Questo perché, anche se nessuno può impedirci di gonfiare le definizioni, ciò che non possiamo fare è modificare i fatti. Nello specifico, nessuna definizione di antisemitismo potrà cancellare la versione dei fatti, sostanzialmente dalla parte dei palestinesi, che io sostengo, e che è quella sostenuta dalla maggior parte degli europei, da molti israeliani, e da un numero crescente di nordamericani.
Questo in che senso? Poniamo il caso, per esempio, che un israeliano di destra dica che le colonie rappresentano la realizzazione di aspirazioni fondamentali per il popolo ebraico, e che opporsi a esse è antisemitismo. Possiamo accettare questa affermazione, che certo è difficile da confutare. Ma non possiamo però rinunciare alla convinzione, ben fondata, che tali colonie stiano soffocando il popolo palestinese e spegnendo ogni speranza di pace. A questo punto, le acrobazie terminologiche non ci servono a niente. Possiamo solo dire: al diavolo le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, le colonie sono moralmente inaccettabili. La conclusione logica è che, visto che abbiamo il dovere di opporci alle colonie, siamo costretti a essere antisemiti. L’inflazione dei termini fa sì che alcune forme di “antisemitismo” diventino un obbligo morale.
E’ ancora peggio quando è l’antisionismo ad essere bollato come antisemita, perché le colonie, se anche non rappresentano le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, sono un’estensione del tutto plausibile del sionismo. Opporsi alle colonie vuol dire quindi opporsi al sionismo ed essere pertanto antisemiti nel senso ampio del termine. Più il concetto di antisemitismo viene ampliato per includere l’opposizione alle politiche di Israele, più esso appare come qualcosa di positivo. Considerati i crimini di cui deve rispondere il sionismo, ecco che appare un altro semplice sillogismo: l’antisionismo è un obbligo morale; dunque, se essere antisionisti è antisemitismo, l’antisemitismo stesso diventa un obbligo morale.
Di quali crimini parliamo? Perfino gli apologeti di Israele, in maggioranza, hanno smesso di negarli e si limitano a insinuare che farli notare è un po’ antisemita. Dopotutto, Israele “non è peggio di altri.” Primo: e allora? Anche a sei anni sapevamo che “lo fanno tutti” non era una scusante; ce lo siamo dimenticato? Secondo: i crimini sono equiparabili solo se li consideriamo indipendentemente dal loro scopo. Certo, altri popoli hanno ucciso i civili, li hanno guardati morire per mancanza di cure mediche, ne hanno demolito le case, distrutto i raccolti e li hanno usati come scudi umani. Ma Israele lo fa per correggere l’errore di Israel Zangwill che nel 1901 affermò “La Palestina è una terra senza un popolo; gli Ebrei sono un popolo senza terra”. Spera così di creare una terra totalmente svuotata dai gentili, un’Arabia deserta in cui i bambini ebrei possano ridere e giocare in mezzo a un deserto chiamato pace.
Molto prima dell’era di Hitler, i sionisti percorsero migliaia di chilometri per spogliare dei loro beni persone che non avevano mai fatto loro alcun male e di cui riuscirono a ignorare la stessa esistenza. Le atrocità dei sionisti non facevano parte del piano iniziale. Emersero man mano che l’amnesia razzista di un popolo perseguitato sfociava nell’ideologia di superiorità razziale di un popolo persecutore. Questa è la ragione per cui chi guidò gli stupri, le mutilazioni e le uccisioni di bambini a Deir Yassin sarebbe poi diventato primo ministro di Israele. Ma questi crimini non bastavano. Oggi, quando Israele potrebbe avere la pace senza pagare alcun prezzo, continua a condurre una campagna di spoliazione, rendendo la Palestina lentamente, deliberatamente, invivibile per i palestinesi e vivibile per gli ebrei. Il suo obiettivo non è la difesa o l’ordine pubblico, ma l’estinzione di un popolo. Certo, Israele è abbastanza abile nelle pubbliche relazioni da farlo con un livello di violenza americano piuttosto che hitleriano. Si tratta di un genocidio più delicato, più gentile, che dipinge come vittime chi lo compie.
Israele sta costruendo uno stato razziale, non religioso. Io, come i miei genitori, sono sempre stato ateo. Ma la mia nascita biologica mi dà diritto alla cittadinanza israeliana; voi, che magari credete fervidamente nel Giudaismo, questo diritto non lo avete. I palestinesi vengono vessati e uccisi per me, non per voi. Sono quelli il cui destino è essere spinti verso la Giordania, a morire in una guerra civile. E quindi no, sparare ai civili palestinesi non è la stessa cosa che sparare ai civili vietnamiti o ceceni. I palestinesi non sono un “danno collaterale” in una guerra contro comunisti ben armati o forze separatiste. Gli si spara perché Israele pensa che tutti i palestinesi debbano svanire o morire, così che chiunque abbia un nonno ebreo possa trasformare in lotti abitativi le macerie delle loro case. Questo non è il tragico errore di una superpotenza in abbaglio; è chiara malvagità, deliberata strategia di uno stato concepito e operante in nome di un nazionalismo etnico sempre più aggressivo. Ha al suo attivo relativamente pochi cadaveri, finora, ma le sue armi nucleari potrebbero uccidere forse venticinque milioni di persone in poche ore.
Vogliamo dire che è antisemitismo accusare non solo gli israeliani, ma gli ebrei in generale, di complicità in questi crimini contro l’umanità? Di nuovo, forse no, perché ci sono argomenti abbastanza ragionevoli a sostegno di queste affermazioni. Paragoniamole, ad esempio, con quelle per cui i tedeschi in generale furono complici di certi crimini. Questo non ha mai voluto dire che tutti i tedeschi, fino all’ultimo uomo, donna, ritardato mentale o bambino, fossero colpevoli. Vuol dire che la maggior parte dei tedeschi lo fu. La loro colpa non fu, ovviamente, quella di avere spinto prigionieri nudi dentro le camere a gas. Fu quella di avere sostenuto coloro che pianificarono quegli atti, oppure – come molti scritti ebraici soverchiamente moralistici vi diranno – quella di avere negato l’orrore che si dispiegava attorno a loro, quella di non avere parlato né resistito, il loro consenso passivo. È da notare che, in questo caso, l’estrema pericolosità di ogni forma di resistenza attiva non è considerata una scusante valida.
Ebbene, praticamente nessun ebreo corre alcun tipo di rischio se esprime dissenso. Ed esprimere dissenso è l’unica forma di resistenza necessaria. Se molti ebrei lo facessero, ne deriverebbe un effetto enorme. Ma la stragrande maggioranza degli ebrei non lo fa e, nella maggior parte dei casi, non lo fa perché sostiene Israele. A questo punto, forse, dovremmo lasciar cadere l’intero concetto di responsabilità collettiva. Magari qualche persona intelligente cercherà di convincerci a farlo. Ma, al momento, la tesi di una complicità ebraica pare molto più forte di quella della complicità tedesca. Quindi, se non è razzista ed è anzi ragionevole affermare che i tedeschi sono stati complici di crimini contro l’umanità, è altrettanto non razzista e ragionevole dire lo stesso degli ebrei. E se anche il concetto di responsabilità collettiva fosse da abbandonare, sarebbe comunque ragionevole dire che molti, forse la maggior parte degli ebrei adulti, sostengono uno Stato che commette crimini di guerra, Perché è, semplicemente, la verità. Quindi, se dire queste cose è antisemita, può apparire ragionevole essere antisemiti.
In altri termini, c’è da fare una scelta. O si usa la parola “antisemitismo” adattandola alle propria agenda politica o la si usa come termine di condanna morale, ma non si possono fare entrambe le cose. Se si vuole evitare che l’antisemitismo finisca con il diventare qualcosa di ragionevole o di eticamente accettabile, esso deve essere definito in senso stretto e non strumentale. Sarebbe prudente limitare il concetto di antisemitismo all’odio esplicitamente razziale per gli ebrei, all’aggressione verso chi è semplicemente nato ebreo. Ma sarebbe una prudenza inutile: neppure i nazisti affermavano di odiare la gente solo perché era nata ebrea. Sostenevano di odiare gli ebrei perché essi aspiravano a dominare gli ariani.
Chiaramente, una visione simile deve essere considerata antisemita, sia che appartenga ai cinici razzisti che l’hanno concepita, sia agli stupidi che se la sono bevuta
C’è un solo modo per garantire che il termine “antisemitismo” includa tutte e solamente le azioni o le posizioni negative verso gli ebrei. Dobbiamo cominciare da quelle su cui siamo tutti d’accordo che lo siano, e assicurarci che il termine indichi tutte e solo quelle. Probabilmente, abbiamo in comune abbastanza senso morale da poterlo fare.
Per esempio, condividiamo abbastanza senso morale per dire che tutti gli atti e le avversioni basate sulla discriminazione razziale sono sbagliati, e possiamo quindi tranquillamente considerarli antisemiti. Ma non tutte le “ostilità verso gli ebrei” nemmeno quelle verso l’assoluta maggioranza degli ebrei, dovrebbero essere considerate antisemite. Né dovrebbe esserlo qualsiasi tipo di ostilità verso la religione o la cultura ebraica.
Io, per esempio, sono cresciuto nella cultura ebraica, e come accade a molte persone che crescono in una determinata cultura, essa ha finito con il non piacermi. Ma non ha senso considerare antisemita il fatto che non mi piaccia. E non perché io sono ebreo, ma perché la mia mancanza di apprezzamento è innocua. Forse non è innocua in assoluto: magari, in qualche sottilissima maniera, essa potrebbe in qualche modo incoraggiare qualcuno degli atti o degli atteggiamenti pericolosi che abbiamo deciso di chiamare antisemiti. Ma allora? Il filosemitismo esagerato, quello che considera tutti gli ebrei come dei santi brillanti, cordiali e intelligenti, potrebbe avere lo stesso effetto. Il mio non apprezzamento comporta pericoli infinitamente minori. Anche quando è molto diffusa, l’antipatia collettiva per una cultura è normalmente innocua. La cultura francese, per esempio, sembra essere ampiamente detestata in Nord America, ma nessuno, nemmeno i francesi, considera questo una sorta di crimine razzista.
Non tutte le azioni o gli atteggiamenti che possano recare danno agli ebrei sono da considerare antisemitismo. Molte persone disapprovano la cultura americana; alcuni boicottano i prodotti americani. Sia l’atteggiamento che l’azione potrebbero in generale recare un danno agli americani, ma non c’è niente di moralmente condannabile nell’una o nell’altra cosa. Definirli come atti di antiamericanismo significa solo che alcune forme di antiamericanismo sono perfettamente accettabili. Se l’opposizione alla politica di Israele viene chiamata antisemita, in quanto potrebbe portare qualche danno agli ebrei in generale, questo vorrà solo dire che alcune forme di antisemitismo sono ugualmente accettabili.
Se l’antisemitismo deve rimanere qualcosa di moralmente condannabile, esso deve applicarsi anche al di là delle azioni, delle idee e dei sentimenti esplicitamente razzisti. Ma non lo si può applicare al di là di un’ ostilità seria e chiaramente ingiustificata contro gli ebrei. I nazisti inventarono fantasie storiche per giustificare i propri attacchi; lo stesso fanno i moderni antisemiti che credono nei Protocolli dei Savi di Sion. Lo stesso fanno i razzisti inconfessati che si lamentano del dominio ebraico sull’economia. Questo è antisemitismo nel senso stretto e negativo della parola. Sono azioni o operazioni di propaganda pianificate per fare del male agli ebrei, non per ciò che questi possono fare o non fare ma per quello che sono. Lo stesso vale per gli atteggiamenti che questa propaganda punta a inculcare. Anche se non è sempre esplicitamente razzista, si fonda comunque su motivazioni razziste, e con l’intenzione di provocare danni reali. Un’opposizione ragionevolmente fondata alle politiche di Israele, invece, non si adatta a questa descrizione, nemmeno se offende tutti gli ebrei. Né vi si adatta la semplice e innocua antipatia per ciò che è ebraico.
Dico tutto questo per suggerire che è meglio restringere la definizione di antisemitismo, in modo che nessun atto possa essere al tempo stesso antisemita e ineccepibile. Ma possiamo andare oltre. Ora che abbiamo giocato abbastanza, poniamoci qualche domanda sul ruolo che ha “l’autentico”, deprecabile antisemitismo nel conflitto israelo-palestinese e nel mondo in generale.
Indubbiamente esiste del genuino antisemitismo nel mondo arabo: la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, le leggende sugli ebrei che ruberebbero il sangue dei bambini gentili. Questo è oggettivamente ingiustificabile. Ma lo è anche il fatto che hai dimenticato di rispondere all’ultima lettera di tua zia Paolina. In altri termini, dobbiamo dirci questo: che va semplicemente accettato il principio che l’antisemitismo è un male. Non farlo ci escluderebbe da un mondo etico. Ma è una cosa molto diversa dall’avere qualcuno che ci costringa a proclamare che l’antisemitismo è il Male di tutti i Mali. Non siamo bambini che devono imparare la moralità: è responsabilità nostra stabilire le nostre priorità morali. Non possiamo farlo guardando le orribili immagini del 1945, o ascoltando i lamenti angosciati di sofferenti opinionisti. Dobbiamo chiederci quanto male fa o può fare l’antisemitismo, non nel passato, ma oggi. E dobbiamo chiederci dove questo male può manifestarsi, e perché.
Si ritiene che l’antisemitismo del mondo arabo sia molto pericoloso. Ma l’antisemitismo arabo non è la causa dell’ostilità araba verso Israele o verso gli ebrei. Ne è un effetto. Il progredire dell’antisemitismo arabo va di pari passo con il progredire dell’usurpazione territoriale ebraica, e delle atrocità commesse da ebrei. Questo, non per giustificare il genuino antisemitismo. Piuttosto, per banalizzarlo. Esso è arrivato in Medio Oriente con il sionismo e scomparirà quando il sionismo cesserà di essere una minaccia espansionistica. Di fatto, la sua causa principale non è la propaganda antisemita ma gli sforzi sistematici, decennali e costanti che Israele fa per coinvolgere tutti gli ebrei nei propri crimini. Se l’antisemitismo arabo persistesse dopo il raggiungimento di un accordo di pace, potremmo tutti riunirci e deprecarlo. Ma non farebbe comunque del vero danno agli ebrei. I governi arabi avrebbero solo da perdere, permettendo attacchi contro i propri cittadini ebrei: significherebbe invitare Israele a intervenire. E ci sono davvero pochi motivi per aspettarsi che ciò accada: se tutti gli orrori delle recenti campagne israeliane non sono bastati a provocarli, è difficile immaginarsi cosa potrebbe riuscirci. Ci vorrebbe probabilmente una qualche azione israeliana così spaventosa e criminale da oltrepassare, e di molto, gli attacchi stessi.
Se c’è un posto dove è verosimile pensare che l’antisemitismo possa avere effetti terribili, questo è piuttosto l’Europa occidentale. Là, il risorgere del neofascismo è del tutto reale. Ma è un pericolo per gli ebrei? Le Pen, per esempio, è sicuramente antisemita. Ma nulla ci fa pensare che voglia mettere in pratica il suo antisemitismo. Al contrario, sta facendo ogni sforzo possibile per stare in pace con gli ebrei e forse assicurarsi addirittura il loro aiuto contro il suo vero obiettivo, gli “arabi”. Non sarebbe certo il primo politico ad allearsi con qualcuno che non gli piace. Ma se avesse davvero dei piani accuratamente nascosti contro gli ebrei, questo sì che sarebbe insolito: Hitler, come gli insorgenti russi antisemiti, erano assolutamente aperti sulle loro intenzioni, e certo non tentarono mai di accattivarsi il sostegno degli ebrei. Mentre è un fatto che che alcuni ebrei francesi vedono Le Pen come un fenomeno positivo o, addirittura, un alleato. (Si veda, per esempio, “ ‘Le Pen è un bene per noi’ dicono sostenitori ebrei”, Ha’aretz, 4 maggio 2002, e il commento di Goldenburg su France TV del 23 aprile).
Naturalmente ci sono ragioni storiche per temere un orrendo attacco contro gli ebrei. E tutto è possibile: domani stesso potrebbe esserci, a Parigi, un massacro di ebrei. O di algerini. Quale dei due è pù probabile? Se si imparano lezioni dalla storia, queste dovrebbero essere applicate a circostanze che abbiano un minimo di analogia. E l’Europa di oggi assomiglia molto poco all’Europa del 1933. Inoltre, potremmo anche vedere le cose in positivo: cosa ci fa pensare che sia più probabile vedere un pogrom piuttosto che il dissolvimento dell’antisemitismo in un’ineffettiva malevolenza? Non esiste preoccupazione sensata che non debba basarsi sull’effettiva presenza di una minaccia.
Il fatto che si verifichino aggressioni antisemite potrebbe dimostrare questa minaccia. Ma queste prove sono parecchio fumose: non viene fatta nessuna distinzione tra gli attacchi a monumenti o simboli ebraici e le effettive aggressioni contro ebrei. Inoltre, è tale l’accento posto sull’aumento della frequenza degli attacchi che non ci si rende conto della bassissima incidenza del loro livello. Gli attacchi simbolici sono effettivamente aumentati in significativi numeri assoluti. Quelli alle persone, no [*]. Soprattutto, la maggior parte di questi attacchi è compiuta da immigrati musulmani: in altre parole, da una minoranza ampiamente odiata, perseguitata e soggetta a un rigido controllo poliziesco, che non ha la minima possibilità di intraprendere una seria campagna di violenza contro gli ebrei.
Certo, è molto spiacevole che una mezza dozzina di ebrei siano finiti in ospedale – nessuno ucciso – a causa di recenti aggressioni in vari luoghi d’Europa. Ma chiunque consideri questo come uno dei problemi più importanti del mondo, semplicemente non ha guardato bene il mondo. Queste aggressioni sono di competenza della polizia, non sono una ragione per cui noi tutti dobbiamo farci poliziotti di noi stessi e degli altri, così da arginare chissà quale mortale malattia morale. Lo sarebbe solo se le aggressioni razziste avvenissero in società ostili o indifferenti alla minoranza aggredita. Chi ha davvero paura di un ritorno del nazismo, per esempio, dovrebbe riservare le proprie angoscie alle aggressioni, di gran lunga più violente e di gran lunga più diffusamente accettate, di cui sono vittime gli zingari, la cui storia da perseguitati è pienamente paragonabile al passato degli ebrei. La posizione degli ebrei è oggi molto più vicina a quella dei bianchi, che sono anch’essi, ovviamente, vittime di aggressioni a sfondo etnico.
Certo, molti rifiutano questo genere di freddo ragionamento numerico. Ci diranno che, con il passato che incombe su di noi, anche un solo insulto antisemita è una cosa terribile e che la bruttura non si può misurare dal numero di cadaveri. E tuttavia, quanto più osserviamo la cosa da un’angolatura ampia, tanto più l’antisemitismo diventa meno importante, anziché di più. Considerare qualunque spargimento di sangue ebraico come una calamità planetaria, che va al di là di ogni misura e paragone, è razzismo puro e semplice: Significa dare al sangue di una razza un valore maggiore che a quello di tutte le altre. Il fatto che gli ebrei siano stati perseguitati per secoli, e che abbiano sofferto terribilmente mezzo secolo fa, non cancella il fatto che in Europa, oggi, gli ebrei sono cittadini integrati, che hanno moltissime meno ragioni di soffrire e di avere paura di quante ne abbiano altri gruppi etnici. Certo, le aggressioni razziste contro una minoranza benestante sono tanto spregevoli quanto quelle contro minoranze povere e senza potere. Ma che degli aggressori siano ugualmente spregevoli non vuol dire che tutte le aggressioni siano altrettanto preoccupanti.
Non sono gli ebrei, oggi, quelli su cui si allungano le ombre dei campi di concentramento. I “campi di transito” proposti da Le Pen sono per gli arabi, non per gli ebrei. E per quanto vi siano partiti politicamente rappresentativi in cui militano molti antisemiti, non uno solo di questi partiti mostra di volere articolare, e tanto meno di portare avanti, un programma antisemita. Né esiste alcuna ragione di sospettare che, una volta al potere, cambieranno tono. L’Austria di Haider non è considerata pericolosa per gli ebrei; né lo era la Croazia di Tudjman. E sa anche ci fosse un tale pericolo, be’, abbiamo una potenza nucleare ebraica pronta ad accogliere qualunque rifugiato, come pure farebbero gli Stati Uniti o il Canada. E dire che non ci sono pericoli reali adesso, non significa dire che dobbiamo ignorare ogni pericolo che potrebbe sorgere in futuro. Se in Francia, per esempio, il Front National cominciasse a invocare campi di transito per gli ebrei o politiche migratorie antiebraiche, dovremmo certo allarmarci. Ma preoccuparci per ogni cosa allarmante che potrebbe appena ipoteticamente accadere è fuori luogo: ci sono cose molto più allarmanti che accadono già!
Si può replicare che, se le cose non sono più allarmanti, è solo perché gli ebrei, e altri, sono stati così vigili nel combattere l’antisemitismo. Ma questo non è plausibile. Per prima cosa, la vigilanza contro l’antisemitismo è una specie di visione a senso unico: come i neofascisti stanno imparando, per evitare di farsi notare gli basta tacere sugli ebrei. Inoltre, non ci sono stati pericoli gravi per gli ebrei nemmeno in paesi tradizionalmente antisemiti sui quali il mondo non vigila affatto, come l’Ucraina o la Croazia. Paesi ai quali si dedica pochissima attenzione non sembrano più pericolosi di quelli che ne hanno molta. Per quanto riguarda le vigorose reazioni contro Le Pen in Francia, esse sembrano essere dovute molto più alla repulsione francese verso il neofascismo che alle ramanzine della Anti-Defamation League. Supporre che le organizzazioni ebraiche e i coscienziosi opinionisti pronti a gettarsi contro l’antisemitismo stiano salvando il mondo dalla catastrofe è come affermare che Bertrand Russell e i quaccheri siano bastati a salvarci da una guerra nucleare.
Potremmo anche dire che, quali che siano i pericoli reali, essi sono comunque atroci per gli ebrei e riportano alla mente ricordi insopportabilmente dolorosi. Questo può essere vero per quei pochissimi che ancora hanno questi ricordi, ma non lo è per gli ebrei in generale. Io sono un ebreo tedesco, e potrei benissimo rivendicare il mio status di vittima di seconda generazione o di terza mano. Invece, me ne frego altamente degli accadimenti antisemiti o di un clima di crescente antisemitismo. Ho molta più paura quando mi trovo in situazioni realmente pericolose, per esempio quando guido. E comunque, anche i ricordi dolorosi e gli stati d’ansia non hanno poi tanto peso, se li paragoniamo alle autentiche sofferenze fisiche inflitte dalle discriminazioni a tanti non ebrei.
Tutto questo non è per sminuire tutto l’antisemitismo e ovunque. Si sente spesso parlare di perversi antisemiti in Polonia o in Russia, sia nelle strade che al governo. Ma, per quanto ciò possa essere preoccupante, è anche privo di ogni influenza derivante dai conflitti israelo-palestinesi, ed è decisamente improbabile che questi conflitti possano influenzarlo in un modo o nell’altro. Per di più, che io sappia, in nessun luogo c’è tanta violenza contro gli ebrei quanta ce n’è contro gli “arabi”. Quindi, se anche l’antisemitismo è, da qualche parte, una questione spaventosamente seria, possiamo solo concludere che il sentimento antiarabo è qualcosa di molto più serio. E siccome qualsiasi gruppo antisemita è anche, e in misura molto maggiore, contro l’immigrazione e contro gli arabi, essi possono essere combattuti non in nome dell’antisemitismo ma in difesa degli arabi e degli immigrati.Non vale neanche la pena di concentrarsi sulla minaccia antisemita che questi gruppi comportano, quindi. Basta combatterli in nome della giustizia per gli arabi e per i migranti.
Riassumendo, oggi il vero scandalo non è l’antisemitismo, ma l’importanza che gli si dà. Israele ha commesso crimini di guerra. Ha coinvolto gli ebrei in generale in questi crimini e, in generale, gli ebrei si sono precipitati a lasciarvisi coinvolgere. Questo ha provocato astio contro gli ebrei. Perché non avrebbe dovuto? In qualche caso questo astio è razzista, in qualche altro caso no, ma cosa importa? Perché dovremmo dedicarvi attenzione? Il fatto che la guerra etnica di Israele abbia provocato dell’aspra rabbia è più importante della guerra stessa? La remota possibilità che da qualche parte, in qualche momento, in qualche modo, questo odio possa teoricamente uccidere degli ebrei è più importante della brutale e concreta persecuzione fisica dei palestinesi e delle centinaia di migliaia di voti dati a chi vorrebbe internare gli arabi nei campi di transito? Oh, ma dimenticavo. Come non detto, ritiro tutto. Qualcuno con la bomboletta spray ha scritto degli slogan antisemiti sul muro di una sinagoga.
[*] Nemmeno la ADL o il B’nai B’rith includono gli attacchi contro Israele nel conto; parlano piuttosto di “Punti di vista insidiosi con cui viene visto il conflitto tra israeliani e palestinesi, usati dagli antisemiti” E, come molte altre persone, io non considero gli attacchi terroristici di organizzazioni come Al Qaeda come esempi di antisemitismo, ma piuttosto come delle fallimentari campagne paramilitari contro gli USA e Israele. Ma se anche le si include nel conto, non sembra particolarmente pericoloso essere ebreo al di fuori di Israele.
Michael Neumann è professore di filosofia alla Trent University, Ontario, Canada. Gli si può scrivere a: mneumann@trentu.ca

traduzione: http://www.ilcircolo.net/lia/2014/07/26/che-cose-lantisemitismo-di-nuovo/

sabato 19 luglio 2014

Scandalo appalti presso le biblioteche fiorentine



Mentre imperversano proclami di vario genere ben diversa è la reale gestione delle problematiche relative alla città di Firenze.
Di oggi la notizia di uno scandalo appalti relativo ai servizi di gestione delle biblioteche comunali.
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato a cura di Silvia Noferi, capogruppo al consiglio comunale per il M5S.

Il Comune di Firenze ha dato in appalto ad un raggruppamento temporaneo di imprese il servizio di gestione delle biblioteche e dell’archivio storico comunali tramite un bando che non ha previsto per i lavoratori la garanzia del mantenimento delle precedenti condizioni contrattuali.
I circa 70 lavoratori interessati si sono trovati a dover scegliere fra rimanere senza lavoro o accettare le condizioni offerte dai nuovi gestori, anche se peggiorative.
La paura di rimanere senza lavoro in un periodo così difficile come quello attuale ha portato 48 di loro a firmare le dimissioni volontarie (senza avere dall’altra parte un contratto pronto in sostituzione) ma alcuni, 21 per l’esattezza, resistono sorretti dalla convinzione che non si possa continuare ad accettare tutto in nome della crisi economica.
Sembra di tornare al secolo scorso, i diritti dei lavoratori vengono calpestati, le professionalità ignorate, i sacrifici chiesti sempre ai più deboli.
La cosa più intollerabile e forse più incomprensibile è che tutto questo accade all’interno di strutture comunali che, se è pur vero  che debbano risparmiare (e l’unico modo sembra ormai essere l’esternalizzazione dei servizi), dall’altra dovrebbero essere i luoghi in cui i rapporti fra dipendenti e datori di lavoro sono costruiti su modelli virtuosi.
Se non si è in grado di garantire all’interno del Comune di Firenze quel senso di giustizia ed equità che dovrebbe essere base imprescindibile di ogni contratto di lavoro, cosa dobbiamo aspettarci, come cittadini e dipendenti, da altri “luoghi” e altri datori di lavoro?
Non basta rifugiarsi dietro al sottile paravento “dell’aver fatto tutto il possibile” o “di non essere legalmente parte in causa”. Non ci possono essere giustificazioni per un’amministrazione  che decide di avvalersi di soggetti terzi per la gestione dei servizi pubblici di una comunità: il dovere in questo caso è anche e soprattutto morale, il dovere di tutela dei diritti dei singoli che non può sottostare alle leggi del mercato o della convenienza.
Perché in caso contrario la scelta di affidare a terzi un servizio potrebbe sembrare un pretesto per disinteressarsi della parte etica e morale. Cercare di evitare i caduti facendo un maggior numero di feriti senza cure garantite non è, a volte, la soluzione.
Non entriamo nel merito di quanto possa sentirsi demotivato un lavoratore che dopo 17 anni di precariato si veda  costretto a vivere sotto ricatto, a subire continui tagli allo stipendio, declassamenti del proprio livello, perdita di ogni riconoscimento sulla qualità del servizio prestato, ma proviamo lo stesso, per un attimo, a pensare con quanta voglia di collaborare possa svolgere il suo compito.
La dignità non può diventare merce di scambio, non può essere quel “punto” in più per vincere un appalto mentre sotto lo stesso tetto comunale si decide di nominare tre Direttori di Macro-area in aiuto alla Direzione Generale (prospetto della nuova organizzazione presentato oggi in Consiglio Comunale).
C’è qualcosa che stride in tutto questo, domande che ronzano nella testa:
- “Quanto guadagneranno all’anno questi tre Direttori?”
- “Non bastavano 12 Direttori ad aiutare la Direzione Generale?”

Mentre i tempi della politica procedono con lentezza esasperante fra ordini del giorno e slides, i diritti dei lavoratori diventano quasi un vezzo, un dettaglio e non solo per chi un lavoro non ce l’ha più e per chi lo prenderebbe a qualsiasi condizione.
Si rischia quasi di passare come dei pretenziosi, degli incontentabili da parte dei rappresentanti della politica, di quella politica che un tempo molto lontano aveva l’Internazionale fra i suoi inni.